Rivendico il diritto alla gioia
e quello al dolore.
Al mostrarmi come sono
e a non avere maschere.
Il diritto di ridere e piangere.
Il diritto alla solitudine rumorosa.
Il diritto allo straziarmi il cuore
nel dolore e nel gioire.
Rivendico con me stesso il diritto a conservare,
a trattenere,
a non buttare via nulla.
A conservare i momenti belli e quelli brutti, nello stesso cassetto.
Rivendico ogni scelta della mia vita,
anche quelle sbagliate col senno di poi,
e se ne devo, ho dovuto, pagare un prezzo,
rivendico di pagare anche quello – con gli interessi.
Nel giorno del mio Natale
mi regalo una solitudine
non voluta
ma consapevole.
Mi concedo il diritto di condividerla,
certo che gli amici veri non la vedranno come un peso sulle loro spalle.
Mi concedo una festa privata
con gli amici che non ci sono – e con quelli che non ci sono più.
Nel giorno del mio Natale
mi regalo una preghiera
mi concedo di scomparire
mi regalo l’opacità del camminare invisibile.
Ed è proprio quello che non si potrebbe che vorrei
ed è sempre quello che non si farebbe che farei
ed è come quello che non si direbbe che direi
quando dico che non è così il mondo che vorrei
Uno si costruisce grandi storie, questo è il fatto, e può andare avanti anni a crederci,
non importa quanto pazze sono, e inverosimili, se le porta addosso, e basta.
Si è anche felici, di cose del genere. Felici.E potrebbero non finire mai. Poi, un giorno, succede che si rompe qualcosa,
nel cuore del gran marchingegno fantastico, tac.
Senza nessuna ragione, si rompe d’improvviso e tu rimani lì,
senza capire come mai tutta quella favolosa storia non ce l’hai più addosso,
ma davanti, come fosse la follia di un altro, e quell’altro sei tu. Alessandro Baricco, da “Oceano Mare“
Nella vita di un uomo, prima o poi,
arriva un giorno in cui, per andare dove deve andare,
se non ci sono porte né finestre,
gli tocca sfondare la parete.
Bisogna vedere quel che non si è visto,
vedere di nuovo quel che si è già visto,
vedere in primavera quel che si è visto in estate,
vedere di giorno quel che si è visto di notte,
con il sole dove la prima volta pioveva,
la pietra che ha cambiato posto. José Saramago
Ed è da quel caldo giorno dell’estate 1997,
all’età di 22 anni, che iniziai ad usare questo
amuleto per entrare in un mondo tutto mio,
chiamato “Khepri”, un luogo dove rifugiarmi
e dove combattere il male del mondo, della realtà,
dove rigenerarmi per affrontare il presente.
Quando mi stendo sul letto e leggo il rituale
sacro posto sul retro dello scarabeo immagino
che da quest’ultimo partano delle bende che
avvolgono il mio corpo, mummificandomi.
È allora che inizia la mia lotta interiore, è in
tal modo che ho fatto diventare Khepri parte
integrante di me, generando il mio mondo interiore”.