NON ESISTONO

luglio 4th, 2013

Se prendi un po di coraggio, e vuoi provare a darmi la mano, ti porterò dove non esistono lacrime e paura, dove non esistono gomme per cancellare immagini sporche.

(Ejay Ivan Lac)

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La penna dardo che ferisce…….

luglio 4th, 2013

Quante parole, quanto inchiostro

stampato su pagine bianche.

Il nero corvino che  imprime al

verginale  foglio quel vissuto  di

sentimenti che non vogliono

essere dimenticati.

Rivestono la candida carta di emozioni,

che lei  assorbe  e conserva fra punti  e virgole,

ogni trama ha finali diversi, descrivono amori,

passioni, catturano l’anima di chi  a lei si  affida,

e quella penna ignara tradisce  il  silenzio  e

svela  il mistero del  cuore.

Queste  mie mani come da un crimine macchiate,

grondanti d’inchiostro giacciono inermi, stanche

schiave del pensiero, vogliono una pausa,

mentre la mente vaga nei paradisi di Aphrodite

rubando turbamenti che subito vuol mutare in

parole per far sognare chi legge.

E  tu  non sai quanto penare sia costata quella frase,

così carica d’amore, che come lama  ti trafigge il petto.

(Mirella Narducci)

 

La penna dardo che ferisce.....

 

Quando ti innamori di un anima…

luglio 3rd, 2013

Perchè quando ami un anima puoi amarla a qualsiasi ora del giorno e della notte, l’anima non ti dice mai oggi non posso, l’anima puoi amarla senza appuntamento, non ha due occhi da guardare, non ha un corpo da amare, l’anima è quella parte invisibile che non vedi ma la senti come il vento che respiri, quando ti innamori di un anima e cominci ad amarla non hai mai un momento della giornata, o un ora ben precisa, quando ami un anima e come se il tuo sangue servisse per dare vita al suo cuore..

Un’alba di pensieri . . .

luglio 3rd, 2013

L'anima

Ora,seduta sulle fredde piastrelle del mio balcone e con le lacrime agli occhi contemplo la bellissima alba e poi penso a quanto sarebbe bello se ora tu fossi qui,vicino,in silenzio. Vengono giorni che piango in un angolo,mi sento maledettamente sola,vorrei qualcuno che mi abbracciasse con sincerità;alla fine mi rendo conto che quel vuoto che porto nella mia anima non può essere colmato da tutti,neanche da pochi:solo da te! Ora penso e comprendo che alla fine siamo troppo lontani in tutto. Percorriamo strade diverse, viviamo in due luoghi diversi con altrettanti tenori di vita,persone che ieri non c’erano e ora occupano un posto nella tua vita. Purtroppo la nostra vita si è divisa tempo fa e anche l’amore,che un tempo ci assaliva ci ha mollati.Ora che il sole è sorto,possa anche sorgere la mia anima dalle tenebre di questa vita,perché non merito tutto questo. Vado a dormire,ma sono sicura che non lo farò;parlerò di te anche ai miei sogni,parlerò di te a me,agli altri,agli estranei. Parlerò di te sempre . . .

QUANDO si ha qualcosa da perdere, si comincia ad avere PAURA.

luglio 3rd, 2013

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Quando si ha qualcosa da perdere,
si comincia ad avere paura.

Ma la felicità è questo:
Conoscere il valore di quello che possediamo.

Banana Yoshimoto – Amrita

Intanto la notte è già qui…

luglio 2nd, 2013

Buonanotte..

a chi è impegnato  con gli amici,

a chi è fuori col suo amore,

a chi prepara la valigia per partire,

a chi è ancora all’aeroporto per tornare…

E a chi contempla il cielo cercando la sua stella.

Intanto la notte è già qui…

Una magica notte

a chi ha la sua stella vicino

e a chi la deve ancora trovare…(Alessia S. Lorenzi)

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Che m’importa

luglio 2nd, 2013

Che m’importa del tuo colore

se siamo amici?

Che m’importa del tuo vestito

se siamo amici?

Che m’importa se

sei ricco o povero

se sei mio amico?

L’unica cosa di cui mi importa

è che tu senta nel cuore

la mia  amicizia per te. (Alessia S. Lorenzi da “Come il Canto del Mare”)miofm9

 

LUNGO CAMMINO VERSO LA LIBERTA’ * NELSON MANDELA

luglio 2nd, 2013

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Oltre alla vita, a un fisico robusto, e a un antico legame con la casa reale thembu, l’unica cosa che mio padre mi ha conferito alla nascita è stato un nome: Rolihlahla. In xhosa Rolihlahla significa letteralmente «che tira il ramo di un albero», ma il suo significato colloquiale potrebbe esser reso più felicemente con «attaccabrighe». Non credo che il nome rappresenti il destino di una persona, né che mio padre abbia in qualche modo divinato il mio futuro, ma negli anni a venire amici e parenti ebbero spesso ad ascrivere al mio nome i non pochi scompigli che ho causato o ai quali sono riuscito a scampare
***

Mio padre era un uomo alto e di pelle scura, con un portamento dritto e solenne che mi piace pensare di aver ereditato. Proprio sopra la fronte aveva un ciuffo di capelli bianchi: da ragazzo, per imitarlo, prendevo della cenere bianca e me la strofinavo tra i capelli. Mio padre era severo nei modi, e non risparmiava il bastone quando si trattava di imporre la disciplina tra i suoi figli. Sapeva essere oltremodo ostinato, un altro tratto che può essersi malauguratamente tramandato di padre in figlio.
***

Nella cultura africana i figli e le mogli delle proprie zie e dei propri zii sono considerati fratelli e sorelle, non cugini. Noi non pratichiamo le stesse distinzioni tra parenti in uso tra i bianchi. Non abbiamo fratellastri o sorellastre. La sorella di mia madre è mia madre; il figlio di mio zio è mio fratello; il figlio di mio fratello è mio figlio, o figlia.
***

A quel tempo la mia vita, e quella della maggior parte degli xhosa, era modellata dalla tradizione, dai rituali e dai tabù. Questi erano il principio e la fine della nostra esistenza, e nessuno osava metterli in discussione. Gli uomini seguivano il sentiero tracciato per loro dai padri; le donne conducevano la vita che avevano condotto le madri. Senza che nessuno me ne avesse parlato, imparai presto le regole che governavano i rapporti tra uomini e donne. Scoprii che un uomo non può entrare in una casa dove una donna ha di recente partorito un bambino, e che una donna fresca di matrimonio non può varcare il recinto della sua nuova casa senza un elaborato rituale. Imparai anche che non curarsi degli antenati porta sfortuna e fallimento nella vita. Se uno disonorava in qualche modo gli antenati, l’unico mezzo per rimediare al torto era quello di rivolgersi a un guaritore tradizionale o a un anziano della tribù, i quali comunicavano con gli antenati e presentavano loro profonde scuse. Tutte queste credenze mi sembravano perfettamente normali.
***

Una notte – avevo nove anni – percepii nella casa un insolito movimento. Mio padre, che visitava a turno le sue mogli e di solito si fermava da noi circa una settimana al mese, era arrivato. Però la scadenza non era la solita, perché sarebbero mancati ancora alcuni giorni alla data prevista per il suo arrivo. Lo trovai nella capanna di mia madre, coricato sul pavimento, squassato da un interminabile accesso di tosse. Perfino ai miei occhi inesperti fu chiaro che mio padre non sarebbe stato più a lungo di questo mondo. Aveva qualche grave malattia polmonare, ma una diagnosi precisa non era mai stata fatta, perché si era sempre rifiutato di andare dal medico. Restò nella capanna vari giorni senza mai muoversi né parlare, poi una sera sembrò volgere al peggio. Lo assistevano mia madre e la più giovane delle mogli di mio padre, Nodayimani, che era venuta a stare con noi. Quella notte, sul tardi, mio padre chiamò Nodayimani e le disse: «Portami il tabacco». Mia madre e Nodayimani si consultarono e conclusero che non era saggio che fumasse in quelle condizioni. Ma egli pregò insistentemente finché Nodayimani riempì la pipa, la accese e gliela portò. Fumando, si calmò. Continuò a fumare per circa un’ora e infine, la pipa ancora accesa, morì.
Non ricordo tanto il dolore di quella perdita, quanto la sensazione di sentirmi perso. Benché mia madre fosse il perno della mia esistenza, lui era per me un modello. La sua morte mi cambiò completamente la vita.
***

Appena ottenute le carte per il divorzio da Evelyn, dissi a Winnie che doveva andare da Ray Harmel, la moglie di Michael Harmel, a farsi fare un abito da sposa. Oltre a essere un’attivista, Ray era un’ottima sarta. Chiesi a Winnie quante damigelle volesse avere e le consigliai di andare a Bizana per informare i suoi genitori del fatto che stavamo per sposarci. Scherzosamente, Winnie raccontava alla gente che io non le avevo fatto la domanda; ma io dicevo che gliel’avevo chiesto al nostro primo appuntamento, e che da quel momento lo avevo dato semplicemente per scontato.
***

Abitai a Johannesburg nella casa di un medico, dormendo la notte negli alloggi della servitù e lavorando di giorno nello suo studio. Se qualcuno arrivava durante il giorno sgusciavo fuori in cortile e fingevo di essere il giardiniere. Poi trascorsi una quindicina di giorni in una piantagione di zucchero nel Natal, vivendo con un gruppo di braccianti africani e le loro famiglie in un piccolo villaggio di nome Tongaat, sulla costa vicino a Durban. Abitavo in una pensione fingendomi un tecnico agrario venuto per conto del governo a valutare i terreni.
L’organizzazione mi aveva fornito gli attrezzi del mestiere, e per una parte della giornata raccoglievo campioni del suolo e facevo delle prove. Capivo poco quello che facevo, e non penso di essere riuscito a ingannare gli abitanti di Tongaat. Ma quegli uomini e quelle donne, per la maggior parte contadini, erano naturalmente discreti, e non fecero domande sulla mia identità neppure quando incominciarono a vedere che di notte venivano da me delle persone, tra cui alcuni noti politici locali. Spesso partecipavo alle riunioni di notte e dormivo di giorno, un orario un po’ insolito per un tecnico di agricoltura. Ma anche se mi dedicavo ad altre faccende, mi sentivo vicino alla piccola comunità che mi ospitava. La domenica assistevo alle funzioni, e mi piaceva lo stile antiquato di quei preti cristiani sionisti che battevano i pugni sulla Bibbia. Stavo quasi per decidere di partire quando un giorno mi fermai a ringraziare un vecchio che mi aveva aiutato. Egli disse: «Tu sei naturalmente il benvenuto, ma dicci per favore, Kwedeni [giovane], che cosa vuole il capo Luthuli?». Fui colto alla sprovvista, ma subito risposi: «Bene, sarebbe meglio che tu glielo chiedessi personalmente, non credo di poter parlare per lui, ma come io l’ho capita vuole che ci venga restituita la nostra terra, che i nostri re riprendano il potere, e che la gente sia in grado di determinare il proprio futuro e di decidere la vita che vuole condurre».
«E come farà a ottenere tutto questo se non dispone di un esercito?» disse il vecchio.
Avrei voluto dire a quel vecchio che mi stavo impegnando proprio per costruire quell’esercito, ma non potevo. Anche se i sentimenti del vecchio mi furono d’incoraggiamento, cominciai tuttavia a temere che anche altri avessero indovinato la mia missione. Di nuovo ero rimasto troppo a lungo in un posto, e la notte successiva partii in sordina così come in sordina ero arrivato.
***

Molti hanno una visione idealistica della natura egualitaria della società africana, e anche se in generale sono d’accordo che lo sia, sta di fatto che gli africani non sempre si trattano da eguali. L’industrializzazione ha svolto un ruolo importante nell’introdurre gli africani delle città alla percezione della condizione sociale comune ai bianchi. Per quegli uomini io ero un inferiore, un servo, una persona senza mestiere, e quindi da trattare con disprezzo. Facevo così bene la mia parte che nessuno di loro sospettò mai che fossi qualche cosa di diverso da quello che sembravo.
***

I momenti più belli alla fattoria erano quando mia moglie e i miei figli venivano a trovarmi. Quando i Goldreich si furono installati, Winnie veniva a trovarmi nei fine settimana. Eravamo attentissimi riguardo ai suoi movimenti: un autista passava a prenderla e la faceva scendere in un certo posto; lì veniva raccolta da un altro autista, che infine la recapitava alla fattoria. In seguito venne da sola in macchina con i bambini, prendendo una strada il più possibile indiretta. Ancora la polizia non seguiva tutte le sue mosse.
Talvolta in quei fine settimana sembrava che il tempo si fosse fermato, che quelli non fossero momenti rubati ma la normalità della nostra vita. Paradossalmente, godevamo di maggiore intimità a Liliesleaf che non a
casa. I bambini potevano correre e giocare all’aperto e, per quanto provvisoriamente, in quella nicchia idilliaca eravamo al sicuro.

Il nuovo “Francesco”

luglio 2nd, 2013

Un uomo vestito di bianco

s’è allontanato…stanco..

Difficile abbattere quel muro..

caste..intrighi..ipocrisie

“lui” fragile e insicuro

ha scelto altre vie.

Tu Karol ce lo avevi consigliato

ma s’è ammalato…

Preoccupato, ci hai dato una altra mano..

ed ecco venir da lontano

colui che del potere

ha un altro bel vedere.

Lui riprende il tuo cavalcar sull’onda

Il tuo carisma,la tua impronta…

Semplice eppur forte

sta spalancando tutte le porte

scardina dorati cancelli

propone nuovi modelli.

Il suo parlare fresco e gioioso

in questo tempo cupo e teso

è una boccata d’aria pura

che attutisce la paura.

Mi piaci “Francesco” piaci a tutti

con te raccoglieremo buoni frutti!

Grazie.. Karol Wojtyla..

stavamo messi male caro mio

tu hai parlato a Dio e…

per aiutare il papa novello

ha mandato giù un noto fraticello

per affiancarlo  al Gesuita Bergoglio

e far si che al suo già ricco bagaglio

si aggiungesse il suo:

“Amore.. Perdono.. Fede.. Verità

Speranza.. Luce.. Carità.. Gioia!”

Col tuo permesso, San Francesco d’Assisi..

ne aggiungo uno io “tanti tanti sorrisi!”

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due papi

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