CHE COS’E’ L’ESPERIENZA?

aprile 29th, 2015

esperienza

Se vogliamo capire cosa sia questa «esperienza» dobbiamo rispondere alla domanda: «Che cosa comporterebbe la sua assenza dal mondo?».

Come cambierebbero le cose se nell’universo non esistesse l’esperienza personale? Possiamo fornire una serie di risposte. La prima è che non cambierebbe nulla, perché la coscienza è sempre stata solo un’illusione. (Tuttavia, mi permetto di far notare che se la coscienza fosse un’illusione sarebbe l’unica cosa non riducibile a un algoritmo.)

Un’altra possibile risposta è che l’intero universo scomparirebbe, dato che ha bisogno della coscienza. È un’idea nata tra i seguaci dei primi lavori del fisico John Archibald Wheeler , un tempo convinto che la coscienza tenesse in vita le cose svolgendo il ruolo dell’osservatore nelle interazioni su scala quantistica.

Un’altra risposta potrebbe essere che una versione dell’universo priva di coscienza sarebbe simile ma non identica, perché le persone diventerebbero più apatiche. È l’approccio di alcuni scienziati cognitivi, per i quali la coscienza svolge una funzione pratica specifica, ma limitata, nel nostro cervello.

E poi c’è un’ultima risposta: se non esistesse la coscienza delle cose, la traiettoria di tutte le particelle rimarrebbe invariata. Ogni misurazione nell’universo darebbe risultati identici. Ma non esisterebbe il «macroscopico», né gli oggetti di tutti i giorni: non ci sarebbero case, né mele, né cervelli che possano percepirli. Non ci sarebbero nemmeno parole o pensieri, anche se gli elettroni e i legami chimici che li avrebbero composti nel cervello rimarrebbero esattamente gli stessi.

Soltanto le particelle che compongono le cose esisterebbero, e nella stessa posizione in cui si trovano in presenza della coscienza, ma non esisterebbero le cose. In altre parole, la coscienza fornisce un’ontologia alle particelle. Senza coscienza, l’universo potrebbe essere descritto semplicemente come un insieme di particelle. O, per chi preferisce il paradigma computazionale, sarebbe solo un insieme di bit senza struttura dati. Non significherebbe nulla, perché non si potrebbe fare esperienza di nulla.

La discussione potrebbe farsi anche più complicata: tra i diversi livelli di descrizione del mondo materiale, infatti, le informazioni circolano con una larghezza di banda limitata, quindi è possibile che qualcuno identifichi dinamiche di livello macroscopico che le interazioni tra particelle non riuscirebbero a descrivere. Ma più il processo è macroscopico, più è soggetto a interpretazioni divergenti da parte degli osservatori. In un sistema quantistico minimo è possibile eseguire solo un certo numero di misurazioni, quindi anche se si può discuterne l’interpretazione è più arduo discuterne la fenomenologia. In un sistema più vasto non è così. Quali indicatori economici sono essenziali? Non c’è consenso al riguardo.

Il punto è che per descrivere l’universo percepito si cerca sempre di liberarsi dell’osservatore percipiente, e naturalmente è impossibile verificare che progetti di questo tipo giungano a compimento.

È per questo che non penso che la ragione possa stabilire in via definitiva se le persone sono «speciali» o meno. Simili tesi richiamano i tentativi di Kant di usare la ragione per dimostrare o confutare l’esistenza di Dio. Che il dibattito sia su Dio o sulle persone, lo schema è più o meno lo stesso. Dunque non posso dimostrare che le persone siano speciali, e nessuno può provare il contrario, ma posso sostenere che presumere che siamo speciali sia una scommessa migliore, perché così facendo abbiamo poco da perdere e tutto da guadagnare.

La dignità ai tempi di Internet, Jaron Lanier

Il computer di sant’Agostino * Alberto Manguel

aprile 28th, 2015

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Quando avevo otto o nove anni, in una casa che ormai non esiste più, mi fu regalata una copia delle Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo Specchio. Come molti altri lettori, ho sempre avuto la sensazione che l’edizione in cui si legge un libro per la prima volta rimanga, per il resto della vita, quella originale. La mia, grazie al cielo, era impreziosita dalle illustrazioni di John Tenniel ed era stampata su carta spessa color crema che odorava misteriosamente di legna arsa.

C’erano parecchie cose che non capivo in quella mia prima lettura di Alice, ma non sembrava avere grande importanza. Imparai in tenerissima età che, salvo si legga per scopi diversi dal puro piacere (come tutti a volte dobbiamo fare a causa dei nostri peccati), si può tranquillamente volare rasentando perigliosi acquitrini, farsi strada in giungle intricate, saltare d’un balzo solenni e monotone pianure, e lasciarsi semplicemente trasportare dalla vigorosa corrente del racconto. Alice, che non vedeva l’utilità di un libro «senza figure e senza dialoghi», sarebbe stata senz’altro d’accordo.

Per quanto ricordi, quelle avventure mi sembrarono un vero e proprio viaggio nel quale io stesso accompagnavo la povera Alice. Cadere nella buca del coniglio e attraversare lo specchio non erano che inizi, banali e meravigliosi quanto salire su un autobus. Ma il viaggio! A otto o nove anni, la mia incredulità non era tanto sospesa quanto ancora inesistente, e la narrazione a volte mi sembrava più vera della vita di ogni giorno. Non che pensassi che un posto come il Paese delle Meraviglie esistesse davvero, ma sapevo che era fatto della stessa materia della mia casa e della mia strada, dei mattoni rossi della mia scuola.

Un libro cambia ogni volta che lo leggiamo. Quella prima Alice di quando ero bambino fu un viaggio, come l’ Odissea o Pinocchio, e io mi sono sempre sentito più un’Alice che un Ulisse o un burattino di legno.
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Le letture vere sono sempre sovversive, sono fatte controvoglia, come Alice – lettrice sensata – ha avuto modo di scoprire nel mondo oltre lo specchio, popolato da gente che dà nomi insensati. Un primo ministro canadese smantella la ferrovia e lo chiama «progresso»; un uomo d’affari svizzero traffica in merce rubata e lo chiama «commercio»; un presidente argentino protegge degli assassini e la chiama «amnistia». Per ribellarsi a questi termini impropri il lettore può cercare tra le pagine dei suoi libri. In questi casi la lettura ci aiuta a rimanere coerenti nel caos, non a eliminarlo; a far progredire l’esperienza al suo ritmo vertiginoso, non a imbrigliarla in strutture verbali; ad attingere dall’oscurità, non a fidarci della superficie scintillante delle parole.
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George Steiner ipotizzava che l’olocausto avesse tradotto in una realtà di carni e ossa bruciacchiate gli orrori del nostro inferno immaginario; forse questa traduzione segnò l’inizio della nostra incapacità di immaginare la sofferenza di un’altra persona. Nel Medioevo, ad esempio, i raccapriccianti tormenti inflitti ai martiri, presenti in innumerevoli dipinti, non venivano mai considerati come semplici immagini di orrore: illuminati dalla teologia (per quanto dogmatica e catechistica fosse), che li alimentava e li definiva, la loro rappresentazione doveva aiutare lo spettatore a riflettere sulla sofferenza nel mondo. Non è detto che tutti gli spettatori avrebbero colto quanto stava oltre la pura morbosità della scena, ma si apriva comunque sempre uno spiraglio per una riflessione più profonda. Del resto, un’immagine o un testo possono soltanto offrire l’opportunità di leggere qualcos’altro o di leggere più attentamente, ma il lettore o lo spettatore possono anche respingere questa possibilità, perché in definitiva testo e immagine altro non sono che segni sulla carta e pennellate su una tavola o sulla tela.
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Nelle mie letture erratiche scoprii anche che una singola immagine può determinare la riuscita dell’intera poesia. Intorno al 1700 a.C. una poetessa sumera scrisse:

Donandomi al mio giovane consorte –
diventerò mela
aggrappata al ramo,
avvolgerò il picciolo
con le mie dolci carni.
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«Abbiamo collocato il sesso», disse il saggio Montaigne , «entro i confini del silenzio.»
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Post scriptum: Credo che la lettura, come l’atto erotico, debba in fondo rimanere un atto anonimo. Dovremmo essere in grado di infilarci in un libro o nel letto come fa Alice attraversando il bosco oltre lo specchio, sbarazzandoci dei pregiudizi del nostro passato e abbandonando per quell’attimo che ci vede uniti i nostri orpelli sociali. Leggendo o facendo l’amore, dovremmo essere in grado di perderci nell’altro, nel quale – per mutuare l’immagine di san Giovanni – siamo trasformati: il lettore nello scrittore nel lettore, l’amante nell’amante nell’amante. Jouir de la lecture, «godere della lettura», come dicono i francesi, che usano la stessa parola per definire il piacere che si trae dall’orgasmo e dalla lettura.
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Vladímir Nabokov , criticato dall’amico Edmund Wilson per aver fatto una traduzione di Evgenij Onegin «con pecche e tutto», rispondeva che compito del traduttore non è quello di migliorare o commentare l’originale, ma quello di fornire al lettore ignorante di una certa lingua un testo riformulato con tutte le parole equivalenti di un’altra lingua. Pare che Nabokov ritenesse (anche se stento a credere che il maestro artigiano intendesse proprio questo) che le lingue sono «equivalenti» sia per significato che per suono, e che quanto si immagina in una lingua può essere ri-immaginato in un’altra – senza dover ricreare tutto ex-novo. Ma come ogni traduttore scopre all’inizio della prima pagina, la verità è che la fenice immaginata in una determinata lingua non è altro che un pollo ruspante in un’altra, e che per investire quel particolare volatile della maestosità dell’uccello risorto dalle proprie ceneri, è possibile che un’altra lingua richieda la scelta di una creatura diversa, estrapolata da bestiari che abbiano una propria concezione di stranezza. In inglese, ad esempio, la parola phoenix conserva tuttora un’eco esotica ed evocativa, mentre in spagnolo, ave fénix fa parte della pomposa retorica ereditata dal Seicento.

Nell’alto Medioevo, traduzione (dal participio passato del latino transferre) significava trasportare le reliquie di un santo da un posto all’altro. Talvolta queste traslazioni erano illegali, come quando le spoglie sacre venivano trafugate da una certa città per accrescere la gloria di un’altra. Fu così che i resti di san Marco furono trasportati da Costantinopoli a Venezia, nascosti in un carro carico di carne di maiale, che le guardie turche ai cancelli della città si rifiutarono di toccare. Sottrarre qualcosa di prezioso e farlo proprio con ogni mezzo possibile: forse questa definizione si adatta alla traduzione letteraria meglio di quella di Nabokov.

Nessuna traduzione è mai innocente. Ogni traduzione implica una lettura, la scelta di un soggetto e di un’interpretazione, il rifiuto o la soppressione di altri testi, la riformulazione con termini imposti dal traduttore che, per l’occasione, usurpa il titolo di autore. Poiché una traduzione non può essere imparziale, non più di quanto possa essere oggettiva una lettura, l’atto del tradurre implica una responsabilità che si estende ben oltre i limiti della pagina tradotta, e non riguarda soltanto il passaggio da una lingua all’altra, ma spesso si manifesta all’interno della stessa lingua, passando da un genere all’altro, o dagli scaffali di una letteratura all’altra. Ecco perché non tutte le «traduzioni» sono riconosciute come tali: quando Charles e Mary Lamb trasformarono le commedie di Shakespeare in racconti in prosa per bambini, o quando Virginia Woolf incluse generosamente le versioni di Turgenev fatte da Constance Garnett nel «gregge della letteratura inglese», gli spostamenti di quei testi alla nursery o alla British Library non furono ritenuti «traduzioni» in senso etimologico. Vuoi si tratti di Pork, Lamb, o Woolf, ogni traduttore maschera il testo dietro un altro significato, avvincente o denigratorio.

Se la traduzione fosse un semplice atto di scambio, non offrirebbe più occasioni di distorsione e di censura (o di miglioramento e di spiegazione) di quante ne offra una fotocopia o, al massimo, una scriptorium transcription. Ma ahimè, con buona pace di Nabokov, non è così. Se riconosciamo che ogni traduzione, per il semplice fatto di trasferire il testo in un’altra lingua, in un altro luogo e in un altro tempo, lo modifica in meglio o in peggio, dobbiamo anche riconoscere che ogni traduzione — traslitterazione, nuova narrazione, nuova etichettatura — aggiunge al testo originale una lettura prét-a-porter, un commento implicito. Ed è qui che entra in scena la censura.

POSSIAMO FERMARCI PER UN PERIODO

aprile 27th, 2015

La vità è corta, ma non abbastanza per imparare ad amare le tue labbra.

Possiamo fermarci per un periodo, e passare i giorni della nostra esistenza baciando, e toccando il nostro corpo, così possiamo rendere la vita immensa, e tutto sembrerà non aver mai fine.

Vedremo salire e scendere il nostro sole, fiorire e crescere, i nostri fiori, in questo mondo bellissimo, io e te… daremo una ragione alla nostra esistenza, amando la nostra anima, cosa, che molti non sanno più fare!

(Ejay Ivan Lac)

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VANTARSI DI SAPERE

aprile 27th, 2015

Vantarsi di saperne più di altri, è un messaggio di debolezza, un tentativo di infangare la paura contro chì è più intelligente, ascolta anche chi è ignorante e chi è più intelligente.

Nessuno ha mai raggiunto il livello più alto del sapere, perchè l’uomo ha tanta strada e molte cose da imparare, le menti, imparano tra di loro.

(Ejay Ivan Lac)

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BISONTI OMOSESSUALI

aprile 27th, 2015

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Non è facile spiegare evolutivamente la comparsa dell’omosessualità, cioè di un insieme di attività sessuali del tutto svincolate dalla finalità riproduttiva. Anzi, rimane un vero e proprio enigma. Chi si accoppia con individui del proprio sesso, per definizione, non ha possibilità di riprodursi, quindi di trasmettere i propri geni alla discendenza. La sua diversità non verrà ereditata da nessuno e, dunque, dovrebbe scomparire. Si tratta, allora, di un maladattamento, di un difetto tollerato dalla natura, di un’esuberanza sessuale isolata? Niente affatto, visto che l’omosessualità è un comportamento molto diffuso e diversificato negli animali, non soltanto nella specie umana e non soltanto nei primati.

Sono stati osservati comportamenti omosessuali in molti animali, dai delfini alle pecore, dai bonobo ai pinguini, ai fenicotteri. La varietà e l’ubiquità in natura di queste relazioni è stata a lungo sottovalutata, ma oggi se ne conoscono centinaia di esempi, tra i mammiferi, gli uccelli, i rettili, gli anfibi, e poi gli insetti, i molluschi e i vermi: un campionario piuttosto eterogeneo di esseri viventi, insomma. Le «coppie gay» sono più frequenti in cattività, ma se ne trovano anche allo stato brado. Condizioni ambientali inusuali ed estreme le possono favorire (è il caso delle tenere unioni tra pinguini), ma compaiono comunque con una certa regolarità e stabilità. Nella maggior parte dei casi, si tratta di atteggiamenti opzionali, che non escludono la presenza di partner dell’altro sesso, come se si trattasse di un comportamento sessuale alternativo da esplorare all’occorrenza. In una parola: bisessualità. Più rara è invece l’omosessualità come scelta esclusiva, per ovvie ragioni riproduttive.

Sono state registrate monte omosessuali tanto negli scarafaggi (piuttosto violente, in verità) quanto nei montoni allevati. Nelle pecore delle Montagne Rocciose, alcuni maschi si accoppiano con le femmine solo se queste esibiscono comportamenti mascolini. Gli amplessi fra rospi sono ben noti, forse dovuti alla scarsa discriminazione tra un sesso e l’altro. Nei serpenti giarrettiera, i maschi solitari imitano le femmine e si fanno corteggiare da altri maschi, per esigenze di termoregolazione e protezione. I legami di coppia omosessuali tra i gabbiani sono durevoli e includono lusinghe, copule e smancerie. In vari primati come il macaco giapponese (ma anche in uccelli come il picchio delle ghiande), l’omosessualità ha chiaramente una funzione di modulatore sociale negli incontri fra conspecifici: regola le gerarchie fra maschi, salda legami, allenta le tensioni, smorza o previene i conflitti per il cibo e per l’accoppiamento. È un collante per la comunità. Nei virili bisonti americani, gli incontri omosessuali fissano e rafforzano i rapporti di dominanza. I delfini dal naso a bottiglia si montano tra maschi (e talvolta tra femmine), si strofinano i genitali e si dedicano ad altre attività omosessuali che favoriscono le alleanze. La metà delle pratiche sessuali dei maschi di questo cetaceo sono rivolte verso altri maschi. Succede anche nei bonobo, scimpanzé pigmei cugini della specie umana, ma loro sono ancora più fantasiosi, sia in natura sia in cattività. Le femmine occupano una considerevole parte del loro tempo strofinandosi i genitali a vicenda fino a raggiungere l’orgasmo, e anche i maschi sono stati osservati mentre lo facevano. Nell’universo bonobo, il modo più efficace e veloce di riconciliarsi dopo una lite è fare sesso, etero e omo. Altro che scherzo di natura!

Il maschio è inutile * T. Pievani e F. Taddia

L’amore e le sue abitudini

aprile 27th, 2015

Ogni giorno, ogni santo giorno mi lasciava un bigliettino, e non era sul tavolo della cucina in bella vista, era in casa, in un posto qualsiasi. Sapeva le mie abitudini, che avrei aperto quel cassetto. “Buongiorno amore mio” Sapeva che avrei cercato il caffè. ” Ti amo amore mio” Sapeva che avrei sorriso con il cuore in gola. Ogni giorno c’era un bigliettino con un messaggio, da qualche parte, erano come i cappotti in inverno prima di uscire di casa, erano scontati ma ti scaldavano sempre, erano le abitudini quotidiani, e quando sento in alcuni che il loro amore è finito perché ormai era diventato un abitudine non me lo spiego mai. Di solito sono proprio le abitudini che poi ti mancano. Perché le novità non è detto che poi ti diano sempre le stesse cose, e le novità si sa, sono come i cartelloni pubblicitari, dopo una settimana vengono strappati.
Come tutte le mattine mi preparai il caffè, apro l’armadio e mi vesto, era strano come non avessi ancora trovato il mio bigliettino, pensai subito alla discussione, alla litigata la sera prima. Avevamo litigato perché al mio ti amo lei da vent’anni mi dice sempre, giura. Quel giorno non glielo giurai, perché era scontato, ma lei voleva quel. Giuro…
Che cazzo, ogni volta che gli dico ti amo, sempre con questo, giura? Pensavo sempre che non mi credeva.
Pensai alla sua vendetta, per la prima volta non c’era il bigliettino, e per la prima volta non gli dissi, giuro.
Dovevo uscire ed ero di fretta, la mente al volo pensava che l’avrei trovato lo stesso, che non era possibile, non trovavo il biglietto e il pensiero non mi lasciava, alla fine uscì di casa, e pensavo, sarà sulla porta, sotto lo zerbino, io lo cercavo, lo cercavo con la mente, cercavo il mio amore, come un bambino cerca la mamma.
Quella mattina avevo freddo, il cappotto non scaldava. Pensavo, non è possibile…
Gli mando un sms.
-Grazie lo stesso..
Ciao amore, grazie di cosa..
-Niente niente, buona giornata.
Io quando mi ci metto sono un rompicoglioni. Divento un orgoglioso del cazzo.
Mi fermo al solito bar. Ok. Prendo un altro caffè e mi sbatto una sigaretta sui polmoni, e vaffanculo.
Sto per pagare, e vedo un bigliettino con scritto.
Ricordati che ti amo ancora di più…
Cazzo. L’amore c’è l’avevo in tasca, non era nel silenzio di casa mia, era fuori, tra la gente è il rumore delle tazzine. Il barista che ti guarda e ti dice….mmm quel sorriso non me la racconta giusta, sarai mica innamorato?
Finalmente la mia espressione aveva una risposta. Pensai a quanto fossi stronzo. Io davo per scontato che quel giorno
“non mi amava” E invece quell’abitudine mi aveva riempito di gioia.
Gli mando un sms.
– Ho trovato il bigliettino. Scusami.
Pensavi che non c’era?
– Sì….
Scemo..
– Ti amo.
Giura…
– Giuro.

Non dovete preoccuparvi quando l’amore diventa un abitudine.
Dovete preoccuparvi quando l’amore non ha più le sue abitudini….

SENZA SESSO SI PUò

aprile 26th, 2015

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È faticoso e complicato, ma piace a tutti. Può costarti la vita, ma se non lo fai i tuoi geni sono spacciati. Ci sarebbero soluzioni più economiche per scongiurare l’estinzione, eppure tantissime specie ricorrono a questa. Come si fa è noto, ma perché abbiamo iniziato a farlo molto meno. Senza, non ci sarebbero alcune delle più colorate e commoventi espressioni della natura. Charles Darwin, nel 1862, ammise che le ragioni della sua evoluzione erano ancora avvolte nella più totale oscurità. Stiamo parlando del sesso.

Il sesso è l’invenzione evoluzionistica forse più ingegnosa ed elusiva di tutti i tempi. Certamente è una delle più rivoluzionarie. Sfida ancora le nostre conoscenze come un rebus, ma sono in molti a scommettere che, dietro le sue origini, si nasconda un messaggio importante su come funziona l’evoluzione nel suo complesso. L’uso stesso del termine «origine» espone a scivolose controindicazioni, perché sembra alludere a un momento fatidico d’inizio, quando in realtà l’evoluzione è un processo incessante di trasformazione. La storia naturale, poi, spiazza sempre per la sua esuberante eterogeneità di soluzioni. E infatti, combinare la metà dei propri geni con un’altra metà proveniente da un individuo del sesso opposto, per mettere al mondo una prole e moltiplicarsi, non è una strategia univoca.

Numerose specie alternano il mix genetico di due sessi con la riproduzione asessuata: femmine che producono uova non fecondate, per esempio, da cui nascono altre femmine. I maschi diventano piccole parentesi in mezzo a una discendenza di amazzoni che fanno tutto da sole per partenogenesi. Anche molte piante rinunciano completamente alla riproduzione sessuata e scelgono una propagazione per via vegetativa a partire da gemme e propaggini, da cui si staccano discendenti geneticamente identici. Per riprodursi, un organismo può quindi clonare se stesso, o anche più semplicemente dividersi in due, come fanno batteri e parameci. Si dà, quindi, in natura la possibilità di riproduzione senza sesso (nei microrganismi, nelle piante, in molti invertebrati e in alcune decine di vertebrati). Certi animali come le stelle di mare si dividono in più parti. Altri, come spugne e tunicati, rilasciano gemmule che danno origine a nuovi individui.

Alcune specie scelgono, invece, il processo opposto: sesso senza riproduzione. In molti organismi unicellulari, oltre alla moltiplicazione per divisione, si assiste alla coniugazione tra due individui, cioè a uno scambio di materiale genetico in orizzontale attraverso ponti citoplasmatici. L’antica sessualità batterica senza riproduzione offre un indizio interessante: il risultato del processo è una coppia d’individui geneticamente diversi da quelli di partenza. In questo modo, essi acquisiscono la potenzialità di adattarsi a condizioni ambientali differenti da quelle iniziali. Ecco forse svelato il suo segreto. Il sesso è il veicolo per la produzione di diversità.
Il maschio è inutile, Plevani e Taddia

COLORATO MALE

aprile 24th, 2015

Tu hai paura, anche se non ti vedo e non so chi sei, io so, che tu ne hai tanta, perchè stai leggendo le mie righe, perchè la notte, tieni gli occhi aperti, i pensieri ti uccidono e non riesci a dormire…

Tu, hai paura perchè domani ritorna il sole, e forse, riesci a tenere il tuo cuore rilassato solo la notte, quando non vedi nessuno, perchè tutti dormono, il desiderio che tutto, rimanga in questo stato, a volte, non ti senti all’altezza della situazione, tremi, quando vorresti migliorare la tua situazione.

Si ha paura anche quando non esiste il reale momento per averne, è normale, la vita è fatta così, noi, siamo fatti così, e pensa che domani, quando ti sveglierai, non sarai l’unica creatura del pianeta ad avere paura.

Puoi trovare il conforto nelle mie parole, ma dentro di te, si nasconde quella porta che solo tu puoi aprire, non serve nessuno che ti dia la chiave, se chiudi i tuoi occhi, puoi aprirla in un istante, perchè dentro di lei, c’è un mondo che ti aspetta, fuori, c’è un mondo che ti aspetta, tutto quello che vedi e senti, è solo un flusso animato che hai creato tu, con i tuoi pensieri e i tuoi sentimenti, negativi e positivi, e solo tu, con la matita che hai tra le dita, puoi cancellare e ridisegnare a tuo piacimento…

Prova… è un gioco divertente.

Allora dopo, capisci, che la paura che sentivi, era tutta una menzogna, e che bastava una semplice punta, per ricostruire e sistemare, li, dove il disegno era colorato male…

(Ejay Ivan Lac)

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NORMALI E DIVERSI

aprile 24th, 2015

La diversità rende il mondo più bello, la diversità, rende gli uomini più veri, perchè gli umani hanno perso il contatto con il loro essere, guardano ogni cosa cercandone i difetti, desiderando solo la normalità delle cose.

E poi, si accorgono che la normalità è noia, e si trovano ad odiare e deridere la diversità del mondo, perchè la loro monotonia porta solo tristezza e angoscia, mentre gli altri, quelli veri, ridono e scherzano su tutto e su ogni cosa, questo per uno normale, è un fastidio, perchè cerca di capire il motivo, e si chiede…

Perchè tutti cercano di essere uguali, se poi sono tristri? mentre i diversi, hanno mille colori su cui vivere, e sono felici di questo?

(Ejay Ivan Lac)

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