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IN EVIDENZA: Frasi, Frasi D'Amore, Frasi Amicizia

CREATI DA LORO

settembre 18th, 2014

Io credo con più fiducia, che l’umanità sia stata creata scientificamente da una razza superiore milioni di anni fa.

Trovo ridicolo che le persone credano che una donna sia stata messa incinta da uno spirito, che i serpenti parlano e che un uomo abbia aperto l’oceano!

(Ejay Ivan Lac)

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OLTRE LA LINEA

settembre 18th, 2014

Non puoi andare oltre la linea che divide l’adesso con il dopo, se prima non credi a ciò che troverai dopo averla superata.

(Ejay Ivan Lac)

Footprints in the sand on beach near San José del Cabo, Mexico at sunrise

NON SENTO IL RUMORE DEL CUORE

settembre 18th, 2014

Non sento più il rumore dei cuori nell’aria, le persone l’hanno spento, per paura di seguirlo…

(Ejay Ivan Lac)

PP

 

NASCOSTI NEL DIGITALE

settembre 18th, 2014

Viviamo in un’era dove le persone si nascondono dietro a scritte digitali, dove si scrivono risate mentre si piange, dove si raccontano vite spericolate nascondendo giornate noiose, dove si scrive amore e ti voglio bene, senza sentire niente…

Dove la gente si crea una vita perfetta agli occhi degli altri, ma quando nessuno li vede, sperano in qualcosa di vero!

(Ejay Ivan Lac)

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Come il Canto del Mare (pensieri)

settembre 17th, 2014

ESSERE SPECIALI
Ognuno, nella vita, deve cercare di dare il meglio di sé,
indipendentemente dal proprio ruolo e ceto sociale.
Svolgere al meglio il proprio lavoro, cercare di essere il miglior genitore,
il miglior compagno, sforzarsi di essere migliori sempre:
questo fa di un uomo, un uomo speciale.

(© Alessia S. Lorenzi da “Come il Canto del Mare” eBook Phasar  2014)
UNA CAREZZA SUL CUORE
La sensibilità sa farci apprezzare la bellezza e l’autenticità delle cose semplici ma grandi;
sa accarezzarci il cuore per un sorriso e sa farci piangere per un dolore non nostro.
Ci rende fragili, ma ci fa cogliere sfumature della vita
che senza di lei non sapremmo cogliere.

(© Alessia S. Lorenzi da “Come il Canto del Mare” eBook Phasar  2014)
LA GIOIA DEI BAMBINI
Capacità di trarre tanto dal nulla e di gioire del poco,
trovare la felicità in quello che si ha,
la spontaneità, l’allegria, la semplicità e l’entusiasmo:
ecco la ricetta della gioia dei bambini.

(© Alessia S. Lorenzi da “Come il Canto del Mare” eBook Phasar  2014)
ASCOLTARE LE EMOZIONI
Se anche sapessimo parlare come il più grande oratore di tutti i tempi,
non riusciremmo a comunicare se non avessimo anche
la pazienza di ascoltare ciò che gli altri hanno da dire
e la capacità di percepire quello che non dicono.

(© Alessia S. Lorenzi da “Come il Canto del Mare” eBook Phasar  2014)
LA GIOIA DI UN SORRISO
La vita non è facile, ma vale la pena vivere ogni attimo, gustarsi ogni istante,
perché in ogni attimo accade qualcosa che ci insegna a vivere. Godere di ogni sorriso,
respirare ogni emozione, osservare la natura intorno a noi come non l’avevamo mai fatto.
Vivere le persone che ci stanno vicino e dare il meglio di noi in modo da poter dire alla fine
della giornata: “Che bello, oggi ho vissuto la vita, non l’ho lasciata scorrere!”.

(© Alessia S. Lorenzi da “Come il Canto del Mare” eBook Phasar  2014)

 

(Tutti i diritti riservati – E’ vietata la riproduzione, anche parziale, del testo o di parte di esso senza la citazione dell’autrice)cop sito

 

 

Volevo che tu mi amassi…

settembre 17th, 2014

Mentre andavo via sentivo lo strappo, dentro, come quando ad un bambino gli tagli il cordone ombelicale che lo tiene legato all’amore. Mentre andavo via cercavo di essere un duro, perchè piangere di fronte ad una donna lo trovo infantile, frustrante. Mentre andavo via stavo seguendo l’istinto, per una volta ho fermato il cuore e ho aperto alla ragione, quella che ti fa vivere e guardare l’amore da prospettive diverse, perchè se l’amore è fatto di pochi attimi che ti fanno vivere, deve essere fatto anche di serenità, di noia, e non di spade che ti trafiggono l’anima ogni giorno. Prima o poi in amore oltre ad usare il cuore, cominci anche con la ragione. E quando la ragione si fa spazio, dentro di te cominci ad avvertire già quello strappo. E allora cominci a respirare la vita, nuova, diversa, ma l’aria non è più il respiro di baci innamorati che si alimentavano l’un l’altro. L’aria non è come quel primo giorno quando ancora sconosciuta già l’amavi. E il primo giorno non ami mai nessuno, il primo giorno ti innamori, poi cominci ad amare. Il primo giorno ami un figlio, che cresce dentro, che ancora deve nascere, e sai che quel cordone che lo tiene legato a te, tagliarlo non significa non amarlo, ma darlo alla vita. Il mio amore per te era cosi, cresceva dentro, prima che io ti incontrassi, era il mio sogno, quello che senti muovere dentro, dentro di te, era vita, era un regalo, era un dono. Un giorno ti chiederai come ho fatto ad andarmene, come ho fatto ad allontanarmi dal mio sogno, un giorno ti chiederai che l’amore non se ne va mai, un giorno ti chiederai tante cose, ma non ti chiederai mai come ho fatto ad amarti ancora, anche quando sono andato via, anche quando il cuore aveva aperto le porte alla ragione. Volevo solo che mi amassi, anche quando l’amore non era mai uguale a ciò che provavo. Anche quando tornava indietro, non mi sono accontentato, perchè chi si accontenta gode, e io non volevo solo godere, volevo anche amare, volevo anche esserlo. Volevo che tu mi amassi come si amano i sogni che si annidano e crescono dentro. Volevo che mi amassi cosi, come si amano i figli, che pur tagliando il cordone ombelicale l’amore diventa vita, e la vita diventa amore, insieme, ogni giorno. Volevo che tu mi amassi cosi, e se non era sogno il tuo amore. Volevo che tu mi amassi quel poco che bastava, per rendere sogno il mio…

 

 

 

 

 

 

 

FRASI DI PAPA FRANCESCO SULLA SCUOLA

settembre 15th, 2014

FRASIAFORISMI

Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. Questo è bellissimo!
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Se uno ha imparato a imparare, questo gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà!
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Gli insegnanti – ha aggiunto – sono i primi che devono rimanere aperti alla realtà, con la mente sempre aperta a imparare!
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Perché se un insegnante non è aperto a imparare, non è un buon insegnante, e non è nemmeno interessante; i ragazzi capiscono, hanno ‘fiuto’, e sono attratti dai professori che hanno un pensiero aperto, ‘incompiuto’, che cercano un ‘di più’, e così contagiano questo atteggiamento agli studenti. Questo è il primo motivo per cui amo la scuola
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La missione della scuola è di sviluppare il senso del vero, del bene e del bello”, che “non sono mai dimensioni separate ma sempre intrecciate
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La vera educazione ci fa amare la vita e ci apre alla pienezza della vita!
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Non lasciamoci rubare l’amore per la scuola!
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La famiglia è il primo nucleo di relazioni: la relazione con il padre e la madre e i fratelli è la base, e ci accompagna sempre nella vita. Ma a scuola noi “socializziamo”: incontriamo persone diverse da noi, diverse per età, per cultura, per origine, per capacità. La scuola è la prima società che integra la famiglia. La famiglia e la scuola non vanno mai contrapposte! Sono complementari, e dunque è importante che collaborino, nel rispetto reciproco. E le famiglie dei ragazzi di una classe possono fare tanto collaborando insieme tra di loro e con gli insegnanti. Questo fa pensare a un proverbio africano tanto bello che dice: “Per educare un figlio ci vuole un villaggio”. Per educare un ragazzo ci vuole tanta gente: famiglia, insegnanti, personale non docente, professori, tutti! Vi piace questo proverbio africano? Vi piace? Diciamolo insieme: per educare un figlio ci vuole un villaggio! Insieme! Per educare un figlio ci vuole un villaggio!
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E poi amo la scuola perché ci educa al vero, al bene e al bello. Vanno insieme tutti e tre. L’educazione non può essere neutra. O è positiva o è negativa; o arricchisce o impoverisce; o fa crescere la persona o la deprime, persino può corromperla. E nell’educazione è tanto importante quello che abbiamo sentito anche oggi: è sempre più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca! Ricordatevelo! Questo ci farà bene per la vita. Diciamolo insieme: è sempre più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca. Tutti insieme! E’ sempre più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca! La missione della scuola è di sviluppare il senso del vero, il senso del bene e il senso del bello. E questo avviene attraverso un cammino ricco, fatto di tanti “ingredienti”. Ecco perché ci sono tante discipline! Perché lo sviluppo è frutto di diversi elementi che agiscono insieme e stimolano l’intelligenza, la coscienza, l’affettività, il corpo, eccetera. Per esempio, se studio questa Piazza, Piazza San Pietro, apprendo cose di architettura, di storia, di religione, anche di astronomia – l’obelisco richiama il sole, ma pochi sanno che questa piazza è anche una grande meridiana. In questo modo coltiviamo in noi il vero, il bene e il bello; e impariamo che queste tre dimensioni non sono mai separate, ma sempre intrecciate. Se una cosa è vera, è buona ed è bella; se è bella, è buona ed è vera; e se è buona, è vera ed è bella. E insieme questi elementi ci fanno crescere e ci aiutano ad amare la vita, anche quando stiamo male, anche in mezzo ai problemi. La vera educazione ci fa amare la vita, e ci apre alla pienezza della vita!
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Auguro a tutti voi, genitori, insegnanti, persone che lavorano nella scuola, studenti, una bella strada nella scuola, una strada che faccia crescere le tre lingue, che una persona matura deve sapere parlare: la lingua della mente, la lingua del cuore e la lingua delle mani. Ma, armoniosamente, cioè pensare quello che tu senti e quello che tu fai; sentire bene quello che tu pensi e quello che tu fai; e fare bene quello che tu pensi e quello che tu senti. Le tre lingue, armoniose e insieme!

FRASI SU MILANO

settembre 13th, 2014

milano piazza del duomo

Non è vero che sono brutta. Non è vero che sopra di me c’è sempre la nebbia. Non è vero che sono fredda e penso solo ai soldi. [..] Per chi mi avete preso? Io sono Milano. E sono una bella signora.
Un giorno a Milano – Raffaella Rietmann, Michele Tranquillini
***

Sì, Milano è proprio bella, amico mio, e credimi che qualche volta c’è proprio bisogno di una tenace volontà per resistere alle sue seduzioni, e restare al lavoro. Ma queste seduzioni sono fomite, eccitamento continuo al lavoro, sono l’aria respirabile perché viva la mente; ed il cuore, lungi dal farci torto non serve spesso che a rinvigorirla. Provasi davvero la febbre di fare; in mezzo a cotesta folla briosa, seducente, bella, che ti si aggira attorno, provi il bisogno d’isolarti, assai meglio di come se tu fossi in una solitaria campagna. E la solitudine ti è popolata da tutte le larve affascinanti che ti hanno sorriso per le vie e che son diventate patrimonio della tua mente.
Giovanni Verga
***

Vorrei che Milano tornasse la città insorta del 1848, piena di virgulti e voglia di cambiamento, una Milano dove l’interesse privato e particolare venisse messo da parte per fare spazio al bene comune.
Antonio Scurati
***

Una volta girovagavo nei desolati quartieri periferici e vagabondavo lungo i terrapieni delle ferrovie, affascinato dal pittoresco romantico di Porta Ticinese, dei canali. Adesso c’è la metropoli dei grattacieli, la city un po’ avveniristica, un po’ provinciale: un misto tra il risotto e l’acciaio, che mi diverte.
Alberto Lattuada
***

Se quand’era tempo avessi potuto compiacere ad un mio desiderio, io sarei andato a vivere alcuni anni a Napoli, alcuni a Milano. Queste due città, una per la sua grande popolazione, l’altra per molte particolari condizioni, sono da qualche tempo la stanza del pensare filosofico in Italia. Esse furono abitate da quasi tutti i nostri scrittori che s’innalzarono ad una certa elevatezza d’idee, ed abbracciarono una certa estensione di principii.
Giuseppe Bianchetti
***

Milano è una città utilitaria, demolita e rifatta secondo le necessità del momento, non riuscendo perciò mai a diventare antica.
Guido Piovene
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Milano è una città piatta. Le sue uniche colline sono artificiali, come il Monte Stella, la “montagnetta di San Siro” creata con le macerie di guerra, o i terrapieni dei ponti ferroviari. In teoria, lo sguardo dovrebbe riuscire a spingersi fino a molti chilometri di distanza, ma altre caratteristiche di Milano vi si oppongono: la nebbia d’inverno, la foschia e l’afa d’estate. Lo spettacolare arco delle Alpi a nord e a ovest di Milano dovrebbe essere il suo orizzonte abituale, ma in realtà le montagne “appaiono” solo qualche volta all’anno. Milano è intimamente legata, nell’immaginario collettivo, al suo clima: la cappa soffocante nei mesi estivi e la nebbia d’inverno. Si dice che un vero milanese nasca “con la nebbia nei polmoni”. Spesso, Milano è letteralmente invisibile, una città in bianco e nero dove pochi, occasionali colori riescono a farsi notare: le diverse sfumature di rosa del Duomo, gli azzurri brillanti dei cieli primaverili. La si ricorda soprattutto come una città grigia, come le sue periferie. Milano viene universalmente considerata una città brutta: la sua bellezza è nascosta, privata, si cela dietro ai portoni sbarrati, negli interni dei cortili, nelle “poche piazze discrete”.
John Foot; Milano dopo il miracolo
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Milano è ossessionata dal lavoro e dal denaro. Le capacità di integrazione della città, il suo carattere cosmopolita (“la piccola mela”) e le sue qualità “americane” di dinamismo, profitto e fascino derivano da questa sua abilità nel produrre, investire e far circolare il denaro. Il mercato azionario italiano ha sede a Milano, in piazza Affari. Da sempre, è qui che le principali industrie e le banche più importanti hanno i loro uffici direttivi, la maggior parte intorno a piazza Cordusio. Dopo la rivoluzione industriale della prima metà del Novecento e il boom, Milano diventa il cuore della rivoluzione postindustriale, e le nuove industrie della moda, della pubblicità e dell’editoria diventano il traino dell’economia regionale.
John Foot; Milano dopo il miracolo
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Milano è per antonomasia la città italiana in cui i diversi passaggi della civilizzazione capitalistica, dalla prima industrializzazione al fordismo fino all’ipermodernità del postfordismo, si sono presentati nella loro dimensione più pura. Milano ha sempre giocato nell’immaginario nazional-popolare il ruolo di simbolo del movimento, della trasformazione, della modernità.

E tuttavia questa città non ha mai dismesso la sua capacità di memoria, di connessione con la sua storia. Lo testimonia il lavoro di un autore, per molti versi “anomalo”, come Giovanni Testori, il quale descriveva l’Apocalisse culturale prodotta dall’industrializzazione fordista raccontando il “Fabbricone” dalla prospettiva della comunità originaria di Novate Milanese, allora comune ella periferia di Milano oggi pezzo della città infinita. Oppure come negli anni ’30 un altro grande lombardo Carlo Emilio Gadda, osservando l’irrompere del gene egoista dell’impresa nell’antropologia della borghesia, scriveva che «negli illuminati salotti della borghesia pacchianissima, si udivano lodi dell’attività pratica, inni allo scaldabagno, ditirambi verso le maniglie di ottone stampato».
Aldo Bonomi , Milano ai tempi delle moltitudini
***

Uno spaccato della storia milanese è corso Buenos Aires, uno dei posti più milanesi di Milano.

Corso Buenos Aires è chiamato anche “la galleria dei poveri”.

È la seconda “vasca” di Milano, intendendo per vasca il contenitore all’interno del quale fanno avanti e indietro gli avventori, quando non si ha nulla da fare e per fortuna, allora, si guarda Milano (le sue vetrine).

A piedi, si arriva a corso Buenos Aires dal Duomo, attraversando il “Corso” (Vittorio Emanuele, “la galleria dei ricchi”) fino a piazza San Babila e da lì verso corso Venezia (un tempo corso di Porta Orientale, fuga dal centro alla campagna), a fianco dei giardini pubblici, fino a piazza Oberdan dove, ramificato da un susseguirsi di stradine che lo collegano alla stazione Centrale, inizia corso Buenos Aires, che si estende fino a piazzale Loreto, uno dei luoghi più incomprensibili del mondo.

Il sabato e la domenica è difficile camminare per corso Buenos Aires. Arriva gente da tutta la provincia di Milano, e camminano avanti e indietro. Arrivano anche, in buona parte, dal Giappone.
A Milano ci sono i giapponesi e i piccioni, tanti.
Non solo loro, ovviamente.
Però ci sono tanti giapponesi e tanti piccioni che fanno avanti e indietro.
I piccioni volano, i giapponesi corrono.
Le due cose si fondono armonicamente, o provano a farlo, in piazza Duomo. Come in una parodia di piazza San Marco a Venezia, ci sono i venditori di mais che fanno le foto ai turisti che danno da mangiare ai piccioni; nelle foto, generalmente, si vedono corpi abbozzati sotto una quantità incongrua di piccioni svolazzanti. Solo i giapponesi si fanno ritrarre mentre nutrono i piccioni.
È una cultura turistica massimalista.
Quella delle magliette “Sono stato in Italia”.
E quindi piazza San Marco a Venezia, il Duomo di Milano la mole Antonelliana piazza del Campo il Colosseo il Vesuvio.
La foto con i piccioni in piazza Duomo.
Sono opere espressionistiche spicciole, inconsapevoli, con la funzione di souvenir massimalisti.
I giapponesi li noti perché sono in gruppi, quasi sempre, e si muovono compatti. Fotografano tutto.
È stato calcolato che chiunque ha un suo ritratto, involontario, in un album di fotografie giapponese.
Un turista giapponese, fotografando tutto, ha fotografato anche te, che del tutto sei parte e sai che di te rimane testimonianza, in un appartamento di Shibuya, ad esempio.
*

Roma è un grande pianeta.

Milano è una stella.

La più grande.

***

Bonvesin de la Riva era un maestro di grammatica nato verso la metà del Duecento e morto nel 1313. Si chiamava così perché “la riva” era la ripa di Porta Ticinese, il quartiere di Milano dove abitava e insegnava.

Bonvesin lo si studia, a volte, nelle scuole superiori e se ne cita la sua vividissima descrizione dell’inferno, un luogo puzzolentissimo dove i diavoli mestolano nei pentoloni i peccatori e se li mangiano.

Ma oltre a questa visionaria descrizione pulp del tenebroso aldilà, Bonvesin de la Riva ci ha consegnato un’opera fondamentale per farci un’idea di come vedesse Milano un erudito di ottocento anni fa: il De magnalibus Mediolani (Le meraviglie di Milano), che riassumeremo qui in parte.

Milano, ci racconta Bonvesin, è una città meravigliosa, ma i milanesi (già allora) hanno troppa fretta e non se ne accorgono. Milano è la città più bella d’Italia. È come il Sole tra i corpi celesti. Secondo Bonvesin, questo dimostra che il papa dovrebbe stare a Milano, e non a Roma, perché Milano è più importante di Roma.

Roma è un grande pianeta.

Milano è una stella.

La più grande.

Così diceva Bonvesin.

Perché?

Perché non ha paludi fetide e schifose, ma limpidi fiumi, e acque molto buone da bere, saporite e leggere.

Le acque di Milano sono meglio del vino.

Bonvesin era fissato, con l’acqua. Ma a quei tempi era normale, perché le reti idriche erano messe malissimo.

Il clima, dice poi Bonvesin, a Milano, è temperato tutto l’anno, e fino a mezzanotte non fa mai freddo.

A Milano, le persone muoiono molto vecchie.

Le strade sono larghe.

I palazzi sono belli.

Le case sono numerose e tutte attaccate.

Le case sono circa dodicimilacinquecento.

La città è rotonda, e al centro c’è una corte con un bellissimo palazzo.

La città è cinta di mura e ha sei porte. Ogni porta ha due torri. Ci sono duecento chiese e quattrocentottanta altari. Ci sono centoventi campanili e duecento campane. Chi sale sulla torre del palazzo al centro della città vede dei bellissimi paesi, tra i quali Monza. Oltre a Monza ci sono altri centocinquanta paesi che circondano Milano, e sono tutti belli.

Ci sono tante cascine, fiumi, eremi, frutteti.

Chi visita Milano e i suoi dintorni, dice Bonvesin, “anche girando il mondo intero non troverà mai un simile paradiso di delizie”.

I milanesi maschi e femmine sorridono sempre e non ingannano.

Vivono con decoro e si vestono bene.

Sono molto religiosi.

La popolazione si espande in continuazione, perché l’acqua è buona.

I malati possono andare negli ospedali, che in città sono dieci e in periferia quindici. Tutti i malati poveri vengono curati gratis.

Ci sono quattrocento frati che vivono di elemosina.

Diecimila preti.

Centoventi giudici.

Millecinquecento notai.

Sei trombettieri.

Ventotto medici.

Cento cinquanta chirurghi.

Otto professori di grammatica.

Centocinquanta cantanti.

Settanta maestri.

Seicento fornai.

Mille mercanti.

Quattrocentocinquanta macellai.

Quattrocento pescatori.

Trenta fabbricanti di campanelle per cavallo.

Cento nobili che vanno a caccia di falconi.

Più di cento fabbricanti di corazze per soldati.

Duemila morti sepolti in tombe di marmo o di selce.

Milano, continua Bonvesin, produce ceci, fagioli, grano, segale, miglio, lenticchie, rape, ciliegie aspre, ciliegie dolci, prugne bianche, prugne rossicce, fichi grossi e nocciole piccole adatte alle donne, pesche, pere, pomodori, castagne, bietole, lattuga, sedano, prezzemolo, finocchio, zucche, trifogli, viole, rose.

Ci sono buoi, pecore, capre, cavalli, muli, asini.

Alberi, fave, olio, pane, vino, carne, galline, pavoni, fagiani, cani, allodole, merli, arieti, anatre, miele, ricotte, latte, gamberi, pesci grossi appetitosi, lino, seta, pepe, sale.

Quattro volte all’anno ci sono i mercati generali.

Due volte alla settimana i mercati di rione.

Nessuno sta mai fermo.

C’è tanto da fare.

Gli uomini corrono di qua e di là.

Le donne sposate corrono di qua e di là.

Le donne vergini corrono di qua e di là.

I fanciulli corrono di qua e di là.

Aldo Nove, Milano non è Milano
***

Milano è come la punta di un iceberg.
Sotto, immensa, c’è la sua storia. Ogni tanto un’onda ne scopre un frammento, prima che le acque, nell’opera di corrosione inarrestabile che questa città si è proposta per esistere sempre presente a se stessa, nel presente, lo riportino sotto.
Millenni underground.
Per conoscerla, bisogna avere la pazienza di ascoltarla.
Con lo stetoscopio.
Come pulsa dentro.
Bisogna saperla sentire.
Suo malgrado.
Dove rivela la sua memoria. Diceva Nietzsche che la vitalità non trae giovamento dalla storia. Chi vive, se vuole andare avanti, deve dimenticare.
Il suo passato.
E Milano si dimentica, si trasforma come la divinità azteca con cui abbiamo iniziato questo libro.
Per sopravvivere a se stessa.
Aldo Nove, Milano non è Milano
***

E mentre ti vedo andar via…..

settembre 12th, 2014

E mentre ti vedo andar via rivivo la nostra storia

un tuffo al cuore ed è già amore

un amore impossibile di chi sa che

non rivedrà il tuo sorriso i tuoi occhi

poi l’impossibile diventa realtà

noi la nostra storia d’amore:

abbracciati stretti stretti da sembrare un corpo solo

baciarsi ad occhi chiusi per escludere il mondo

cercarsi negli occhi per essere sicuri di essere noi

sussurrarsi parole con un fil di voce ti amo

ti amo ti amoooooooooooooooooooo

sempre le stesse e non stancarsi mai di ripeterle

il tuo noi per sempre i miei tentennamenti

poi all’improvviso le tue assenze i tuoi silenzi

i tuoi tradimenti….. la mia disperazione

perderti…. ritrovarti…..

miei errori   segnano la fine del nostro grande amore

non hai saputo perdonare non amavi abbastanza

e mentre ti vedo andar via rivivo la nostra storia…….

 

lasciare-andare

 

 

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