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LUNGO CAMMINO VERSO LA LIBERTA’ * NELSON MANDELA

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Oltre alla vita, a un fisico robusto, e a un antico legame con la casa reale thembu, l’unica cosa che mio padre mi ha conferito alla nascita è stato un nome: Rolihlahla. In xhosa Rolihlahla significa letteralmente «che tira il ramo di un albero», ma il suo significato colloquiale potrebbe esser reso più felicemente con «attaccabrighe». Non credo che il nome rappresenti il destino di una persona, né che mio padre abbia in qualche modo divinato il mio futuro, ma negli anni a venire amici e parenti ebbero spesso ad ascrivere al mio nome i non pochi scompigli che ho causato o ai quali sono riuscito a scampare
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Mio padre era un uomo alto e di pelle scura, con un portamento dritto e solenne che mi piace pensare di aver ereditato. Proprio sopra la fronte aveva un ciuffo di capelli bianchi: da ragazzo, per imitarlo, prendevo della cenere bianca e me la strofinavo tra i capelli. Mio padre era severo nei modi, e non risparmiava il bastone quando si trattava di imporre la disciplina tra i suoi figli. Sapeva essere oltremodo ostinato, un altro tratto che può essersi malauguratamente tramandato di padre in figlio.
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Nella cultura africana i figli e le mogli delle proprie zie e dei propri zii sono considerati fratelli e sorelle, non cugini. Noi non pratichiamo le stesse distinzioni tra parenti in uso tra i bianchi. Non abbiamo fratellastri o sorellastre. La sorella di mia madre è mia madre; il figlio di mio zio è mio fratello; il figlio di mio fratello è mio figlio, o figlia.
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A quel tempo la mia vita, e quella della maggior parte degli xhosa, era modellata dalla tradizione, dai rituali e dai tabù. Questi erano il principio e la fine della nostra esistenza, e nessuno osava metterli in discussione. Gli uomini seguivano il sentiero tracciato per loro dai padri; le donne conducevano la vita che avevano condotto le madri. Senza che nessuno me ne avesse parlato, imparai presto le regole che governavano i rapporti tra uomini e donne. Scoprii che un uomo non può entrare in una casa dove una donna ha di recente partorito un bambino, e che una donna fresca di matrimonio non può varcare il recinto della sua nuova casa senza un elaborato rituale. Imparai anche che non curarsi degli antenati porta sfortuna e fallimento nella vita. Se uno disonorava in qualche modo gli antenati, l’unico mezzo per rimediare al torto era quello di rivolgersi a un guaritore tradizionale o a un anziano della tribù, i quali comunicavano con gli antenati e presentavano loro profonde scuse. Tutte queste credenze mi sembravano perfettamente normali.
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Una notte – avevo nove anni – percepii nella casa un insolito movimento. Mio padre, che visitava a turno le sue mogli e di solito si fermava da noi circa una settimana al mese, era arrivato. Però la scadenza non era la solita, perché sarebbero mancati ancora alcuni giorni alla data prevista per il suo arrivo. Lo trovai nella capanna di mia madre, coricato sul pavimento, squassato da un interminabile accesso di tosse. Perfino ai miei occhi inesperti fu chiaro che mio padre non sarebbe stato più a lungo di questo mondo. Aveva qualche grave malattia polmonare, ma una diagnosi precisa non era mai stata fatta, perché si era sempre rifiutato di andare dal medico. Restò nella capanna vari giorni senza mai muoversi né parlare, poi una sera sembrò volgere al peggio. Lo assistevano mia madre e la più giovane delle mogli di mio padre, Nodayimani, che era venuta a stare con noi. Quella notte, sul tardi, mio padre chiamò Nodayimani e le disse: «Portami il tabacco». Mia madre e Nodayimani si consultarono e conclusero che non era saggio che fumasse in quelle condizioni. Ma egli pregò insistentemente finché Nodayimani riempì la pipa, la accese e gliela portò. Fumando, si calmò. Continuò a fumare per circa un’ora e infine, la pipa ancora accesa, morì.
Non ricordo tanto il dolore di quella perdita, quanto la sensazione di sentirmi perso. Benché mia madre fosse il perno della mia esistenza, lui era per me un modello. La sua morte mi cambiò completamente la vita.
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Appena ottenute le carte per il divorzio da Evelyn, dissi a Winnie che doveva andare da Ray Harmel, la moglie di Michael Harmel, a farsi fare un abito da sposa. Oltre a essere un’attivista, Ray era un’ottima sarta. Chiesi a Winnie quante damigelle volesse avere e le consigliai di andare a Bizana per informare i suoi genitori del fatto che stavamo per sposarci. Scherzosamente, Winnie raccontava alla gente che io non le avevo fatto la domanda; ma io dicevo che gliel’avevo chiesto al nostro primo appuntamento, e che da quel momento lo avevo dato semplicemente per scontato.
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Abitai a Johannesburg nella casa di un medico, dormendo la notte negli alloggi della servitù e lavorando di giorno nello suo studio. Se qualcuno arrivava durante il giorno sgusciavo fuori in cortile e fingevo di essere il giardiniere. Poi trascorsi una quindicina di giorni in una piantagione di zucchero nel Natal, vivendo con un gruppo di braccianti africani e le loro famiglie in un piccolo villaggio di nome Tongaat, sulla costa vicino a Durban. Abitavo in una pensione fingendomi un tecnico agrario venuto per conto del governo a valutare i terreni.
L’organizzazione mi aveva fornito gli attrezzi del mestiere, e per una parte della giornata raccoglievo campioni del suolo e facevo delle prove. Capivo poco quello che facevo, e non penso di essere riuscito a ingannare gli abitanti di Tongaat. Ma quegli uomini e quelle donne, per la maggior parte contadini, erano naturalmente discreti, e non fecero domande sulla mia identità neppure quando incominciarono a vedere che di notte venivano da me delle persone, tra cui alcuni noti politici locali. Spesso partecipavo alle riunioni di notte e dormivo di giorno, un orario un po’ insolito per un tecnico di agricoltura. Ma anche se mi dedicavo ad altre faccende, mi sentivo vicino alla piccola comunità che mi ospitava. La domenica assistevo alle funzioni, e mi piaceva lo stile antiquato di quei preti cristiani sionisti che battevano i pugni sulla Bibbia. Stavo quasi per decidere di partire quando un giorno mi fermai a ringraziare un vecchio che mi aveva aiutato. Egli disse: «Tu sei naturalmente il benvenuto, ma dicci per favore, Kwedeni [giovane], che cosa vuole il capo Luthuli?». Fui colto alla sprovvista, ma subito risposi: «Bene, sarebbe meglio che tu glielo chiedessi personalmente, non credo di poter parlare per lui, ma come io l’ho capita vuole che ci venga restituita la nostra terra, che i nostri re riprendano il potere, e che la gente sia in grado di determinare il proprio futuro e di decidere la vita che vuole condurre».
«E come farà a ottenere tutto questo se non dispone di un esercito?» disse il vecchio.
Avrei voluto dire a quel vecchio che mi stavo impegnando proprio per costruire quell’esercito, ma non potevo. Anche se i sentimenti del vecchio mi furono d’incoraggiamento, cominciai tuttavia a temere che anche altri avessero indovinato la mia missione. Di nuovo ero rimasto troppo a lungo in un posto, e la notte successiva partii in sordina così come in sordina ero arrivato.
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Molti hanno una visione idealistica della natura egualitaria della società africana, e anche se in generale sono d’accordo che lo sia, sta di fatto che gli africani non sempre si trattano da eguali. L’industrializzazione ha svolto un ruolo importante nell’introdurre gli africani delle città alla percezione della condizione sociale comune ai bianchi. Per quegli uomini io ero un inferiore, un servo, una persona senza mestiere, e quindi da trattare con disprezzo. Facevo così bene la mia parte che nessuno di loro sospettò mai che fossi qualche cosa di diverso da quello che sembravo.
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I momenti più belli alla fattoria erano quando mia moglie e i miei figli venivano a trovarmi. Quando i Goldreich si furono installati, Winnie veniva a trovarmi nei fine settimana. Eravamo attentissimi riguardo ai suoi movimenti: un autista passava a prenderla e la faceva scendere in un certo posto; lì veniva raccolta da un altro autista, che infine la recapitava alla fattoria. In seguito venne da sola in macchina con i bambini, prendendo una strada il più possibile indiretta. Ancora la polizia non seguiva tutte le sue mosse.
Talvolta in quei fine settimana sembrava che il tempo si fosse fermato, che quelli non fossero momenti rubati ma la normalità della nostra vita. Paradossalmente, godevamo di maggiore intimità a Liliesleaf che non a
casa. I bambini potevano correre e giocare all’aperto e, per quanto provvisoriamente, in quella nicchia idilliaca eravamo al sicuro.

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