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IL GRANDE ALBERO *SUSANNA TAMARO

albero

Questa storia comincia tanti, ma tanti anni fa, quando un piccolo seme alato si staccò da una pigna sospesa su un ramo e, dopo aver volteggiato per un po’ nell’aria, planò nel bel mezzo di una grande radura.

Era un mattino di tarda primavera, dalle alte cime giungeva ancora l’odore freddo della neve e i ruscelli scendevano a valle gonfi delle acque del disgelo.
All’alba, gli uccelli cantavano come un’unica straordinaria orchestra. Pettirossi, lucherini, fringuelli, organetti, ciuffolotti si contendevano il ruolo di voce solista.
Presto l’aria si sarebbe riempita di insetti: era tempo, dunque, di cercare una compagna e di circoscrivere i confini di quello che sarebbe stato il piccolo regno della famiglia.
Durante il giorno, frenetici voli attraversavano i pascoli. Davanti alle foglie e ai licheni le coppie più giovani esitavano: andava bene quel rametto, era abbastanza lungo? E se prendessimo anche quel filo di lana, quei crini impigliati nel rovo?
Mettere su casa la prima volta era sempre fonte di grande ansia. Staranno abbastanza calde le uova qui? E i piccoli, crescendo, non saranno troppo stretti? E se ne nascessero più del previsto?
Le coppie di lunga esperienza provavano tenerezza davanti a tanti timori.
«Non abbiate paura» dicevano loro, intrecciando abilmente il muschio con gli sterpi, «fidatevi! È già tutto nel vostro cuore».
Dopo una settimana non c’era ramo, fronda o cespuglio del bosco in cui non fosse celata la piccola sfera accogliente di un nido.
Alcuni erano tondi e minuscoli, soffice muschio fuori e morbida lana dentro. Altri, più grandi, intrecciati soltanto con stecchi. Altri ancora – un groviglio di licheni, foglie secche e rametti – pendevano dagli alberi come calze della befana.
Ognuno era stato progettato e costruito secondo le necessità dei nascituri, con sponde alte e robuste per mantenere il tepore nelle notti ancora fredde e resistere alle intemperanze dei pulcini più intraprendenti, proteggendoli, nello stesso tempo, dalla vista dei predatori.
Un bel giorno, all’indaffarata frenesia della costruzione, nel bosco seguì il tenero silenzio della cova.
Mentre i maschi andavano in giro alla ricerca di cibo per le loro spose, ci furono giorni di forte pioggia.
La pioggia sferzò gli alberi e i prati, bagnò i tronchi e nutrì il suolo, e i semi, in paziente attesa nella terra, cominciarono a gonfiarsi. Dopo la pioggia tornò il sole e la cuticola – che li avvolgeva come un vestito troppo stretto – si strappò.
Anche il piccolo seme alato si aprì, ancorandosi con la minuscola radice nella terra e lanciando una tenera piumetta verso l’alto, alla ricerca della luce.
Nel bosco cominciarono le nascite.
I piccoli nidiacei pigolavano in attesa dei genitori, nascondendosi alla minima ombra minacciosa: anche i corvi, gli sparvieri, i gufi avevano dei piccoli da nutrire.
Ancora nudi, i ghiri, gli scoiattoli e i moscardini sonnecchiavano nelle tane mentre i giovani toporagno muovevano i primi passi nei cunicoli sotto il muschio e le piccole bisce sgusciavano fuori dalle loro uova cilindriche.
Quando poi le giornate iniziarono ad allungarsi, le piogge, da sferzanti, diventarono miti e al mattino la rugiada copriva i prati e i fiori con un manto di gocce luminose.
Il tramonto sembrava non finire mai. Con la sua luce rosata accarezzava ogni cosa, come a voler testimoniare lo splendore racchiuso nel mondo.
Alla fine giunse l’estate con la sua quiete appagata e il sottobosco si riempì di mirtilli.
Gli uccelli avevano lasciato i nidi per andare incontro all’avventura della vita, e la stessa cosa, sulle loro zampe traballanti, avevano fatto i cuccioli della terra.
Era arrivato il tempo del silenzio e del riposo.
Poi, un mattino, sulle cime più alte comparve la neve. Copriva le rocce, i canaloni e la vegetazione scura e bassa dei pini mughi.
L’odore dell’aria era cambiato, le rondini della fattoria vicina cominciarono a raccogliersi in volo per raggiungere i paesi più caldi e sul soffice manto di aghi del bosco iniziarono a spuntare funghi di ogni forma e colore.
Quando il re dei cervi scese nella radura per sfidare i pretendenti al trono, i larici si erano già trasformati in piccole fiamme ardenti e – nel bel mezzo della radura – era spuntato un piccolo abete.
Era ancora così piccolo e flessibile che si confondeva con l’erba.
Fu solo per questo che riuscì a sopravvivere ai furiosi tornei del branco.
Il primo spettacolo della sua lunghissima vita.

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