Un abbraccio

maggio 4th, 2015

un abbraccio

Cos’è un abbraccio?
Sono sicuro che i più romantici avranno pensato subito al pensiero che circola in rete ed attribuito ad un famoso scrittore…( a mio avviso erroneamente ), il quale soddisfa esaurientemente il significato di questo dolcissimo e tenero gesto, donandogli le migliori virtù umane.
Ma esiste anche un altro significato, forse meno nobile ma altrettanto veritiero.
Un abbraccio è anche un nascondere il viso, quindi lo sguardo, all’attenzione dell’altra persona. Tenendola stretta a noi la rincuoriamo, come se dicessimo “ va tutto bene”, mentre con lo sguardo siamo oltre alle loro spalle, persi in chissà quali verità, impedendole di vedere cose che potrebbero rovinare il rapporto. A volte un abbraccio è una pietosa bugia per non ferire.

(Stefano64)

RIDERE COME MATTI

maggio 4th, 2015

Adesso ho trentadue anni, mi sento più saggio ma la mia anima, è rimasta ferma a quindici anni, gioco e mi diverto…

Come se il tempo si fosse fermato lì, in quella stanza fatta di fantasie e sogni, quell’età dove si spera e si aspetta, quel domani, fatto di successi!

Restare fermi a quel tempo, mentre tutto cresce, rimanere bambini, per continuare a sognare e ridere come matti!

(Ejay Ivan Lac)

ridere

In Amore di Xavier Wheel

maggio 2nd, 2015

In amore xavier wheel

 

In Amore…

Non pensare che la grandezza di un amore si possa misurare

in base alla grandezza dei caratteri con cui lo si scrive,

o che l’intensità di un amore

dipenda da quanto frequentemente pronunci le parole:

“Ti Amo”.

L’amore è racchiuso nei piccoli gesti di ogni giorno,

in un sorriso, in uno sguardo, in una frase appena bisbigliata.

L’amore non è solo stare vicini,

ma constatare quante volte

il tuo pensiero va alla persona amata

quando essa è lontana.

In amore il significato di certi silenzi

è così profondo ed eloquente,

che sarebbe un peccato interromperlo

con delle banali parole.

In amore, la gelosia è inutile,

perché chi ama non farebbe mai nulla

che possa far soffrire la persona amata.

L’amore è immune al logorio del tempo,

non si piega sotto il peso delle piccole e grandi difficoltà

che ci affliggono ogni giorno.

Non si spezza o si indebolisce per un banale litigio,

perché l’imperativo dell’amore è costruire, non distruggere.

 

Xavier Wheel

PICCOLE CATASTROFI * GUIDO QUARZO

aprile 30th, 2015

GUIDO QUARZO

Questa è la storia di Franco Nervetti
Convinto d’essere  senza difetti.
Che avesse torto oppure ragione
troncava sempre la discussione.
E per sentirsi ancor più sicuro
finì per parlare soltanto col muro.

Guido Quarzo, piccole catastrofi
***

Questa è la storia di PincoPallone
gran calciatore e famoso burlone.
Le palle in campo non le calciava
ma…sempre più grosse le raccontava.
A forza di balle tanto si gonfiò
che in centro campo alla fine scoppiò.

Guido Quarzo, piccole catastrofi
***

Questa è la storia di Lisa Cipolla
che piange a fontana per un nonnulla.
Cadendo si fece un graffietto ai ginocchi
e un fiume di lacrime sgorgò dai suoi occhi.
Un fiume in piena che andò verso il mare
e Lisa Cipolla rischiò di annegare.

Guido Quarzo, piccole catastrofi
***

Questa è la storia di Peppa Porcella
che non lavava mai collo né ascella
E aveva un odore piuttosto deciso
Che a quelli intorno toglieva il sorriso
Un giorno salì sopra un tram affollato
e svennero tutti per mancanza di fiato
Guido Quarzo, piccole catastrofi
***

CHE COS’E’ L’ESPERIENZA?

aprile 29th, 2015

esperienza

Se vogliamo capire cosa sia questa «esperienza» dobbiamo rispondere alla domanda: «Che cosa comporterebbe la sua assenza dal mondo?».

Come cambierebbero le cose se nell’universo non esistesse l’esperienza personale? Possiamo fornire una serie di risposte. La prima è che non cambierebbe nulla, perché la coscienza è sempre stata solo un’illusione. (Tuttavia, mi permetto di far notare che se la coscienza fosse un’illusione sarebbe l’unica cosa non riducibile a un algoritmo.)

Un’altra possibile risposta è che l’intero universo scomparirebbe, dato che ha bisogno della coscienza. È un’idea nata tra i seguaci dei primi lavori del fisico John Archibald Wheeler , un tempo convinto che la coscienza tenesse in vita le cose svolgendo il ruolo dell’osservatore nelle interazioni su scala quantistica.

Un’altra risposta potrebbe essere che una versione dell’universo priva di coscienza sarebbe simile ma non identica, perché le persone diventerebbero più apatiche. È l’approccio di alcuni scienziati cognitivi, per i quali la coscienza svolge una funzione pratica specifica, ma limitata, nel nostro cervello.

E poi c’è un’ultima risposta: se non esistesse la coscienza delle cose, la traiettoria di tutte le particelle rimarrebbe invariata. Ogni misurazione nell’universo darebbe risultati identici. Ma non esisterebbe il «macroscopico», né gli oggetti di tutti i giorni: non ci sarebbero case, né mele, né cervelli che possano percepirli. Non ci sarebbero nemmeno parole o pensieri, anche se gli elettroni e i legami chimici che li avrebbero composti nel cervello rimarrebbero esattamente gli stessi.

Soltanto le particelle che compongono le cose esisterebbero, e nella stessa posizione in cui si trovano in presenza della coscienza, ma non esisterebbero le cose. In altre parole, la coscienza fornisce un’ontologia alle particelle. Senza coscienza, l’universo potrebbe essere descritto semplicemente come un insieme di particelle. O, per chi preferisce il paradigma computazionale, sarebbe solo un insieme di bit senza struttura dati. Non significherebbe nulla, perché non si potrebbe fare esperienza di nulla.

La discussione potrebbe farsi anche più complicata: tra i diversi livelli di descrizione del mondo materiale, infatti, le informazioni circolano con una larghezza di banda limitata, quindi è possibile che qualcuno identifichi dinamiche di livello macroscopico che le interazioni tra particelle non riuscirebbero a descrivere. Ma più il processo è macroscopico, più è soggetto a interpretazioni divergenti da parte degli osservatori. In un sistema quantistico minimo è possibile eseguire solo un certo numero di misurazioni, quindi anche se si può discuterne l’interpretazione è più arduo discuterne la fenomenologia. In un sistema più vasto non è così. Quali indicatori economici sono essenziali? Non c’è consenso al riguardo.

Il punto è che per descrivere l’universo percepito si cerca sempre di liberarsi dell’osservatore percipiente, e naturalmente è impossibile verificare che progetti di questo tipo giungano a compimento.

È per questo che non penso che la ragione possa stabilire in via definitiva se le persone sono «speciali» o meno. Simili tesi richiamano i tentativi di Kant di usare la ragione per dimostrare o confutare l’esistenza di Dio. Che il dibattito sia su Dio o sulle persone, lo schema è più o meno lo stesso. Dunque non posso dimostrare che le persone siano speciali, e nessuno può provare il contrario, ma posso sostenere che presumere che siamo speciali sia una scommessa migliore, perché così facendo abbiamo poco da perdere e tutto da guadagnare.

La dignità ai tempi di Internet, Jaron Lanier

Il computer di sant’Agostino * Alberto Manguel

aprile 28th, 2015

MANGUEL-A_computer1

Quando avevo otto o nove anni, in una casa che ormai non esiste più, mi fu regalata una copia delle Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo Specchio. Come molti altri lettori, ho sempre avuto la sensazione che l’edizione in cui si legge un libro per la prima volta rimanga, per il resto della vita, quella originale. La mia, grazie al cielo, era impreziosita dalle illustrazioni di John Tenniel ed era stampata su carta spessa color crema che odorava misteriosamente di legna arsa.

C’erano parecchie cose che non capivo in quella mia prima lettura di Alice, ma non sembrava avere grande importanza. Imparai in tenerissima età che, salvo si legga per scopi diversi dal puro piacere (come tutti a volte dobbiamo fare a causa dei nostri peccati), si può tranquillamente volare rasentando perigliosi acquitrini, farsi strada in giungle intricate, saltare d’un balzo solenni e monotone pianure, e lasciarsi semplicemente trasportare dalla vigorosa corrente del racconto. Alice, che non vedeva l’utilità di un libro «senza figure e senza dialoghi», sarebbe stata senz’altro d’accordo.

Per quanto ricordi, quelle avventure mi sembrarono un vero e proprio viaggio nel quale io stesso accompagnavo la povera Alice. Cadere nella buca del coniglio e attraversare lo specchio non erano che inizi, banali e meravigliosi quanto salire su un autobus. Ma il viaggio! A otto o nove anni, la mia incredulità non era tanto sospesa quanto ancora inesistente, e la narrazione a volte mi sembrava più vera della vita di ogni giorno. Non che pensassi che un posto come il Paese delle Meraviglie esistesse davvero, ma sapevo che era fatto della stessa materia della mia casa e della mia strada, dei mattoni rossi della mia scuola.

Un libro cambia ogni volta che lo leggiamo. Quella prima Alice di quando ero bambino fu un viaggio, come l’ Odissea o Pinocchio, e io mi sono sempre sentito più un’Alice che un Ulisse o un burattino di legno.
***

Le letture vere sono sempre sovversive, sono fatte controvoglia, come Alice – lettrice sensata – ha avuto modo di scoprire nel mondo oltre lo specchio, popolato da gente che dà nomi insensati. Un primo ministro canadese smantella la ferrovia e lo chiama «progresso»; un uomo d’affari svizzero traffica in merce rubata e lo chiama «commercio»; un presidente argentino protegge degli assassini e la chiama «amnistia». Per ribellarsi a questi termini impropri il lettore può cercare tra le pagine dei suoi libri. In questi casi la lettura ci aiuta a rimanere coerenti nel caos, non a eliminarlo; a far progredire l’esperienza al suo ritmo vertiginoso, non a imbrigliarla in strutture verbali; ad attingere dall’oscurità, non a fidarci della superficie scintillante delle parole.
***

George Steiner ipotizzava che l’olocausto avesse tradotto in una realtà di carni e ossa bruciacchiate gli orrori del nostro inferno immaginario; forse questa traduzione segnò l’inizio della nostra incapacità di immaginare la sofferenza di un’altra persona. Nel Medioevo, ad esempio, i raccapriccianti tormenti inflitti ai martiri, presenti in innumerevoli dipinti, non venivano mai considerati come semplici immagini di orrore: illuminati dalla teologia (per quanto dogmatica e catechistica fosse), che li alimentava e li definiva, la loro rappresentazione doveva aiutare lo spettatore a riflettere sulla sofferenza nel mondo. Non è detto che tutti gli spettatori avrebbero colto quanto stava oltre la pura morbosità della scena, ma si apriva comunque sempre uno spiraglio per una riflessione più profonda. Del resto, un’immagine o un testo possono soltanto offrire l’opportunità di leggere qualcos’altro o di leggere più attentamente, ma il lettore o lo spettatore possono anche respingere questa possibilità, perché in definitiva testo e immagine altro non sono che segni sulla carta e pennellate su una tavola o sulla tela.
***

Nelle mie letture erratiche scoprii anche che una singola immagine può determinare la riuscita dell’intera poesia. Intorno al 1700 a.C. una poetessa sumera scrisse:

Donandomi al mio giovane consorte –
diventerò mela
aggrappata al ramo,
avvolgerò il picciolo
con le mie dolci carni.
***

«Abbiamo collocato il sesso», disse il saggio Montaigne , «entro i confini del silenzio.»
***

Post scriptum: Credo che la lettura, come l’atto erotico, debba in fondo rimanere un atto anonimo. Dovremmo essere in grado di infilarci in un libro o nel letto come fa Alice attraversando il bosco oltre lo specchio, sbarazzandoci dei pregiudizi del nostro passato e abbandonando per quell’attimo che ci vede uniti i nostri orpelli sociali. Leggendo o facendo l’amore, dovremmo essere in grado di perderci nell’altro, nel quale – per mutuare l’immagine di san Giovanni – siamo trasformati: il lettore nello scrittore nel lettore, l’amante nell’amante nell’amante. Jouir de la lecture, «godere della lettura», come dicono i francesi, che usano la stessa parola per definire il piacere che si trae dall’orgasmo e dalla lettura.
***

Vladímir Nabokov , criticato dall’amico Edmund Wilson per aver fatto una traduzione di Evgenij Onegin «con pecche e tutto», rispondeva che compito del traduttore non è quello di migliorare o commentare l’originale, ma quello di fornire al lettore ignorante di una certa lingua un testo riformulato con tutte le parole equivalenti di un’altra lingua. Pare che Nabokov ritenesse (anche se stento a credere che il maestro artigiano intendesse proprio questo) che le lingue sono «equivalenti» sia per significato che per suono, e che quanto si immagina in una lingua può essere ri-immaginato in un’altra – senza dover ricreare tutto ex-novo. Ma come ogni traduttore scopre all’inizio della prima pagina, la verità è che la fenice immaginata in una determinata lingua non è altro che un pollo ruspante in un’altra, e che per investire quel particolare volatile della maestosità dell’uccello risorto dalle proprie ceneri, è possibile che un’altra lingua richieda la scelta di una creatura diversa, estrapolata da bestiari che abbiano una propria concezione di stranezza. In inglese, ad esempio, la parola phoenix conserva tuttora un’eco esotica ed evocativa, mentre in spagnolo, ave fénix fa parte della pomposa retorica ereditata dal Seicento.

Nell’alto Medioevo, traduzione (dal participio passato del latino transferre) significava trasportare le reliquie di un santo da un posto all’altro. Talvolta queste traslazioni erano illegali, come quando le spoglie sacre venivano trafugate da una certa città per accrescere la gloria di un’altra. Fu così che i resti di san Marco furono trasportati da Costantinopoli a Venezia, nascosti in un carro carico di carne di maiale, che le guardie turche ai cancelli della città si rifiutarono di toccare. Sottrarre qualcosa di prezioso e farlo proprio con ogni mezzo possibile: forse questa definizione si adatta alla traduzione letteraria meglio di quella di Nabokov.

Nessuna traduzione è mai innocente. Ogni traduzione implica una lettura, la scelta di un soggetto e di un’interpretazione, il rifiuto o la soppressione di altri testi, la riformulazione con termini imposti dal traduttore che, per l’occasione, usurpa il titolo di autore. Poiché una traduzione non può essere imparziale, non più di quanto possa essere oggettiva una lettura, l’atto del tradurre implica una responsabilità che si estende ben oltre i limiti della pagina tradotta, e non riguarda soltanto il passaggio da una lingua all’altra, ma spesso si manifesta all’interno della stessa lingua, passando da un genere all’altro, o dagli scaffali di una letteratura all’altra. Ecco perché non tutte le «traduzioni» sono riconosciute come tali: quando Charles e Mary Lamb trasformarono le commedie di Shakespeare in racconti in prosa per bambini, o quando Virginia Woolf incluse generosamente le versioni di Turgenev fatte da Constance Garnett nel «gregge della letteratura inglese», gli spostamenti di quei testi alla nursery o alla British Library non furono ritenuti «traduzioni» in senso etimologico. Vuoi si tratti di Pork, Lamb, o Woolf, ogni traduttore maschera il testo dietro un altro significato, avvincente o denigratorio.

Se la traduzione fosse un semplice atto di scambio, non offrirebbe più occasioni di distorsione e di censura (o di miglioramento e di spiegazione) di quante ne offra una fotocopia o, al massimo, una scriptorium transcription. Ma ahimè, con buona pace di Nabokov, non è così. Se riconosciamo che ogni traduzione, per il semplice fatto di trasferire il testo in un’altra lingua, in un altro luogo e in un altro tempo, lo modifica in meglio o in peggio, dobbiamo anche riconoscere che ogni traduzione — traslitterazione, nuova narrazione, nuova etichettatura — aggiunge al testo originale una lettura prét-a-porter, un commento implicito. Ed è qui che entra in scena la censura.

POSSIAMO FERMARCI PER UN PERIODO

aprile 27th, 2015

La vità è corta, ma non abbastanza per imparare ad amare le tue labbra.

Possiamo fermarci per un periodo, e passare i giorni della nostra esistenza baciando, e toccando il nostro corpo, così possiamo rendere la vita immensa, e tutto sembrerà non aver mai fine.

Vedremo salire e scendere il nostro sole, fiorire e crescere, i nostri fiori, in questo mondo bellissimo, io e te… daremo una ragione alla nostra esistenza, amando la nostra anima, cosa, che molti non sanno più fare!

(Ejay Ivan Lac)

bacio-sul-collo1

VANTARSI DI SAPERE

aprile 27th, 2015

Vantarsi di saperne più di altri, è un messaggio di debolezza, un tentativo di infangare la paura contro chì è più intelligente, ascolta anche chi è ignorante e chi è più intelligente.

Nessuno ha mai raggiunto il livello più alto del sapere, perchè l’uomo ha tanta strada e molte cose da imparare, le menti, imparano tra di loro.

(Ejay Ivan Lac)

15-sapere

BISONTI OMOSESSUALI

aprile 27th, 2015

animali-gay

Non è facile spiegare evolutivamente la comparsa dell’omosessualità, cioè di un insieme di attività sessuali del tutto svincolate dalla finalità riproduttiva. Anzi, rimane un vero e proprio enigma. Chi si accoppia con individui del proprio sesso, per definizione, non ha possibilità di riprodursi, quindi di trasmettere i propri geni alla discendenza. La sua diversità non verrà ereditata da nessuno e, dunque, dovrebbe scomparire. Si tratta, allora, di un maladattamento, di un difetto tollerato dalla natura, di un’esuberanza sessuale isolata? Niente affatto, visto che l’omosessualità è un comportamento molto diffuso e diversificato negli animali, non soltanto nella specie umana e non soltanto nei primati.

Sono stati osservati comportamenti omosessuali in molti animali, dai delfini alle pecore, dai bonobo ai pinguini, ai fenicotteri. La varietà e l’ubiquità in natura di queste relazioni è stata a lungo sottovalutata, ma oggi se ne conoscono centinaia di esempi, tra i mammiferi, gli uccelli, i rettili, gli anfibi, e poi gli insetti, i molluschi e i vermi: un campionario piuttosto eterogeneo di esseri viventi, insomma. Le «coppie gay» sono più frequenti in cattività, ma se ne trovano anche allo stato brado. Condizioni ambientali inusuali ed estreme le possono favorire (è il caso delle tenere unioni tra pinguini), ma compaiono comunque con una certa regolarità e stabilità. Nella maggior parte dei casi, si tratta di atteggiamenti opzionali, che non escludono la presenza di partner dell’altro sesso, come se si trattasse di un comportamento sessuale alternativo da esplorare all’occorrenza. In una parola: bisessualità. Più rara è invece l’omosessualità come scelta esclusiva, per ovvie ragioni riproduttive.

Sono state registrate monte omosessuali tanto negli scarafaggi (piuttosto violente, in verità) quanto nei montoni allevati. Nelle pecore delle Montagne Rocciose, alcuni maschi si accoppiano con le femmine solo se queste esibiscono comportamenti mascolini. Gli amplessi fra rospi sono ben noti, forse dovuti alla scarsa discriminazione tra un sesso e l’altro. Nei serpenti giarrettiera, i maschi solitari imitano le femmine e si fanno corteggiare da altri maschi, per esigenze di termoregolazione e protezione. I legami di coppia omosessuali tra i gabbiani sono durevoli e includono lusinghe, copule e smancerie. In vari primati come il macaco giapponese (ma anche in uccelli come il picchio delle ghiande), l’omosessualità ha chiaramente una funzione di modulatore sociale negli incontri fra conspecifici: regola le gerarchie fra maschi, salda legami, allenta le tensioni, smorza o previene i conflitti per il cibo e per l’accoppiamento. È un collante per la comunità. Nei virili bisonti americani, gli incontri omosessuali fissano e rafforzano i rapporti di dominanza. I delfini dal naso a bottiglia si montano tra maschi (e talvolta tra femmine), si strofinano i genitali e si dedicano ad altre attività omosessuali che favoriscono le alleanze. La metà delle pratiche sessuali dei maschi di questo cetaceo sono rivolte verso altri maschi. Succede anche nei bonobo, scimpanzé pigmei cugini della specie umana, ma loro sono ancora più fantasiosi, sia in natura sia in cattività. Le femmine occupano una considerevole parte del loro tempo strofinandosi i genitali a vicenda fino a raggiungere l’orgasmo, e anche i maschi sono stati osservati mentre lo facevano. Nell’universo bonobo, il modo più efficace e veloce di riconciliarsi dopo una lite è fare sesso, etero e omo. Altro che scherzo di natura!

Il maschio è inutile * T. Pievani e F. Taddia

« Prev - Next »



LIBRO: Ricette Vegan - Le 4 Stagioni