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LA NINFEA E IL RAGGIO DI SOLE

ottobre 25th, 2014

ninfea

Tantissimo tempo fa una Ninfa bellissima viveva presso un lago. Un raggio di sole la vide e si innamorò perdutamente di lei, così scese dal cielo e le si avvicinò.
Il raggio di sole era vestito con un abito lucente tutto d’oro e la Ninfa si vergognò perchè indossava un abito di perle.
Sentendosi inferiore e mortificata dalla ricchezza del raggio di sole, decise di scendere sul fondo del lago dove era nascosto un immenso tesoro e di portare in superficie dell’oro da mostrare al raggio di sole.
Così, la Ninfa raccolse dell’oro dal fondo del lago, ma era così pesante che la trascinò giù. La Ninfa sprofondò sempre di più e fu ricoperta dal fango. Solamente le sue mani piene d’oro rimasero visibili.
Il raggio di sole la cercò ma non la trovò: la sua amata Ninfa si era trasformata in un bellissimo fiore acquatico, la Ninfea, che si apriva non appena lui spuntava e si chiudeva quando lui tramontava.

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LA LEGGENDA DELL’AGRIFOGLIO

dicembre 24th, 2013

AGRIFOGLIO

 

Il pastorello si sveglia all’improvviso. In cielo v’è una luce nuova: una luce mai vista a quell’ora. Il giovane pastore si spaventa, lascia l’ovile, attraversa il bosco: è nel campo aperto, sotto una bellissima volta celeste. Dall’alto giunge il canto soave degli Angeli.

– Tanta pace non può venire che di lassù – pensa il pastorello, e sorride tranquillizzato.
Le pecorine, a sua insaputa, l’hanno seguito e lo guardano stupite.
Ecco sopraggiungere molta gente e tutti, a passi affrettati, si dirigono verso una grotta.
– Dove andate? – chiede il pastorello.
– Non lo sai? – risponde, per tutti, una giovane donna. – È nato il figlio di Dio: è sceso quaggiù per aprirci le porte del Paradiso.
Il pastorello si unisce alla comitiva: anch’egli vuole vedere il Figlio di Dio. A un tratto, si sente turbato: tutti recano un dono, soltanto lui non ha nulla da portare a Gesù. Triste e sconvolto, ritorna alle sue pecore. Non ha nulla; nemmeno un fiore; che cosa si può donare quando si così poveri?
Il ragazzo non sa che il dono più gradito a Gesù è il suo piccolo cuore buono.
Ahi! Tanti spini gli pungono i piedi nudi. Allora il pastorello si ferma, guarda in terra ed esclama meravigliato: – Oh, un arbusto ancor verde!
È una pianta di agrifoglio, dalle foglie lucide e spinose.

Il coro di Angeli sembra avvicinarsi alla terra; c’è tanta festa attorno. Come si può resistere al desiderio di correre dal Santo Bambino anche se non si ha nulla da offrire?
Ebbene, il pastorello andrà alla divina capanna; un ramo d’agrifoglio sarà il suo omaggio.
Eccolo alla grotta. Si avvicina felice e confuso al bambino sorridente che sembra aspettarlo.
Ma che cosa avviene? Le gocce di sangue delle sue mani, ferite dalle spine, si trasformano in rosse palline, che si posano sui verdi rami dell’arbusto che egli ha colto per Gesù.

Al ritorno, un’altra sorpresa attende il pastorello: nel bosco, tra le lucenti foglie dell’agrifoglio, è tutto un rosseggiare di bacche vermiglie.
Da quella notte di mistero, l’agrifoglio viene offerto, in segno di augurio, alle persone care.

G. Marzetti Noventa

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Il bambino che scriveva sulla sabbia

febbraio 28th, 2013

Un bambino tutti i giorni si recava in spiaggia e scriveva sulla spiaggia: “Mamma ti amo!”; poi guardava il mare cancellare la scritta e correva via sorridendo.
Un vecchio triste passeggiava tutti i giorni su quel litorale, e lo vedeva giorno dopo giorno scrivere la stessa frase, e guardare felice il mare portargliela via. Fra sé e sé pensava: “Questi bambini, sono così stupidi ed effimeri.”

Un giorno si decise ad avvicinare il bambino, non avrà avuto più di dieci anni, e gli chiese: “Ma che senso ha che tu scriva “Mamma ti amo!” sulla sabbia che poi il mare te la porta via. Diglielo tu che le vuoi bene.”

Il bambino si alzò, e guardando l’ennesima scritta cancellata dall’acqua salata disse al vecchio: “Io non ce l’ho la mamma! Me l’ha portata via Dio, come fa il mare con le mie scritte. Eppure torno qui ogni giorni a ricordare alla mamma e a Dio che non si può cancellare l’amore di un figlio per la propria madre.”

Il vecchio si inginocchiò, e con le lacrime agli occhi scrisse: “Nora. Ti amo!”; era il nome della moglie appena morta. Poi prese il bimbo per mano e assieme guardarono la scritta sparire.

[scritto nel 2009 da Alessandro Bon]

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IMBECILLI!

febbraio 22nd, 2013

Intendiamoci bene, non ho nessuna aspirazione a passare per una persona intelligente. Ma nemmeno per  uno sprovveduto. Si tratta di un difficile equilibrio, vi assicuro. Bisogna dosare e dosarsi, evitare le suscettibilità altrui, evitare di  offendere qualcuno. Credo che molti, in cuor loro, si riconosceranno in questa condizione.
Ma questa premessa era necessaria quanto, spero, assolutoria per quanto vi sto per dire: oggi ho avuto la certezza che siamo circondati da imbecilli!
Ma al di là della frase ad effetto, è mia opinione, del tutto personale e confutabile, che ultimamente gli stupidi e gli imbecilli siano in aumento. Non vorrei con questo indurre dei giudizi su persone che non conosco,  ma semplicemente portare alla vostra attenzione una questione statistica. Sì, statistica. E’ solo statistico il motivo che mi spinge a scrivere su questo argomento, da molti nascosto o ritenuto indegno di prosa.
Ed è per questo che non indugerò oltre nel portarvi delle prove. Sì, non l’avreste detto. Ecco qui le prove, mie cari. Vi citerò tre casi. E, per non voler apparire come coloro che sostengono le proprie ragioni a tutti costi, vi presenterò tre casi per così dire di stupidità minore. Per nulla paragonabile ai grandi e conclamati stupidi e imbecilli che lascio al vostro giudizio personale, e che va bene al di là delle scienze statistiche.
Il caso numero uno è quello di un uomo che parlava tanto, troppo. Ma non solo, sognava tanto, troppo. Ma non bastava, mangiava tanto, troppo. E come se non bastasse ancora, diceva di aver posseduto tante donne, troppe. Questo uomo-contenitore dichiarava di essere, e essere  stato, talmente pieno di tutto, compreso l’esperienza in ogni campo, da non aver più nulla da togliere al mondo e di essere sufficiente a se stesso.
Il caso numero due è quello di un intellettuale che presumeva essere tale. Aveva due o tre concetti confusi e li utilizzava in modo tale da confondere il malcapitato interlocutore di turno. Il gioco delle tre carte era il suo preferito, vinceva sempre barando.
Il terzo è quello di quel tale che credeva di essere immortale. Lui, era veramente lui solo quando rifiutava ogni caducità e, col suo tono lamentoso ed ambiguo, si concedeva all’eternità.  Lui stava bene così, aveva un’identità indelebile e se ne compiaceva.
E potrei continuare a citarvi altri casi di cretini, più o meno minori. Come quello che pretendeva di aver ragione ad ogni costo, quell’altro che si metteva le dita nel naso di nascosto. Oppure, ancora l’altro, che tradiva la fidanzata che a sua volta lo tradiva. Continuavano entrambi a farsi regali e gentilezze nella vita di tutti i giorni. E poi c’era quello che non avrebbe mai cambiato la marca di calzini o l’altro che si era imposto di cenare sempre alla stessa ora. Ma anche chi sosteneva, compiaciuto, di non aver mai cambiato idea, o quello che proclamava di essere odioso perché gli dava un certo fascino,  e quell’altro di essere sempre vestito  alla moda anche a costo di essere ridicolo. Oppure quel tizio che attendeva l’anima gemella e quell’altro che prendeva e concedeva pause di riflessione a tutti.
Ad ogni buon conto l’esser imbecilli ha una sua regola: riprodursi e scoprirsi uguali,  con compiacimento, ogni giorno. Senza mai cambiare, perché il cretino è immobile, furbescamente assente, ama non pronunciarsi per presunta intelligenza. Confonde la sua sfacciata imbecillaggine con una strategia di vita superiore.
Ecco, ora mi sento meglio. E cambio argomento.

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Una storia contro il Razzismo…

febbraio 15th, 2013

La scena che segue si è svolta sul volo della compagnia British Airways tra Johannersburg e Londra.

Una donna bianca, di circa 50 anni, prende posto in classe economica di fianco a un nero. Visibilmente turbata, chiama l’hostess. «Che problema c’è signora? » chiede l’hostess. «Ma non lo vede? – risponde la signora – mi avete messo a fianco di un nero. Non sopporto di rimanere qui. Assegnatemi un altro posto».

«Per favore, si calmi – dice l’hostess – perché tutti i posti sono occupati. Vado a vedere se ce n’è uno disponibile».
L’hostess si allontana e ritorna qualche minuto più tardi.
«Signora, come pensavo, non c’è nessun altro posto libero in classe economica. Ho parlato col comandante e mi ha confermato che non c’è nessun posto neanche in classe executive. Ci è rimasto libero soltanto un posto in prima classe».
E, prima che la donna avesse modo di commentare la cosa, l’hostess continua: «Vede, è insolito per la nostra compagnia permettere a una persona con biglietto di classe economica di sedersi in prima classe. Ma, viste le circostanze, il comandante pensa che sarebbe scandaloso obbligare qualcuno a sedersi a fianco di una persona sgradevole e ripugnante».

E, rivolgendosi al nero, l’hostess prosegue: «Quindi, signore, se lo desidera, prenda il suo bagaglio a mano, che un posto in prima classe la attende… ».
E tutti i passeggeri vicini che, allibiti, avevano assistito alla scenata della signora, si sono alzati applaudendo.

“Sono nato non per partecipare all’odio, ma per partecipare all’amore” (Sofocle).

(Web)

 

 

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TIKA E KOBUK, AMICI CANI

febbraio 6th, 2013

I cani possono essere i nostri amici migliori, come tutti sappiamo, ma possono esserlo anche tra di loro. Tika e il suo compagno Kobuk, due cani eschimesi, dopo aver allevato insieme otto cucciolate stavano trascorrendo gli anni della vecchiaia insieme ad Anne Bekoff. Kobuk era un cane simpatico e vivace che chiedeva continuamente attenzione; era sempre pronto a far capire quando voleva una grattatina sulla pancia o una strapazzata alle orecchie; era anche piuttosto rumoroso e, con il suo ululare, si faceva strada nel cuore di tutti. Tika era più calma e piuttosto discreta. Se qualcuno provava a grattarle la pancia o le orecchie, Kobuk si intrufolava al suo posto. Tika sapeva che non poteva mangiare se il cibo non era sufficientemente lontano dalla portata di Kobuk. Se le capitava di intralciare la strada a Kobuk quando lui voleva uscire, Kobuk di regola la travolgeva, scavalcandola per raggiungere con foga la porta. Negli anni che trascorsero insieme, Tika e Kobuk impararono ad appianare le loro differenze.

Ma le cose erano destinate a cambiare. Un giorno, sulla gamba di Tika comparve un piccolo gonfiore che fu diagnosticato come tumore maligno. Tutto a un tratto il comportamento di Kobuk cambiò. Divenne mesto e non voleva allontanarsi da Tika. E quando le fu amputata la zampa e Tika iniziò ad avere problemi locomotori, Kobuk mostrò i segni della sua preoccupazione per lei. Smise di intrufolarsi al suo posto e non gli importava neanche che a Tika fosse concesso di salire sul letto senza di lui.

Circa due settimane dopo l’operazione, Kobuk svegliò Anne nel mezzo della notte, nel modo che gli era solito quando aveva davvero bisogno di uscire. Tika era in un’altra stanza e Kobuk corse da lei. Anne si alzò e li condusse fuori, ma entrambi non fecero altro che stendersi sul prato. Anne udì che Tika guaiva sommessamente e si accorse che il suo ventre era gonfio e ingrossato. Tika stava per avere un collasso, ma il veterinario la operò e riuscì a salvarle la vita. Se Kobuk non avesse portato Anne da Tika, Tika quasi certamente sarebbe morta. Tika guarì e Kobuk tornò ad essere prepotente come prima, anche se Tika camminava su tre zampe. Ma ora Anne sapeva ciò che Tika aveva sempre saputo: che Kobuk sarebbe stato lì, per lei, ogni volta che Tika ne avesse avuto bisogno.

Marc Bekoff – dalla parte degli animali

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Lettera scritta da una figlia a un padre

febbraio 2nd, 2013

Cari amici miei ,chi di voi non ha mai provato cosa significa avere un dolore, tanto forte e incontrollabbile da non saper come gestire. Immagino di non essere nè la sola, nè la prima, ma dopo questa premessa vi racconto, cosa stà succedendo in una parte della mia vita in terza persona..Questa è una lettera scritta d’impulso da una figlia sconfitta, a un padre che lei sà di non poter raggiungere mentalmente, ma  lo può avvicinare solo fisicamente, senza avere la certezza che lui si accorga realmente dela sua presenza.Il dubbio più grande di questa donna è che il papà, colpito da una malatia altamente inabilitante che lo rende incapace,nelle sue manzioni manuali e intellettuali anche più semplici,possa  invece inconsciamente soffrire di questo allontanamento dal suo ambiente abituale e dai suoi affetti più cari. Allontanamento inaspettato, improvviso e necessario richiesto dalla stessa malattia di così grave portata che lo ha reso bisognoso di cure continue e specifiche, da fare in un ambiente idoneo. Scelte improvvise e inaspettate che hanno reso la vita, dei singoli componenti della famiglia, compresa la figlia medesima, inaccettabile e improntata sul dolore e sui dubbi, ma purtroppo come unica vita da vivere.

Papà a volte ho paura di guardarti negli occhi. Ho paura che tu mi possa rimproverare perchè non sono stata capace di accudirti, in uno dei periodi più delicati della tua vita,in cui avevi bisogno di mè, non solo moralmente ma anche materialmente. Io non sò come raccapezzarmi, non sò nè come nè cosa devo fare. Mi sento inutile, indegna del tuo affetto, ma credimi mi sforzo lo stesso a guardarti nrgli occhi per cercare un tuo consenso, un piccolo segno che non sto sbagliando, che non ti ho abbandonatoe che mi vuoi ancora come figlia e che mi riconosci e mi ami ancora nonostante tutto.Scusami papà, lo sò ,cosa mi potersti dire?Io non sto facendo nulla per tè, non sono in grado si far nulla,se non soffrire ogni giorno della mia vita. Le mie giornate sono scandite dal passare a maledire la mia impotenza, il destino, la tua malattia, la vecchiaia, la morte che fanno parte della nostra esistenza e dobbiamo accettare, facendo buon viso a cattiva sorte, ma che nessuno si sognerebbe mai di volere.Ti voglio bene all’infinito papà di un amore immenso e puro che nutro per te perchè è nato con mè. Continuerò a guardarti negli occhi per avvicinarmi alla tua anima e non volermene se non sono come tu mi vorresti. Dalla tua bambina cresciuta ma sempre bisognosa della tua presenza e del tuo affetto Maria Marino e fiera di esserlo.

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TEMI POCHE COSE, SII CORAGGIOSO NELLE SITUAZIONI IMPORTANTI

gennaio 8th, 2013

 

Il paziente disse al suo dottore: “Dottore, sono dominato dalla paura, e la paura ha portato via tutta la gioia di vivere.” “Qui nel mio ufficio, c’è un topo che rosicchia i miei libri,” disse il dottore. “Se mi dispero per il topo, esso si nasconderà, e non farò nient’altro nella vita che cercarlo. Invece, ho messo tutti i miei libri preferiti in un posto sicuro, e gli permetto di mangiare alcuni degli altri. In questo modo, continua ad essere solo un topo, e non un mostro. Temi poche cose, e concentra tutta la tua paura su quelle – cosicché possa essere coraggioso nell’affrontare le situazioni importanti.”

PAULO COELHO*FAVOLE FILOSOFICHE

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RACCONTO SUL CIOCCOLATO CALDO

dicembre 12th, 2012

Un gruppo di laureati, affermati nelle loro carriere, discutevano sulle loro vite durante una riunione. Decisero di fare visita al loro vecchio professore universitario, ora in pensione, che era sempre stato un punto di riferimento per loro. Durante la visita, si lamentarono dello stress che dominava la loro vita, il loro lavoro e le relazioni sociali. Volendo offrire ai suoi ospiti un cioccolato caldo, il professore andò in cucina e ritornò con una grande brocca e un assortimento di tazze. Alcune di porcellana, altre di vetro, di cristallo, alcune semplici, altre costose, altre di squisita fattura. Il professore li invitò a servirsi da soli il cioccolato.
Quando tutti ebbero in mano la tazza con il cioccolato caldo il professore espose le sue considerazioni. “Noto che son state prese tutte le tazze più belle e costose, mentre son state lasciate sul tavolino quelle di poco valore. La causa dei vostri problemi e dello stress è che per voi è normale volere sempre il meglio. La tazza da cui state bevendo non aggiunge nulla alla qualità del cioccolato caldo. In alcuni casi la tazza è molto bella mentre alcune altre nascondono anche quello che bevete. Quello che ognuno di voi voleva in realtà era il cioccolato caldo. Voi non volevate la tazza… Ma voi consapevolmente avete scelto le tazze migliori. E subito, avete cominciato a guardare le tazze degli altri. Ora amici vi prego di ascoltarmi…La vita è il cioccolato caldo… il vostro lavoro, il denaro, la posizione nella società sono le tazze. Le tazze sono solo contenitori per accogliere e contenere la vita. La tazza che avete non determina la vita, non cambia la qualità della vita che state vivendo. Qualche volta, concentrandovi solo sulla tazza, voi non riuscite ad apprezzare il cioccolato caldo che Dio vi ha dato.
Ricordatevi sempre questo: Dio prepara il cioccolato caldo, Egli non sceglie la tazza. La gente più felice non ha il meglio di ogni cosa, ma apprezza il meglio di ogni cosa che ha!

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LIBRO: Ricette Vegan - Le 4 Stagioni