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RIFLESSIONI SULL’AMICIZIA

Non sono poche le persone che, finiti gli argomenti di discussione, non si fanno scrupoli a spendere gli affari segreti dei loro amici per non tradire l’imbarazzo
FRIEDRICH NIETZSCHE
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La condivisione di una gioia, non la partecipazione al dolore, fa di un uomo un vero amico.
FRIEDRICH NIETZSCHE
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per capire in che misura i nostri amici ci vogliono bene, basta trattarli male una volta.
FRIEDRICH NIETZSCHE
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Meglio fare amicizia con chi ha sempre da fare. L’ozioso, infatti, se non ha gran che di cui occuparsi, parla dei suoi amici e s’immischia rendendosi molesto.
FRIEDRICH NIETZSCHE
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Quando ci trasformiamo profondamente, gli amici che non sono cambiati diventano fantasmi del nostro passato: la loro voce ci risuona come da ombre e ci fa rabbrividire, come se sentissimo noi stessi, ma più giovani, più duri, più immaturi
FRIEDRICH NIETZSCHE
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Non dire al tuo amico ciò che il tuo nemico non deve sapere
ARTHUR SCHOPENHAUER
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Avere dei buoni amici è per molti un dono molto più grande di quello di essere essi stessi buoni amici
FRIEDRICH NIETZSCHE
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Gli amici di casa sono chiamati così per lo più a ragione, perchè sono amicipiù della casa che del padrone, sono cioè più simili ai gatti che non ai cani
ARTHUR SCHOPENHAUER
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Meglio un’inimicizia di legno massiccio che un’inimicizia di vimini
FRIEDRICH NIETZSCHE
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Sebbene amicizia, amore e matrimonio siano legami molto forti per gli uomini, in fondo ciascuno è completamente onesto soltanto con se stesso
ARTHUR SCHOPENHAUER
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Non siamo legati da niente , ma troviamo piacere l’uno nell’altro, nella misura in cui l’uno giova all’indole dell’altro anche se questa è antitetica alla propria
FRIEDRICH NIETZSCHE
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Se non possiamo più esaudire le sue speranze, tanto vale che il nostro amico diventi il nostro peggior nemico.
FRIEDRICH NIETZSCHE
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Sala d’aspetto: dove ci si incontra, si condivide l’attesa, a volte si fa amicizia.
Sergio Conti
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Lui, che una dimora non l’aveva, poiché la terra natale l’aveva perduta molto tempo prima e non aveva mai imparato ad appartenere a un altro posto, che cosa avrebbe fatto della sua vita in quella città aperta, brulicante di stranieri come lui? Eppure quegli stranieri gli si rivolgevano nella sua stessa lingua e, forse, avevano in mente i suoi stessi pensieri. Cosa, d’altra parte, avrebbe potuto aspettarsi dalla città in cui si trovava? Vecchia signora imperiale, austera e senza più un trono, gli aveva concesso di varcare i suoi confini senza chiedergli niente in cambio, ma non gli aveva fatto alcun dono particolare, a parte un’inaspettata amicizia. E cosa vedeva in lui la donna che considerava amica e che fino a poco tempo prima era solo un’estranea? Che cosa rappresentava per lei? Forse una curiosità, una fonte inesauribile di storie, un esotico trofeo, o un mezzo per dissipare il suo senso di colpa occidentale? No, diceva a se stesso, era un’amica, una persona che gli aveva teso la mano, estranea in quella città di estranei e – per quanto potesse sembrar strano – sola come lo era lui, mossa non da un sentimento di compassione, o al limite di curiosità, ma in cerca di un compagno con cui parlare, durante le lunghe, umide giornate di primavera.
Aamer Hussein * Un altro albero di gulmohar

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