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FRASI CARINE ♣♣♣ Frasi Straordinarie Da Scrivere a chi Ami! Dedica una Frase Significativa, una Frase Carina e Straordinaria, FRASI SIGNIFICATIVE! Scegli le Tue FRASI!



FRASI SULLA PROSPERITA’

giugno 6th, 2015

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La prosperità è solo uno strumento da usare, non una dieta da osservare.

Calvin Coolidge
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Per attirare il denaro dobbiamo convincerci che abbiamo diritto alla nostra fetta di abbondanza dell’universo.
Swami Kryananda
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Non puoi portare prosperità scoraggiando la parsimonia,non puoi rafforzare i deboli indebolendo i forti, non puoi aiutare i lavoratori se colpisci i datori di lavoro,non puoi incoraggiare la fratellanza incoraggiando l’odio di classe, non puoi restare fuori dai guai spendendo più di quanto guadagni, non puoi costruire il carattere e il coraggio privando l’uomo dell’iniziativa e dell’indipendenza, non puoi aiutare gli uomini facendo sempre in loro vece ciò che dovrebbero fare da soli.

Abraham Lincoln

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Della prosperità dei giusti la città si rallegra, per la scomparsa degli empi si fa festa.

Proverbi-Bibbia

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In verità, la prosperità prova persino le anime dei saggi.
Sallustio

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Chi è forte nell’amore, regge alle tentazioni e non crede alla suadente furbizia del nemico. Come gli sono caro nella prosperità, così gli sono caro nelle avversità. Chi è saggio nell’amore non guarda tanto al pregio del dono, quanto all’amore di colui che dona. Guarda più all’affetto che al prezzo, e pone tutti i doni al di sotto della persona amata.
T. da Kempis
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L’operosità è l’anima degli affari e la chiave di volta della prosperità.
Charles Dickens
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L’amico non si può riconoscere nella prosperità, ma nell’avversità il nemico non si nasconderà.
Siracide
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L’avversità restituisce agli uomini tutte le virtù che la prosperità toglie loro.

Eugène Delacroix

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Di regola, le avversità rivelano il genio e la prosperità lo cela.
Orazio
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Gli uomini oggetto di invidia sono destinati a scomparire: alcuni verranno eliminati, altri cadranno. La prosperità è inquieta: si tormenta da sé.
Seneca
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Nella prosperità i nostri amici ci conoscono; nelle avversità noi conosciamo i nostri amici.

John D. Rockefeller

FRASI SULLA COERENZA

giugno 5th, 2015

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Quale è il primo dovere dell’uomo? La risposta è breve: essere se stesso.
Henrik Johan Ibsen
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I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza, di altruismo.
Sandro Pertini
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COERENZA è comportarsi come si è e non come si è deciso di essere
Sandro Pertini
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Non c’è un minimo di coerenza nelle persone. Spesso dicono una cosa e ne fanno un’altra. Si presentano in un modo ma poi scoprono il resto che non ti aspettavi. Hanno una buona capacità di descriversi, peccato manchi poi la capacità di dimostrarsi tali. Hanno voce per accusarti e difendersi, ma la voce della coscienza non la sentono mai.
Silvia Nelli
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La coerenza è l’ultimo rifugio delle persone prive d’immaginazione.
Oscar Wilde
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La coerenza è il fondamento della virtù.
Francis Bacon
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La coerenza è la virtù degli imbecilli.
Giuseppe Prezzolini
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La coerenza è mutilazione
Clarice Lispector
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A volte mi stupisco
dell’immensa costanza che ho
nell’essere incoerente.
Anton Vanligt
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Negli uomini, non esiste veramente che una sola coerenza: quella delle loro contraddizioni.
Giudo Morselli

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La fedeltà è per la vita sentimentale ciò che è la coerenza per la vita dello spirito: una confessione pura e semplice di fallimenti.
Oscar Wilde
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Io non ho nessuna coerenza, fuorché in politica; ed essa è probabilmente il frutto della mia indifferenza pressoché completa in materia.
George Byron
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Essere coerente è il dovere più grande di un filosofo; eppure è quello che viene soddisfatto più di rado.
Emmanuel Kant
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La coerenza non può stabilire la verità, ma l’incoerenza e la contradditorietà stabiliscono la falsità
Karl Popper
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L’unico vero fallimento nella vita è non agire in coerenza con i propri valori.
Buddha
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Ciò che manca a Dio sono le convinzioni, la coerenza. Dovrebbe essere presbiteriano, cattolico o qualcos’altro, non cercare di essere tutto.
Mark Twain

LA MAESTRA

giugno 3rd, 2015

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Vista da fuori è una donna come le altre. A volte anche un uomo, in quel caso è un maestro. La maestra è vestita da maestra, cioè comoda, che possa rincorrere un bambino in corridoio, sedersi per terra a fare un cerchio per giocare a Palla nome e, soprattutto, ricevere lacrime e altri prodotti secreti (ma non tanto segreti) da piccoli occhi e nasi generosi.
La maestra è tale se dotata di bambini. I bambini, quando c’è la maestra, diventano alunni, anche se spesso si sbagliano e la chiamano mamma.
Se è un maestro, però, non lo chiamano papà. Chissà perché.
Ci sono maestre bionde, more, perfino rosse e con le lentiggini; alcune sono ricce, altre lisce, altre portano la coda. Ma tutte, proprio tutte, hanno la voce alta, forte e chiara.
La voce della maestra si abbassa quando racconta una storia o vuole fare la misteriosa.
Quando invece la maestra urla, allora sono cavoli amari.
La maestra è fatta per passare ai bambini tutte le cose che sa.
Se guardi bene dentro la maestra, ci trovi le tabelline, il teorema di Pitagora, la prova del nove, I Sumeri, Romolo e Remo, il congiuntivo, il gerundio, il Passero solitario e Rio Bo.
Quando tutto funziona bene, i bambini imparano le cose che la maestra sa e lei dopo le ricorda ancora come prima. Anzi, meglio: non perde per strada neanche una virgola, né un aggettivo o un pronome. Una maestra si può dividere per venti e anche ventotto bambini, e ce n’è sempre per tutti.
Quando la maestra ha finito tutto quello che ti doveva insegnare, diventa la maestra di qualche altro bambino.
Allora ti capita di incontrarla al supermercato o in chiesa o all’ufficio postale e la saluti un po’ vergognoso, lei invece vorrebbe abbracciarti.
La maestra si ricorda per sempre le facce dei suoi alunni, i nomi magari li confonde. Ma se qualcuno comincia l’elenco, allora va fino in fondo: Amadei, Bacchini, Bosi, Ceci…
Quando sei grande e cerchi le cose imparate, una poesia, il nome di un fiume, la storia di Pinocchio o quanto è alto il monte Bianco, basta che chiudi gli occhi e le trovi tutte là, come ce le ha messe la tua maestra. In fila per due, i piccolini davanti, senza spingere. MG Serradimigni

FRASI SUL BULLISMO

maggio 29th, 2015

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Il bullismo spezza i rami più belli che un ragazzo o una ragazza possiede. Poi il tempo passa e nasce un fiore nuovo. Chi non si arrende vince sempre il futuro che aspetta non lo si può deludere.
Ines Sansone
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Ci vuole un bullo per riconoscerne un altro.
Emily Fields
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Bullismo fa rima con teppismo.
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Bullismo: l’ignoranza di credersi forti.
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E` FACILE PRENDERSELA CON I PIU` DEBOLI..
..E SE DOMANI IL PIU` DEBOLE FOSSI TU?
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Bullo di sapone.
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Se sei Bullo non sei bello.
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Bulli attenti o perderete i denti.
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Ogni Bullismo è un inestetismo
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Bullo non è bello perchè senza cervello
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Bullo sono guai se tu non cambierai
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Bullo come Goliath. David ti sconfiggerà.
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Il Bullo è vile e ben poco vale.
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I bulli sono molto abili a manipolare la situazione ed a far credere che l’episodio sia stato solo un gioco. Il bullismo però non è un gioco, bensì un comportamento capace di lasciare profonde ferite in chi lo subisce.

Alessia Filippi, Il bullismo scolastico
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Le manifestazioni di bullismo rappresentano solo l’aspetto, per così dire emergente, di una più ampia e complessa situazione di malessere evolutivo. L’essere bullo o vittima costituisce in altre parole l’espressione comportamentale di una crisi più profonda, meno acclarata ed in gran parte sommersa, ma non per questo meno sofferta, legata alla difficoltà di crescere armonicamente come individuo fra gli altri.

Alessia Filippi, Il bullismo scolastico
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Solo con gli amici della banda oggi molti dei nostri ragazzi hanno l’impressione di poter dire davvero “noi”, e di riconfermarlo in quelle pratiche di bullismo che sempre più caratterizzano i loro comportamenti a scuola. Lo sfondo è quello della violenza sui più deboli e la pratica della sessualità precoce ed esibita sui telefonini e su internet dove, compiaciuti, fanno circolare le immagini delle loro imprese.
Umberto Galimberti, L’ospite inquietante
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A tutti coloro che oggi imputano la formazione di bande al solo fenomeno delle banlieues, io dico: certo, avete ragione, la disoccupazione, certo, l’emarginazione, certo, i raggruppamenti etnici, certo, la dittatura delle marche, certo, la famiglia monoparentale, certo, lo sviluppo di un’economia parallela e di traffici di ogni genere, certo, certo… Ma guardiamoci bene dal sottovalutare l’unica cosa sulla quale possiamo agire personalmente e che risale alla notte dei tempi pedagogici: la solitudine e il senso di vergogna del ragazzo che non capisce, perso in un mondo in cui gli altri capiscono.

Daniel Pennac, Diario di scuola, 2007
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Sì, ci sono bulli dappertutto e i peggiori sono quelli che si approfittano di te senza che tu ti renda conto che l’hanno fatto.
Desperate housewife
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Quando si tratta di realizzare il potenziale delle tecnologie digitali e il modo in cui i nativi digitali le utilizzano, la minaccia in assoluto più grande a cui generalmente ci si trova di fronte è la paura. I genitori, gli educatori e gli psicologi hanno tutti motivi legittimi per preoccuparsi riguardo all’ambiente digitale in cui i giovani trascorrono così tanto tempo. Idem per le grandi aziende, che vedono i loro introiti a rischio, settore dopo settore — intrattenimento, telefonia, giornali ecc. I legislatori, in risposta a questa sensazione di crisi, temono di pagare un prezzo altissimo se, per riparare a queste ingiustizie, la strategia di comportarsi nel modo tradizionale dovesse rivelarsi un fallimento.

I media incentivano questa paura. I nuovi palinsesti sono pieni di storie spaventose di cyberbullismo, predatori via internet, dipendenza dal web e pornografia online. Per forza i genitori si preoccupano. Si preoccupano di più perché i loro figli digitalmente connessi sono maggiormente a rischio di rapimento quando trascorrono ore e ore in un ambiente digitale privo di regole, in cui poche cose sono esattamente come sembrano di primo acchito. Si preoccupano anche degli episodi di bullismo in cui i loro figli potrebbero incappare su internet, della mania dei videogiochi violenti, dell’accesso a immagini pornografiche e inappropriate.

I genitori non sono i soli impensieriti per l’impatto di Internet sui giovani. Gli insegnanti si preoccupano di non essere al passo con i nativi digitali ai quali insegnano: temono che le nozioni impartite loro siano diventate via via superate e obsolete, e che la pedagogia del nostro sistema educativo non possa stare dietro ai mutamenti del paesaggio digitale. I bibliotecari stanno ridefinendo il proprio ruolo, sostituendo coloro i quali ordinavano i libri in anacronistici cataloghi cartacei e cataste con quelli che fungono da guide in un ambiente di informazioni sempre più variegato. I grandi nomi dell’industria dell’intrattenimento sono preoccupati di perdere i loro profitti a vantaggio della pirateria, mentre i giornali temono che i loro lettori vadano a cercarsi le notizie su Drudge, i blog, Google o peggio ancora.

In quanto genitori di nativi digitali, entrambi prendiamo sul serio sia le sfide sia le opportunità scaturite dalla cultura digitale. Condividiamo le ansie di molti genitori sulle minacce alla privacy dei nostri figli, alla loro sicurezza e al loro apprendimento. Ci preoccupiamo del sovraccarico di informazioni e dell’impatto di immagini e videogiochi violenti. Ma con l’insorgere della cultura della paura riguardo all’ambiente virtuale, bisogna porre le reali minacce a confronto con le reali opportunità messe a disposizione per i nostri figli e le generazioni future. Intravediamo grandi speranze nella maniera in cui i nativi digitali interagiscono con le informazioni digitali, si esprimono negli spazi sociali, creano nuove forme d’arte, immaginano nuovi modelli di business e iniziano nuove opere di attivismo.
John Palfrey , Nati con la rete
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Ascoltare, parlarne, condividere le esperienze significa molto ai fini della costruzione di una grande Rete che veda coinvolti tutti indistintamente: forze dell’ordine, medici, operatori sanitari, educatori, insegnanti, operatori di sportelli antiviolenza, vittime e, perché no, anche carnefici che magari sono stati a loro volta vittime e possono sentirsi tentati di infliggere ad altri quello che loro stessi hanno subito.

Sensibilizzare in primis gli abusanti significa metterli di fronte alle loro responsabilità senza pretese accusatorie, ma con il fine principale di aiutarli a riconoscere il dolore che provocano agli altri e molto spesso anche a se stessi. Non ha senso intentare crociate contro chi sbaglia; chi sbaglia, laddove possibile, andrebbe aiutato a non persistere nei propri errori.

Infatti, attraverso la comunicazione e il confronto si possono raggiungere a volte obiettivi impensabili, atti a evitare il ricorso a strumenti punitivi che potrebbero condurre a inutili stigmatizzazioni che favorirebbero la recidiva.

Ciò non significa certamente che tutto sia risolvibile con la comunicazione, ma favorire incontri costruttivi e anonimi tra abusanti e abusati può sicuramente contribuire a esorcizzare la paura di un fenomeno criminoso dalle conseguenze molto gravi e dai costi sociali elevatissimi.

Ritengo di estrema importanza anche il coinvolgimento dei più giovani, di entrambi i sessi. La vera prevenzione parte da loro. In fondo il fenomeno del bullismo, maschile e femminile, che ha luogo fin dai primi anni di scuola, altro non è che una forma di manipolazione psicologica condotta su terzi allo scopo di vessarli.
Cinzia Mammoliti , I serial Killer dell’anima.
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Non è grande chi ha bisogno di farti sentire piccolo
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È facile fare il bullo, quelli veramente forti aiutano gli altri
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Intervieni, non essere spettatore del bullismo.
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FRASI PER RINGRAZIARE CHI CI E’ STATO VICINO

maggio 20th, 2015

Edouard Boubat

Da solo non sarei mai riuscito a superare questo periodo. Il tuo sostegno è fondamentale, lo è sempre stato per me. Per questo e per mille altre cose: GRAZIE!
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Grazie per il tuo aiuto. La tua presenza gentile e costante è stata la mia ancora di salvezza.

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Il mondo d’un tratto era diventato freddo e buio. Poi all’improvviso una luce, una fiamma. E ho ricominciato a camminare e il mio cuore pian piano si è scaldato ritrovando la fiducia che aveva perduto. Quella luce sei TU e ringraziarti non sarà mai abbastanza. A te, che mi hai restituito un tuo abbraccio la mia vita.
Anton Vanligt

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A te che mi hai salvato da me stessa. A te che hai capito che ci si può sentire soli anche tra milioni di persone se non si è capiti. A te che hai saputo comprendermi senza giudicarmi. A te voglio dedicare questo sorriso, questa gioia, questo grazie grande quanto l’universo!
Anton Vanligt

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Sono poche le persone che aiutano incondizionatamente gli altri. Io ho avuto la fortuna di conoscerne una e meravigliosa: TU. Grazie di cuore per tutto quello che fai per me.

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Grazie Mamma. perchè senza di te da questo periodo terribile non sarei uscita mai. Grazie Mamma, perchè sei la mia amica, la mia gioia, la mano da stringere quando ho paura. Grazie Mamma perchè solo grazie a te oggi mi sento una persona migliore.
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Non esiste una parola più bella di un GRAZIE. E io te lo dico col cuore amica mia. Grazie di tutto!

CHE COS’E’ L’ESPERIENZA?

aprile 29th, 2015

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Se vogliamo capire cosa sia questa «esperienza» dobbiamo rispondere alla domanda: «Che cosa comporterebbe la sua assenza dal mondo?».

Come cambierebbero le cose se nell’universo non esistesse l’esperienza personale? Possiamo fornire una serie di risposte. La prima è che non cambierebbe nulla, perché la coscienza è sempre stata solo un’illusione. (Tuttavia, mi permetto di far notare che se la coscienza fosse un’illusione sarebbe l’unica cosa non riducibile a un algoritmo.)

Un’altra possibile risposta è che l’intero universo scomparirebbe, dato che ha bisogno della coscienza. È un’idea nata tra i seguaci dei primi lavori del fisico John Archibald Wheeler , un tempo convinto che la coscienza tenesse in vita le cose svolgendo il ruolo dell’osservatore nelle interazioni su scala quantistica.

Un’altra risposta potrebbe essere che una versione dell’universo priva di coscienza sarebbe simile ma non identica, perché le persone diventerebbero più apatiche. È l’approccio di alcuni scienziati cognitivi, per i quali la coscienza svolge una funzione pratica specifica, ma limitata, nel nostro cervello.

E poi c’è un’ultima risposta: se non esistesse la coscienza delle cose, la traiettoria di tutte le particelle rimarrebbe invariata. Ogni misurazione nell’universo darebbe risultati identici. Ma non esisterebbe il «macroscopico», né gli oggetti di tutti i giorni: non ci sarebbero case, né mele, né cervelli che possano percepirli. Non ci sarebbero nemmeno parole o pensieri, anche se gli elettroni e i legami chimici che li avrebbero composti nel cervello rimarrebbero esattamente gli stessi.

Soltanto le particelle che compongono le cose esisterebbero, e nella stessa posizione in cui si trovano in presenza della coscienza, ma non esisterebbero le cose. In altre parole, la coscienza fornisce un’ontologia alle particelle. Senza coscienza, l’universo potrebbe essere descritto semplicemente come un insieme di particelle. O, per chi preferisce il paradigma computazionale, sarebbe solo un insieme di bit senza struttura dati. Non significherebbe nulla, perché non si potrebbe fare esperienza di nulla.

La discussione potrebbe farsi anche più complicata: tra i diversi livelli di descrizione del mondo materiale, infatti, le informazioni circolano con una larghezza di banda limitata, quindi è possibile che qualcuno identifichi dinamiche di livello macroscopico che le interazioni tra particelle non riuscirebbero a descrivere. Ma più il processo è macroscopico, più è soggetto a interpretazioni divergenti da parte degli osservatori. In un sistema quantistico minimo è possibile eseguire solo un certo numero di misurazioni, quindi anche se si può discuterne l’interpretazione è più arduo discuterne la fenomenologia. In un sistema più vasto non è così. Quali indicatori economici sono essenziali? Non c’è consenso al riguardo.

Il punto è che per descrivere l’universo percepito si cerca sempre di liberarsi dell’osservatore percipiente, e naturalmente è impossibile verificare che progetti di questo tipo giungano a compimento.

È per questo che non penso che la ragione possa stabilire in via definitiva se le persone sono «speciali» o meno. Simili tesi richiamano i tentativi di Kant di usare la ragione per dimostrare o confutare l’esistenza di Dio. Che il dibattito sia su Dio o sulle persone, lo schema è più o meno lo stesso. Dunque non posso dimostrare che le persone siano speciali, e nessuno può provare il contrario, ma posso sostenere che presumere che siamo speciali sia una scommessa migliore, perché così facendo abbiamo poco da perdere e tutto da guadagnare.

La dignità ai tempi di Internet, Jaron Lanier

Il computer di sant’Agostino * Alberto Manguel

aprile 28th, 2015

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Quando avevo otto o nove anni, in una casa che ormai non esiste più, mi fu regalata una copia delle Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo Specchio. Come molti altri lettori, ho sempre avuto la sensazione che l’edizione in cui si legge un libro per la prima volta rimanga, per il resto della vita, quella originale. La mia, grazie al cielo, era impreziosita dalle illustrazioni di John Tenniel ed era stampata su carta spessa color crema che odorava misteriosamente di legna arsa.

C’erano parecchie cose che non capivo in quella mia prima lettura di Alice, ma non sembrava avere grande importanza. Imparai in tenerissima età che, salvo si legga per scopi diversi dal puro piacere (come tutti a volte dobbiamo fare a causa dei nostri peccati), si può tranquillamente volare rasentando perigliosi acquitrini, farsi strada in giungle intricate, saltare d’un balzo solenni e monotone pianure, e lasciarsi semplicemente trasportare dalla vigorosa corrente del racconto. Alice, che non vedeva l’utilità di un libro «senza figure e senza dialoghi», sarebbe stata senz’altro d’accordo.

Per quanto ricordi, quelle avventure mi sembrarono un vero e proprio viaggio nel quale io stesso accompagnavo la povera Alice. Cadere nella buca del coniglio e attraversare lo specchio non erano che inizi, banali e meravigliosi quanto salire su un autobus. Ma il viaggio! A otto o nove anni, la mia incredulità non era tanto sospesa quanto ancora inesistente, e la narrazione a volte mi sembrava più vera della vita di ogni giorno. Non che pensassi che un posto come il Paese delle Meraviglie esistesse davvero, ma sapevo che era fatto della stessa materia della mia casa e della mia strada, dei mattoni rossi della mia scuola.

Un libro cambia ogni volta che lo leggiamo. Quella prima Alice di quando ero bambino fu un viaggio, come l’ Odissea o Pinocchio, e io mi sono sempre sentito più un’Alice che un Ulisse o un burattino di legno.
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Le letture vere sono sempre sovversive, sono fatte controvoglia, come Alice – lettrice sensata – ha avuto modo di scoprire nel mondo oltre lo specchio, popolato da gente che dà nomi insensati. Un primo ministro canadese smantella la ferrovia e lo chiama «progresso»; un uomo d’affari svizzero traffica in merce rubata e lo chiama «commercio»; un presidente argentino protegge degli assassini e la chiama «amnistia». Per ribellarsi a questi termini impropri il lettore può cercare tra le pagine dei suoi libri. In questi casi la lettura ci aiuta a rimanere coerenti nel caos, non a eliminarlo; a far progredire l’esperienza al suo ritmo vertiginoso, non a imbrigliarla in strutture verbali; ad attingere dall’oscurità, non a fidarci della superficie scintillante delle parole.
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George Steiner ipotizzava che l’olocausto avesse tradotto in una realtà di carni e ossa bruciacchiate gli orrori del nostro inferno immaginario; forse questa traduzione segnò l’inizio della nostra incapacità di immaginare la sofferenza di un’altra persona. Nel Medioevo, ad esempio, i raccapriccianti tormenti inflitti ai martiri, presenti in innumerevoli dipinti, non venivano mai considerati come semplici immagini di orrore: illuminati dalla teologia (per quanto dogmatica e catechistica fosse), che li alimentava e li definiva, la loro rappresentazione doveva aiutare lo spettatore a riflettere sulla sofferenza nel mondo. Non è detto che tutti gli spettatori avrebbero colto quanto stava oltre la pura morbosità della scena, ma si apriva comunque sempre uno spiraglio per una riflessione più profonda. Del resto, un’immagine o un testo possono soltanto offrire l’opportunità di leggere qualcos’altro o di leggere più attentamente, ma il lettore o lo spettatore possono anche respingere questa possibilità, perché in definitiva testo e immagine altro non sono che segni sulla carta e pennellate su una tavola o sulla tela.
***

Nelle mie letture erratiche scoprii anche che una singola immagine può determinare la riuscita dell’intera poesia. Intorno al 1700 a.C. una poetessa sumera scrisse:

Donandomi al mio giovane consorte –
diventerò mela
aggrappata al ramo,
avvolgerò il picciolo
con le mie dolci carni.
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«Abbiamo collocato il sesso», disse il saggio Montaigne , «entro i confini del silenzio.»
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Post scriptum: Credo che la lettura, come l’atto erotico, debba in fondo rimanere un atto anonimo. Dovremmo essere in grado di infilarci in un libro o nel letto come fa Alice attraversando il bosco oltre lo specchio, sbarazzandoci dei pregiudizi del nostro passato e abbandonando per quell’attimo che ci vede uniti i nostri orpelli sociali. Leggendo o facendo l’amore, dovremmo essere in grado di perderci nell’altro, nel quale – per mutuare l’immagine di san Giovanni – siamo trasformati: il lettore nello scrittore nel lettore, l’amante nell’amante nell’amante. Jouir de la lecture, «godere della lettura», come dicono i francesi, che usano la stessa parola per definire il piacere che si trae dall’orgasmo e dalla lettura.
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Vladímir Nabokov , criticato dall’amico Edmund Wilson per aver fatto una traduzione di Evgenij Onegin «con pecche e tutto», rispondeva che compito del traduttore non è quello di migliorare o commentare l’originale, ma quello di fornire al lettore ignorante di una certa lingua un testo riformulato con tutte le parole equivalenti di un’altra lingua. Pare che Nabokov ritenesse (anche se stento a credere che il maestro artigiano intendesse proprio questo) che le lingue sono «equivalenti» sia per significato che per suono, e che quanto si immagina in una lingua può essere ri-immaginato in un’altra – senza dover ricreare tutto ex-novo. Ma come ogni traduttore scopre all’inizio della prima pagina, la verità è che la fenice immaginata in una determinata lingua non è altro che un pollo ruspante in un’altra, e che per investire quel particolare volatile della maestosità dell’uccello risorto dalle proprie ceneri, è possibile che un’altra lingua richieda la scelta di una creatura diversa, estrapolata da bestiari che abbiano una propria concezione di stranezza. In inglese, ad esempio, la parola phoenix conserva tuttora un’eco esotica ed evocativa, mentre in spagnolo, ave fénix fa parte della pomposa retorica ereditata dal Seicento.

Nell’alto Medioevo, traduzione (dal participio passato del latino transferre) significava trasportare le reliquie di un santo da un posto all’altro. Talvolta queste traslazioni erano illegali, come quando le spoglie sacre venivano trafugate da una certa città per accrescere la gloria di un’altra. Fu così che i resti di san Marco furono trasportati da Costantinopoli a Venezia, nascosti in un carro carico di carne di maiale, che le guardie turche ai cancelli della città si rifiutarono di toccare. Sottrarre qualcosa di prezioso e farlo proprio con ogni mezzo possibile: forse questa definizione si adatta alla traduzione letteraria meglio di quella di Nabokov.

Nessuna traduzione è mai innocente. Ogni traduzione implica una lettura, la scelta di un soggetto e di un’interpretazione, il rifiuto o la soppressione di altri testi, la riformulazione con termini imposti dal traduttore che, per l’occasione, usurpa il titolo di autore. Poiché una traduzione non può essere imparziale, non più di quanto possa essere oggettiva una lettura, l’atto del tradurre implica una responsabilità che si estende ben oltre i limiti della pagina tradotta, e non riguarda soltanto il passaggio da una lingua all’altra, ma spesso si manifesta all’interno della stessa lingua, passando da un genere all’altro, o dagli scaffali di una letteratura all’altra. Ecco perché non tutte le «traduzioni» sono riconosciute come tali: quando Charles e Mary Lamb trasformarono le commedie di Shakespeare in racconti in prosa per bambini, o quando Virginia Woolf incluse generosamente le versioni di Turgenev fatte da Constance Garnett nel «gregge della letteratura inglese», gli spostamenti di quei testi alla nursery o alla British Library non furono ritenuti «traduzioni» in senso etimologico. Vuoi si tratti di Pork, Lamb, o Woolf, ogni traduttore maschera il testo dietro un altro significato, avvincente o denigratorio.

Se la traduzione fosse un semplice atto di scambio, non offrirebbe più occasioni di distorsione e di censura (o di miglioramento e di spiegazione) di quante ne offra una fotocopia o, al massimo, una scriptorium transcription. Ma ahimè, con buona pace di Nabokov, non è così. Se riconosciamo che ogni traduzione, per il semplice fatto di trasferire il testo in un’altra lingua, in un altro luogo e in un altro tempo, lo modifica in meglio o in peggio, dobbiamo anche riconoscere che ogni traduzione — traslitterazione, nuova narrazione, nuova etichettatura — aggiunge al testo originale una lettura prét-a-porter, un commento implicito. Ed è qui che entra in scena la censura.

BISONTI OMOSESSUALI

aprile 27th, 2015

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Non è facile spiegare evolutivamente la comparsa dell’omosessualità, cioè di un insieme di attività sessuali del tutto svincolate dalla finalità riproduttiva. Anzi, rimane un vero e proprio enigma. Chi si accoppia con individui del proprio sesso, per definizione, non ha possibilità di riprodursi, quindi di trasmettere i propri geni alla discendenza. La sua diversità non verrà ereditata da nessuno e, dunque, dovrebbe scomparire. Si tratta, allora, di un maladattamento, di un difetto tollerato dalla natura, di un’esuberanza sessuale isolata? Niente affatto, visto che l’omosessualità è un comportamento molto diffuso e diversificato negli animali, non soltanto nella specie umana e non soltanto nei primati.

Sono stati osservati comportamenti omosessuali in molti animali, dai delfini alle pecore, dai bonobo ai pinguini, ai fenicotteri. La varietà e l’ubiquità in natura di queste relazioni è stata a lungo sottovalutata, ma oggi se ne conoscono centinaia di esempi, tra i mammiferi, gli uccelli, i rettili, gli anfibi, e poi gli insetti, i molluschi e i vermi: un campionario piuttosto eterogeneo di esseri viventi, insomma. Le «coppie gay» sono più frequenti in cattività, ma se ne trovano anche allo stato brado. Condizioni ambientali inusuali ed estreme le possono favorire (è il caso delle tenere unioni tra pinguini), ma compaiono comunque con una certa regolarità e stabilità. Nella maggior parte dei casi, si tratta di atteggiamenti opzionali, che non escludono la presenza di partner dell’altro sesso, come se si trattasse di un comportamento sessuale alternativo da esplorare all’occorrenza. In una parola: bisessualità. Più rara è invece l’omosessualità come scelta esclusiva, per ovvie ragioni riproduttive.

Sono state registrate monte omosessuali tanto negli scarafaggi (piuttosto violente, in verità) quanto nei montoni allevati. Nelle pecore delle Montagne Rocciose, alcuni maschi si accoppiano con le femmine solo se queste esibiscono comportamenti mascolini. Gli amplessi fra rospi sono ben noti, forse dovuti alla scarsa discriminazione tra un sesso e l’altro. Nei serpenti giarrettiera, i maschi solitari imitano le femmine e si fanno corteggiare da altri maschi, per esigenze di termoregolazione e protezione. I legami di coppia omosessuali tra i gabbiani sono durevoli e includono lusinghe, copule e smancerie. In vari primati come il macaco giapponese (ma anche in uccelli come il picchio delle ghiande), l’omosessualità ha chiaramente una funzione di modulatore sociale negli incontri fra conspecifici: regola le gerarchie fra maschi, salda legami, allenta le tensioni, smorza o previene i conflitti per il cibo e per l’accoppiamento. È un collante per la comunità. Nei virili bisonti americani, gli incontri omosessuali fissano e rafforzano i rapporti di dominanza. I delfini dal naso a bottiglia si montano tra maschi (e talvolta tra femmine), si strofinano i genitali e si dedicano ad altre attività omosessuali che favoriscono le alleanze. La metà delle pratiche sessuali dei maschi di questo cetaceo sono rivolte verso altri maschi. Succede anche nei bonobo, scimpanzé pigmei cugini della specie umana, ma loro sono ancora più fantasiosi, sia in natura sia in cattività. Le femmine occupano una considerevole parte del loro tempo strofinandosi i genitali a vicenda fino a raggiungere l’orgasmo, e anche i maschi sono stati osservati mentre lo facevano. Nell’universo bonobo, il modo più efficace e veloce di riconciliarsi dopo una lite è fare sesso, etero e omo. Altro che scherzo di natura!

Il maschio è inutile * T. Pievani e F. Taddia

Not in my name * Linda Bimbi

aprile 16th, 2015

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Il futuro di pace non solo è possibile ma è l’unica alternativa realistica, oltre che razionale, al futuro di guerre e violenze prospettato dalle attuali politiche dominanti.
Not in my name * Linda Bimbi

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Il cambiamento delle strutture mentali tra la gente comune, nell’oceano attuale di parole insignificanti che tradiscono il valore semantico del discorso, è una sponda proponibile e ragionevole.
Not in my name * Linda Bimbi

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L’essere umano, cui è toccato in sorte vivere l’inizio del terzo millennio, è sperduto e impaurito: sperduto dal bombardamento di informazioni false e contraddittorie, impaurito in quanto percepisce l’imminenza strisciante di una stagione di follia, che è la guerra omnium contra omnes. Come illustra Richard Falk, la follia è il conflitto globale tra entità globali, tra gli Usa nuovo Stato globale e il terrorismo globale.
Not in my name * Linda Bimbi
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Non sono un esperto, di mestiere faccio il chirurgo, però ho un’impressione: mi sembra di vivere in un mondo in cui sta cambiando – anzi in qualche misura è già cambiato – il senso delle parole e diventa difficile capirsi, ci troviamo in una specie di torre di Babele.

La prima parola alla quale è stato cambiato il significato è la parola guerra. Abbiamo assistito a un cambiamento del contenuto della parola: il contenuto della guerra è rappresentato dalle sue vittime. Nel primo conflitto mondiale le vittime civili sono state il 15% del totale dei morti, nel secondo conflitto mondiale le vittime civili sono salite al 65 % rispetto al totale, negli ultimi decenni, in tutti i conflitti interni o internazionali, le vittime civili sono state oltre il 90%. Ho l’impressione che usare la stessa parola per definire fenomeni casi radicalmente diversi, e anche statisticamente opposti, sia fonte di confusione.

L’altra parola a cui è stato cambiato senso è la parola terrorismo. Forse a questa parola noi non vogliamo dare il significato appropriato perché nella nostra testa, e nella testa di milioni di esseri umani, alla parola terrorismo viene associato solo quello che ci è stato fatto vedere del terrorismo: le immagini ripetute in modo ossessionante della caduta delle torri gemelle a New York. Nessuno però ha mai visto nemmeno uno dei 5.000 morti civili caduti in Afghanistan dopo il 7 di ottobre 2001 e nei mesi successivi; non li hanno fatti vedere, ma ci sono stati. In Afghanistan noi li abbiamo visti e non ci è stato permesso di parlarne, perché ogni volta che si cercava di raccontarlo venivamo tacciati di essere amici dei terroristi.

Credo che anche la parola democrazia abbia oggi un senso profondamente diverso. Faccio fatica a utilizzare questa parola per molti paesi che definirei democratici, primo tra tutti gli Stati Uniti d’America, perché alla mia nozione di democrazia è associata in modo inscindibile la nozione di partecipazione delle persone. Quando vedo lo Stato militarmente piú potente e probabilmente piú ricco, nel quale solo un cittadino su tre partecipa all’attività elettorale e nel quale, alla fine del periodo elettorale una Corte dichiara, «non si contano i voti alle elezioni, ha vinto lui», il mio concetto di democrazia entra in crisi. Ed entra in crisi anche il mio concetto di diritto quando vedo spacciare per diritti quelli che sono i privilegi di pochi, che per un puro caso sono anche i piú potenti, i piú ricchi e i piú armati. Entra in crisi il mio concetto di diritto anche quando osservo le istituzioni internazionali: oggi nel mondo ci sono molte decine di conflitti nei quali i civili vengono ammazzati, si compiono massacri – genocidi in alcuni casi – e molti di questi massacri non solo sono stati organizzati, incoraggiati, finanziati, nei decenni passati, dalle cosiddette democrazie, ma, in questi conflitti, l’85% delle armi con le quali vengono uccisi degli esseri umani sono vendute direttamente dai cinque Stati membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Ecco il problema: mi ritrovo oggi con un dizionario in cui le pagine sono state strappate e rimescolate come in un mazzo di carte.

Not in my name * Linda Bimbi

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