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FRASI CARINE ♣♣♣ Frasi Straordinarie Da Scrivere a chi Ami! Dedica una Frase Significativa, una Frase Carina e Straordinaria, FRASI SIGNIFICATIVE! Scegli le Tue FRASI!



FRASI PER RINGRAZIARE CHI CI E’ STATO VICINO

maggio 20th, 2015

Edouard Boubat

Da solo non sarei mai riuscito a superare questo periodo. Il tuo sostegno è fondamentale, lo è sempre stato per me. Per questo e per mille altre cose: GRAZIE!
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Grazie per il tuo aiuto. La tua presenza gentile e costante è stata la mia ancora di salvezza.

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Il mondo d’un tratto era diventato freddo e buio. Poi all’improvviso una luce, una fiamma. E ho ricominciato a camminare e il mio cuore pian piano si è scaldato ritrovando la fiducia che aveva perduto. Quella luce sei TU e ringraziarti non sarà mai abbastanza. A te, che mi hai restituito un tuo abbraccio la mia vita.
Anton Vanligt

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A te che mi hai salvato da me stessa. A te che hai capito che ci si può sentire soli anche tra milioni di persone se non si è capiti. A te che hai saputo comprendermi senza giudicarmi. A te voglio dedicare questo sorriso, questa gioia, questo grazie grande quanto l’universo!
Anton Vanligt

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Sono poche le persone che aiutano incondizionatamente gli altri. Io ho avuto la fortuna di conoscerne una e meravigliosa: TU. Grazie di cuore per tutto quello che fai per me.

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Grazie Mamma. perchè senza di te da questo periodo terribile non sarei uscita mai. Grazie Mamma, perchè sei la mia amica, la mia gioia, la mano da stringere quando ho paura. Grazie Mamma perchè solo grazie a te oggi mi sento una persona migliore.
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Non esiste una parola più bella di un GRAZIE. E io te lo dico col cuore amica mia. Grazie di tutto!

CHE COS’E’ L’ESPERIENZA?

aprile 29th, 2015

esperienza

Se vogliamo capire cosa sia questa «esperienza» dobbiamo rispondere alla domanda: «Che cosa comporterebbe la sua assenza dal mondo?».

Come cambierebbero le cose se nell’universo non esistesse l’esperienza personale? Possiamo fornire una serie di risposte. La prima è che non cambierebbe nulla, perché la coscienza è sempre stata solo un’illusione. (Tuttavia, mi permetto di far notare che se la coscienza fosse un’illusione sarebbe l’unica cosa non riducibile a un algoritmo.)

Un’altra possibile risposta è che l’intero universo scomparirebbe, dato che ha bisogno della coscienza. È un’idea nata tra i seguaci dei primi lavori del fisico John Archibald Wheeler , un tempo convinto che la coscienza tenesse in vita le cose svolgendo il ruolo dell’osservatore nelle interazioni su scala quantistica.

Un’altra risposta potrebbe essere che una versione dell’universo priva di coscienza sarebbe simile ma non identica, perché le persone diventerebbero più apatiche. È l’approccio di alcuni scienziati cognitivi, per i quali la coscienza svolge una funzione pratica specifica, ma limitata, nel nostro cervello.

E poi c’è un’ultima risposta: se non esistesse la coscienza delle cose, la traiettoria di tutte le particelle rimarrebbe invariata. Ogni misurazione nell’universo darebbe risultati identici. Ma non esisterebbe il «macroscopico», né gli oggetti di tutti i giorni: non ci sarebbero case, né mele, né cervelli che possano percepirli. Non ci sarebbero nemmeno parole o pensieri, anche se gli elettroni e i legami chimici che li avrebbero composti nel cervello rimarrebbero esattamente gli stessi.

Soltanto le particelle che compongono le cose esisterebbero, e nella stessa posizione in cui si trovano in presenza della coscienza, ma non esisterebbero le cose. In altre parole, la coscienza fornisce un’ontologia alle particelle. Senza coscienza, l’universo potrebbe essere descritto semplicemente come un insieme di particelle. O, per chi preferisce il paradigma computazionale, sarebbe solo un insieme di bit senza struttura dati. Non significherebbe nulla, perché non si potrebbe fare esperienza di nulla.

La discussione potrebbe farsi anche più complicata: tra i diversi livelli di descrizione del mondo materiale, infatti, le informazioni circolano con una larghezza di banda limitata, quindi è possibile che qualcuno identifichi dinamiche di livello macroscopico che le interazioni tra particelle non riuscirebbero a descrivere. Ma più il processo è macroscopico, più è soggetto a interpretazioni divergenti da parte degli osservatori. In un sistema quantistico minimo è possibile eseguire solo un certo numero di misurazioni, quindi anche se si può discuterne l’interpretazione è più arduo discuterne la fenomenologia. In un sistema più vasto non è così. Quali indicatori economici sono essenziali? Non c’è consenso al riguardo.

Il punto è che per descrivere l’universo percepito si cerca sempre di liberarsi dell’osservatore percipiente, e naturalmente è impossibile verificare che progetti di questo tipo giungano a compimento.

È per questo che non penso che la ragione possa stabilire in via definitiva se le persone sono «speciali» o meno. Simili tesi richiamano i tentativi di Kant di usare la ragione per dimostrare o confutare l’esistenza di Dio. Che il dibattito sia su Dio o sulle persone, lo schema è più o meno lo stesso. Dunque non posso dimostrare che le persone siano speciali, e nessuno può provare il contrario, ma posso sostenere che presumere che siamo speciali sia una scommessa migliore, perché così facendo abbiamo poco da perdere e tutto da guadagnare.

La dignità ai tempi di Internet, Jaron Lanier

Il computer di sant’Agostino * Alberto Manguel

aprile 28th, 2015

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Quando avevo otto o nove anni, in una casa che ormai non esiste più, mi fu regalata una copia delle Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo Specchio. Come molti altri lettori, ho sempre avuto la sensazione che l’edizione in cui si legge un libro per la prima volta rimanga, per il resto della vita, quella originale. La mia, grazie al cielo, era impreziosita dalle illustrazioni di John Tenniel ed era stampata su carta spessa color crema che odorava misteriosamente di legna arsa.

C’erano parecchie cose che non capivo in quella mia prima lettura di Alice, ma non sembrava avere grande importanza. Imparai in tenerissima età che, salvo si legga per scopi diversi dal puro piacere (come tutti a volte dobbiamo fare a causa dei nostri peccati), si può tranquillamente volare rasentando perigliosi acquitrini, farsi strada in giungle intricate, saltare d’un balzo solenni e monotone pianure, e lasciarsi semplicemente trasportare dalla vigorosa corrente del racconto. Alice, che non vedeva l’utilità di un libro «senza figure e senza dialoghi», sarebbe stata senz’altro d’accordo.

Per quanto ricordi, quelle avventure mi sembrarono un vero e proprio viaggio nel quale io stesso accompagnavo la povera Alice. Cadere nella buca del coniglio e attraversare lo specchio non erano che inizi, banali e meravigliosi quanto salire su un autobus. Ma il viaggio! A otto o nove anni, la mia incredulità non era tanto sospesa quanto ancora inesistente, e la narrazione a volte mi sembrava più vera della vita di ogni giorno. Non che pensassi che un posto come il Paese delle Meraviglie esistesse davvero, ma sapevo che era fatto della stessa materia della mia casa e della mia strada, dei mattoni rossi della mia scuola.

Un libro cambia ogni volta che lo leggiamo. Quella prima Alice di quando ero bambino fu un viaggio, come l’ Odissea o Pinocchio, e io mi sono sempre sentito più un’Alice che un Ulisse o un burattino di legno.
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Le letture vere sono sempre sovversive, sono fatte controvoglia, come Alice – lettrice sensata – ha avuto modo di scoprire nel mondo oltre lo specchio, popolato da gente che dà nomi insensati. Un primo ministro canadese smantella la ferrovia e lo chiama «progresso»; un uomo d’affari svizzero traffica in merce rubata e lo chiama «commercio»; un presidente argentino protegge degli assassini e la chiama «amnistia». Per ribellarsi a questi termini impropri il lettore può cercare tra le pagine dei suoi libri. In questi casi la lettura ci aiuta a rimanere coerenti nel caos, non a eliminarlo; a far progredire l’esperienza al suo ritmo vertiginoso, non a imbrigliarla in strutture verbali; ad attingere dall’oscurità, non a fidarci della superficie scintillante delle parole.
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George Steiner ipotizzava che l’olocausto avesse tradotto in una realtà di carni e ossa bruciacchiate gli orrori del nostro inferno immaginario; forse questa traduzione segnò l’inizio della nostra incapacità di immaginare la sofferenza di un’altra persona. Nel Medioevo, ad esempio, i raccapriccianti tormenti inflitti ai martiri, presenti in innumerevoli dipinti, non venivano mai considerati come semplici immagini di orrore: illuminati dalla teologia (per quanto dogmatica e catechistica fosse), che li alimentava e li definiva, la loro rappresentazione doveva aiutare lo spettatore a riflettere sulla sofferenza nel mondo. Non è detto che tutti gli spettatori avrebbero colto quanto stava oltre la pura morbosità della scena, ma si apriva comunque sempre uno spiraglio per una riflessione più profonda. Del resto, un’immagine o un testo possono soltanto offrire l’opportunità di leggere qualcos’altro o di leggere più attentamente, ma il lettore o lo spettatore possono anche respingere questa possibilità, perché in definitiva testo e immagine altro non sono che segni sulla carta e pennellate su una tavola o sulla tela.
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Nelle mie letture erratiche scoprii anche che una singola immagine può determinare la riuscita dell’intera poesia. Intorno al 1700 a.C. una poetessa sumera scrisse:

Donandomi al mio giovane consorte –
diventerò mela
aggrappata al ramo,
avvolgerò il picciolo
con le mie dolci carni.
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«Abbiamo collocato il sesso», disse il saggio Montaigne , «entro i confini del silenzio.»
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Post scriptum: Credo che la lettura, come l’atto erotico, debba in fondo rimanere un atto anonimo. Dovremmo essere in grado di infilarci in un libro o nel letto come fa Alice attraversando il bosco oltre lo specchio, sbarazzandoci dei pregiudizi del nostro passato e abbandonando per quell’attimo che ci vede uniti i nostri orpelli sociali. Leggendo o facendo l’amore, dovremmo essere in grado di perderci nell’altro, nel quale – per mutuare l’immagine di san Giovanni – siamo trasformati: il lettore nello scrittore nel lettore, l’amante nell’amante nell’amante. Jouir de la lecture, «godere della lettura», come dicono i francesi, che usano la stessa parola per definire il piacere che si trae dall’orgasmo e dalla lettura.
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Vladímir Nabokov , criticato dall’amico Edmund Wilson per aver fatto una traduzione di Evgenij Onegin «con pecche e tutto», rispondeva che compito del traduttore non è quello di migliorare o commentare l’originale, ma quello di fornire al lettore ignorante di una certa lingua un testo riformulato con tutte le parole equivalenti di un’altra lingua. Pare che Nabokov ritenesse (anche se stento a credere che il maestro artigiano intendesse proprio questo) che le lingue sono «equivalenti» sia per significato che per suono, e che quanto si immagina in una lingua può essere ri-immaginato in un’altra – senza dover ricreare tutto ex-novo. Ma come ogni traduttore scopre all’inizio della prima pagina, la verità è che la fenice immaginata in una determinata lingua non è altro che un pollo ruspante in un’altra, e che per investire quel particolare volatile della maestosità dell’uccello risorto dalle proprie ceneri, è possibile che un’altra lingua richieda la scelta di una creatura diversa, estrapolata da bestiari che abbiano una propria concezione di stranezza. In inglese, ad esempio, la parola phoenix conserva tuttora un’eco esotica ed evocativa, mentre in spagnolo, ave fénix fa parte della pomposa retorica ereditata dal Seicento.

Nell’alto Medioevo, traduzione (dal participio passato del latino transferre) significava trasportare le reliquie di un santo da un posto all’altro. Talvolta queste traslazioni erano illegali, come quando le spoglie sacre venivano trafugate da una certa città per accrescere la gloria di un’altra. Fu così che i resti di san Marco furono trasportati da Costantinopoli a Venezia, nascosti in un carro carico di carne di maiale, che le guardie turche ai cancelli della città si rifiutarono di toccare. Sottrarre qualcosa di prezioso e farlo proprio con ogni mezzo possibile: forse questa definizione si adatta alla traduzione letteraria meglio di quella di Nabokov.

Nessuna traduzione è mai innocente. Ogni traduzione implica una lettura, la scelta di un soggetto e di un’interpretazione, il rifiuto o la soppressione di altri testi, la riformulazione con termini imposti dal traduttore che, per l’occasione, usurpa il titolo di autore. Poiché una traduzione non può essere imparziale, non più di quanto possa essere oggettiva una lettura, l’atto del tradurre implica una responsabilità che si estende ben oltre i limiti della pagina tradotta, e non riguarda soltanto il passaggio da una lingua all’altra, ma spesso si manifesta all’interno della stessa lingua, passando da un genere all’altro, o dagli scaffali di una letteratura all’altra. Ecco perché non tutte le «traduzioni» sono riconosciute come tali: quando Charles e Mary Lamb trasformarono le commedie di Shakespeare in racconti in prosa per bambini, o quando Virginia Woolf incluse generosamente le versioni di Turgenev fatte da Constance Garnett nel «gregge della letteratura inglese», gli spostamenti di quei testi alla nursery o alla British Library non furono ritenuti «traduzioni» in senso etimologico. Vuoi si tratti di Pork, Lamb, o Woolf, ogni traduttore maschera il testo dietro un altro significato, avvincente o denigratorio.

Se la traduzione fosse un semplice atto di scambio, non offrirebbe più occasioni di distorsione e di censura (o di miglioramento e di spiegazione) di quante ne offra una fotocopia o, al massimo, una scriptorium transcription. Ma ahimè, con buona pace di Nabokov, non è così. Se riconosciamo che ogni traduzione, per il semplice fatto di trasferire il testo in un’altra lingua, in un altro luogo e in un altro tempo, lo modifica in meglio o in peggio, dobbiamo anche riconoscere che ogni traduzione — traslitterazione, nuova narrazione, nuova etichettatura — aggiunge al testo originale una lettura prét-a-porter, un commento implicito. Ed è qui che entra in scena la censura.

BISONTI OMOSESSUALI

aprile 27th, 2015

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Non è facile spiegare evolutivamente la comparsa dell’omosessualità, cioè di un insieme di attività sessuali del tutto svincolate dalla finalità riproduttiva. Anzi, rimane un vero e proprio enigma. Chi si accoppia con individui del proprio sesso, per definizione, non ha possibilità di riprodursi, quindi di trasmettere i propri geni alla discendenza. La sua diversità non verrà ereditata da nessuno e, dunque, dovrebbe scomparire. Si tratta, allora, di un maladattamento, di un difetto tollerato dalla natura, di un’esuberanza sessuale isolata? Niente affatto, visto che l’omosessualità è un comportamento molto diffuso e diversificato negli animali, non soltanto nella specie umana e non soltanto nei primati.

Sono stati osservati comportamenti omosessuali in molti animali, dai delfini alle pecore, dai bonobo ai pinguini, ai fenicotteri. La varietà e l’ubiquità in natura di queste relazioni è stata a lungo sottovalutata, ma oggi se ne conoscono centinaia di esempi, tra i mammiferi, gli uccelli, i rettili, gli anfibi, e poi gli insetti, i molluschi e i vermi: un campionario piuttosto eterogeneo di esseri viventi, insomma. Le «coppie gay» sono più frequenti in cattività, ma se ne trovano anche allo stato brado. Condizioni ambientali inusuali ed estreme le possono favorire (è il caso delle tenere unioni tra pinguini), ma compaiono comunque con una certa regolarità e stabilità. Nella maggior parte dei casi, si tratta di atteggiamenti opzionali, che non escludono la presenza di partner dell’altro sesso, come se si trattasse di un comportamento sessuale alternativo da esplorare all’occorrenza. In una parola: bisessualità. Più rara è invece l’omosessualità come scelta esclusiva, per ovvie ragioni riproduttive.

Sono state registrate monte omosessuali tanto negli scarafaggi (piuttosto violente, in verità) quanto nei montoni allevati. Nelle pecore delle Montagne Rocciose, alcuni maschi si accoppiano con le femmine solo se queste esibiscono comportamenti mascolini. Gli amplessi fra rospi sono ben noti, forse dovuti alla scarsa discriminazione tra un sesso e l’altro. Nei serpenti giarrettiera, i maschi solitari imitano le femmine e si fanno corteggiare da altri maschi, per esigenze di termoregolazione e protezione. I legami di coppia omosessuali tra i gabbiani sono durevoli e includono lusinghe, copule e smancerie. In vari primati come il macaco giapponese (ma anche in uccelli come il picchio delle ghiande), l’omosessualità ha chiaramente una funzione di modulatore sociale negli incontri fra conspecifici: regola le gerarchie fra maschi, salda legami, allenta le tensioni, smorza o previene i conflitti per il cibo e per l’accoppiamento. È un collante per la comunità. Nei virili bisonti americani, gli incontri omosessuali fissano e rafforzano i rapporti di dominanza. I delfini dal naso a bottiglia si montano tra maschi (e talvolta tra femmine), si strofinano i genitali e si dedicano ad altre attività omosessuali che favoriscono le alleanze. La metà delle pratiche sessuali dei maschi di questo cetaceo sono rivolte verso altri maschi. Succede anche nei bonobo, scimpanzé pigmei cugini della specie umana, ma loro sono ancora più fantasiosi, sia in natura sia in cattività. Le femmine occupano una considerevole parte del loro tempo strofinandosi i genitali a vicenda fino a raggiungere l’orgasmo, e anche i maschi sono stati osservati mentre lo facevano. Nell’universo bonobo, il modo più efficace e veloce di riconciliarsi dopo una lite è fare sesso, etero e omo. Altro che scherzo di natura!

Il maschio è inutile * T. Pievani e F. Taddia

Not in my name * Linda Bimbi

aprile 16th, 2015

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Il futuro di pace non solo è possibile ma è l’unica alternativa realistica, oltre che razionale, al futuro di guerre e violenze prospettato dalle attuali politiche dominanti.
Not in my name * Linda Bimbi

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Il cambiamento delle strutture mentali tra la gente comune, nell’oceano attuale di parole insignificanti che tradiscono il valore semantico del discorso, è una sponda proponibile e ragionevole.
Not in my name * Linda Bimbi

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L’essere umano, cui è toccato in sorte vivere l’inizio del terzo millennio, è sperduto e impaurito: sperduto dal bombardamento di informazioni false e contraddittorie, impaurito in quanto percepisce l’imminenza strisciante di una stagione di follia, che è la guerra omnium contra omnes. Come illustra Richard Falk, la follia è il conflitto globale tra entità globali, tra gli Usa nuovo Stato globale e il terrorismo globale.
Not in my name * Linda Bimbi
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Non sono un esperto, di mestiere faccio il chirurgo, però ho un’impressione: mi sembra di vivere in un mondo in cui sta cambiando – anzi in qualche misura è già cambiato – il senso delle parole e diventa difficile capirsi, ci troviamo in una specie di torre di Babele.

La prima parola alla quale è stato cambiato il significato è la parola guerra. Abbiamo assistito a un cambiamento del contenuto della parola: il contenuto della guerra è rappresentato dalle sue vittime. Nel primo conflitto mondiale le vittime civili sono state il 15% del totale dei morti, nel secondo conflitto mondiale le vittime civili sono salite al 65 % rispetto al totale, negli ultimi decenni, in tutti i conflitti interni o internazionali, le vittime civili sono state oltre il 90%. Ho l’impressione che usare la stessa parola per definire fenomeni casi radicalmente diversi, e anche statisticamente opposti, sia fonte di confusione.

L’altra parola a cui è stato cambiato senso è la parola terrorismo. Forse a questa parola noi non vogliamo dare il significato appropriato perché nella nostra testa, e nella testa di milioni di esseri umani, alla parola terrorismo viene associato solo quello che ci è stato fatto vedere del terrorismo: le immagini ripetute in modo ossessionante della caduta delle torri gemelle a New York. Nessuno però ha mai visto nemmeno uno dei 5.000 morti civili caduti in Afghanistan dopo il 7 di ottobre 2001 e nei mesi successivi; non li hanno fatti vedere, ma ci sono stati. In Afghanistan noi li abbiamo visti e non ci è stato permesso di parlarne, perché ogni volta che si cercava di raccontarlo venivamo tacciati di essere amici dei terroristi.

Credo che anche la parola democrazia abbia oggi un senso profondamente diverso. Faccio fatica a utilizzare questa parola per molti paesi che definirei democratici, primo tra tutti gli Stati Uniti d’America, perché alla mia nozione di democrazia è associata in modo inscindibile la nozione di partecipazione delle persone. Quando vedo lo Stato militarmente piú potente e probabilmente piú ricco, nel quale solo un cittadino su tre partecipa all’attività elettorale e nel quale, alla fine del periodo elettorale una Corte dichiara, «non si contano i voti alle elezioni, ha vinto lui», il mio concetto di democrazia entra in crisi. Ed entra in crisi anche il mio concetto di diritto quando vedo spacciare per diritti quelli che sono i privilegi di pochi, che per un puro caso sono anche i piú potenti, i piú ricchi e i piú armati. Entra in crisi il mio concetto di diritto anche quando osservo le istituzioni internazionali: oggi nel mondo ci sono molte decine di conflitti nei quali i civili vengono ammazzati, si compiono massacri – genocidi in alcuni casi – e molti di questi massacri non solo sono stati organizzati, incoraggiati, finanziati, nei decenni passati, dalle cosiddette democrazie, ma, in questi conflitti, l’85% delle armi con le quali vengono uccisi degli esseri umani sono vendute direttamente dai cinque Stati membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Ecco il problema: mi ritrovo oggi con un dizionario in cui le pagine sono state strappate e rimescolate come in un mazzo di carte.

Not in my name * Linda Bimbi

FRASI DI Günter Grass

aprile 14th, 2015

Günter Grass

Si può star seduti in eterno su una panchina di parco, fino a diventare di legno e bisognosi di comunicazione
Günter Grass, IL TAMBURO DI LATTA
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Non lo nego: sono ricoverato in un manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo, quasi non mi toglie gli occhi di dosso perché nella porta c’è uno spioncino, e lo sguardo del mio infermiere non può penetrarmi poiché lui ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti… non può essermi dunque nemico

Günter Grass, IL TAMBURO DI LATTA
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Lo scrittore è un uomo la cui intelligenza non basta per smettere di scrivere
Günter Grass
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Non sono un pacifista. A chi mi desse uno schiaffo sulla guancia non porgerei mai l’altra, ma mi difenderei a denti stretti. La guerra è per metà fatta di paura e per metà di noie. I giovani del mio paese non sono per la guerra. Non sono nemmeno per il servizio militare. Gli orfani di guerra, poi, la considerano il peggiore dei mali.
Günter Grass
***

Perché taccio, passo sotto silenzio troppo a lungo
quanto è palese e si è praticato
in giochi di guerra alla fine dei quali, da sopravvissuti,
noi siamo tutt’al più le note a margine.
E’ l’affermato diritto al decisivo attacco preventivo
che potrebbe cancellare il popolo iraniano
soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo
organizzato,
perché nella sfera di sua competenza si presume
la costruzione di un’atomica.
E allora perché mi proibisco
di chiamare per nome l’altro paese,
in cui da anni — anche se coperto da segreto —
si dispone di un crescente potenziale nucleare,
però fuori controllo, perché inaccessibile
a qualsiasi ispezione?
Il silenzio di tutti su questo stato di cose,
a cui si è assoggettato il mio silenzio,
lo sento come opprimente menzogna
e inibizione che prospetta punizioni
appena non se ne tenga conto;
il verdetto «antisemitismo» è d’uso corrente.
Ora però, poiché dal mio paese,
di volta in volta toccato da crimini esclusivi
che non hanno paragone e costretto a giustificarsi,
di nuovo e per puri scopi commerciali, anche se
con lingua svelta la si dichiara «riparazione»,
dovrebbe essere consegnato a Israele
un altro sommergibile, la cui specialità
consiste nel poter dirigere annientanti testate là dove
l’esistenza di un’unica bomba atomica non è provata
ma vuol essere di forza probatoria come spauracchio,
dico quello che deve essere detto.
Perché ho taciuto finora?
Perché pensavo che la mia origine,
gravata da una macchia incancellabile,
impedisse di aspettarsi questo dato di fatto
come verità dichiarata dallo Stato d’Israele
al quale sono e voglio restare legato.
Perché dico solo adesso,
da vecchio e con l’ultimo inchiostro:
La potenza nucleare di Israele minaccia
la così fragile pace mondiale?
Perché deve essere detto
quello che già domani potrebbe essere troppo tardi;
anche perché noi — come tedeschi con sufficienti
colpe a carico —
potremmo diventare fornitori di un crimine
prevedibile, e nessuna delle solite scuse
cancellerebbe la nostra complicità.
E lo ammetto: non taccio più
perché dell’ipocrisia dell’Occidente
ne ho fin sopra i capelli; perché è auspicabile
che molti vogliano affrancarsi dal silenzio,
esortino alla rinuncia il promotore
del pericolo riconoscibile e
altrettanto insistano perché
un controllo libero e permanente
del potenziale atomico israeliano
e delle installazioni nucleari iraniane
sia consentito dai governi di entrambi i paesi
tramite un’istanza internazionale.
Solo così per tutti, israeliani e palestinesi,
e più ancora, per tutti gli uomini che vivono
ostilmente fianco a fianco in quella
regione occupata dalla follia ci sarà una via d’uscita,
e in fin dei conti anche per noi.
Günter Grass, Poesia – Quello che deve essere detto
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Dopodiché, crepuscolo dell’universo. Sopra le macerie del mondo strumentale, si arrampica il tempo universale. […] Dopodiché l’essere-alla-mano taglia i tubi nell’inafferrabilità dell’inutilizzabile e suscita il problema segreto del comando. […] Dopodiché, le ultime emissioni trasmettono il crepuscolo degli dei. In virtù di se stesso. Dopodiché non c’è più tempo per un minuto di silenzio, in virtù di se stesso. […] Dopodiché, nella zona governativa della capitale del Reich le emissioni radio si interrompono. La totalità territoriale, la nientificazione, inclini all’angoscia e da ricomporre pezzo per pezzo. La finalizzazione. La fine. Ma dopo tutto questo, sulla struttura finale il cielo non si oscurò
ANNI DI CANI
Günter Grass
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L’arte è intransigente e la vita è piena di compromessi
Günter Grass
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Gesù, non era così la scommessa. Ridammi subito il mio tamburo. Tu hai la tua croce e dovrebbe bastarti!
Günter Grass , IL TAMBURO DI LATTA
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Il mio infermiere non può dunque essermi nemico. Ho preso a volergli bene, a questo controllore appostato dietro lo spioncino. Appena mi entra nella stanza, gli racconto vicende della mia vita; così, nonostante lo spioncino che di solito lo separa da me, impara a conoscermi. Il brav’uomo sembra apprezzare i miei racconti, perché appena si accorge che gli ho mentito ci tiene a farmelo capire e mi mostra la sua ultima composizione di nodi. Non vorrei affrontare il problema di stabilire se sia un’artista. Una mostra delle sue creazioni sarebbe però accolta con favore dalla stampa, e attirerebbe qualche compratore. Egli fa nodi con spaghi comuni che dopo le ore di visita raccoglie e districa nelle camere dei suoi pazienti, creando complessi fantasmi cartilaginosi; li immerge nel gesso, li lascia irrigidire e li infilza su ferri da calza, fissati sopra zoccoletti di legno
Günter Grass, IL TAMBURO DI LATTA
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Un racconto non può iniziare entrando subito nel vivo dell’argomento e, procedendo arditamente innanzi o indietro nel tempo, creare una certa confusione. Ci si può atteggiare a scrittore moderno, ignorare il tempo e la distanza, e proclamare o far proclamare poi di aver finalmente risolto il problema spazio-tempo. Si può anche affermare, fin dall’inizio, che al giorno d’oggi è impossibile scrivere un romanzo, ma poi, per così dire, scriverlo in barba a se stessi, deporne uno bel grosso e finire col venir considerato l’ultimo romanziere possibile. Ho anche sentito dire che si fa un’ottima impressione di modestia iniziando col sostenere fermamente che: non ci sono più eroi da romanzo, perché gli individualisti non esistono più, perché l’individualismo va scomparendo, perché l’uomo è solo, ogni uomo egualmente solo, senza diritto a una solitudine individuale, e fa parte di una massa senza nome e senza eroi. Tutto ciò può essere giusto, corrispondere davvero alla realtà. Quanto a me, Oskar, e al mio infermiere Bruno, vorrei però che fosse chiaro questo: ambedue siamo degli eroi, due eroi totalmente diversi, lui dietro lo spioncino, io dall’altra parte; e se egli apre la porta, nonostante la nostra solitudine e la reciproca simpatia, noi siamo ancora ben altro che una massa senza nome e senza eroi.
Günter Grass, IL TAMBURO DI LATTA
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Quattro uccelli litigarono.
Quando l’albero fu tutto spoglio,
venne Venere travestita da matita
e, in bella grafia,
appose la firma sull’Autunno,
cambiale in scadenza di turno.

Günter Grass
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Mi chiedo se la letteratura non si stia ritirando dalla vita pubblica e se per i giovani scrittori Internet non rappresenti una sorta di parco giochi. In questo periodo assistiamo a una situazione di stallo, a una stagnazione cui il vocabolo “comunicazione” conferisce una certa aura.

Günter Grass
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Ogni singola frazione di tempo è programmata per condurci tutti quanti al collasso nervoso finale. Il mondo sta per divenire una Valle di Lacrime dell’industria culturale.
Günter Grass
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Disegnare mi aiuta a capire, a vedere meglio, a combinare qualcosa. Ovviamente non lo faccio per ogni pagina di un libro e non lo faccio nemmeno per ogni manoscritto… ma di tanto in tanto uno schizzo occorre proprio.
Günter Grass
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FRASI SULL’ALCOL

aprile 12th, 2015

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La solitudine significa anche: o la morte o il libro. Ma innanzi tutto significa alcol
Marguerite Duras
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Trincare. Sbronzarsi, sbevazzare, ingurgitare o ingollare alcolici, bere come una spugna, eccetera. Abitudine disdicevole per il singolo, mentre le nazioni più dedite alla nobile arte del bere sono all’avanguardia della civiltà e della potenza. Di fronte ai cristiani più amanti dell’alcool, i poveri e astemi maomettani cadono come le spighe davanti alla falce; in India, centomila bevitori di brandy riescono a tenere in pugno duecentocinquanta milioni di vegetariani astemi, che pure appartengono alla loro stessa razza, quella ariana; e con quale eleganza e rapidità l’americano dedito al whisky è riuscito a espellere dai suoi possedimenti il temperato spagnolo! Dai tempi in cui gli invasati guerrieri vichinghi mettevano a ferro e fuoco le coste occidentali d’Europa e poi si addormentavano ubriachi in ogni porto saccheggiato, si è capito una volta per tutte che i popoli più bevono e meglio combattono, senza troppi scrupoli legalitari e “fair play”.
Ambrose Bierce, Il dizionario del diavolo
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Tutti dipendiamo da qualcosa, da un amore, da una donna, dagli amici. Dall’alcol, dal sesso, dal potere. Il tossicodipendente non è un cane, è una persona fragile che ha bisogno di noi. Vive in una condizione atroce. Ma lo scrivo chiaro: non drogatevi, non bevete. Dovete avere rispetto per voi stessi, non dovete buttarvi via
Vasco Rossi
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L’alcol uccide lentamente. Chi se ne frega. Non ho fretta.
Georges Courteline
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Alla base dell’assunzione delle droghe, di tutte le droghe, anche del tabacco e dell’alcol, c’è da considerare se la vita offre un margine di senso sufficiente per giustificare tutta la fatica che si fa per vivere. Se questo senso non si dà, se non c’è neppure la prospettiva di poterlo reperire, se i giorni si succedono solo per distribuire insensatezza e dosi massicce di insignificanza, allora si va alla ricerca di qualche anestetico capace di renderci insensibili alla vita.
Umberto Galimberti
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Maledetta la sobrietà. Da noi si beve troppo poco spirito, per averne qualche traccia.
Anselmo Bucci, Il pittore volante
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L’alcool è un buon disinfettante per le anime ferite.
Gianni Monduzzi, Orgasmo e pregiudizio
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Non pensate di annegare i vostri dispiaceri nell’alcol. Sanno nuotare.
Albert Willemetz
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L’alcol è come l’amore: il primo bacio è magico, il secondo è intimo, il terzo è routine. Dopo di che, spogli la donna e basta.
Raymond Chandler, Il lungo addio
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L’alcol è l’aspirina dell’anima.
Louis Gauthier, Anna
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È vero che l’alcol è nemico dell’uomo, ma è anche vero che chi fugge davanti al nemico è un vigliacco.
Anonimo
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L’acqua è la prosa dei liquidi, l’alcol ne è poesia.
Ferdinand Reiber
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FRASI SUL DISPREZZO

aprile 10th, 2015

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Ci sono tre cose da evitare con cura: l’odio, l’invidia e il disprezzo.
Seneca
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A disprezzarsi troppo ci si rende degni del proprio disprezzo.
Henri-Frédéric Amiel, Diario intimo
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Di mezzo ai patimenti, alla miseria, alla schiavitù, voi potete rivolgervi a Dio, e santificarvi nell’adorazione di Lui, nella preghiera, nella fede in un avvenire che vi compenserà largamente, e nel disprezzo delle cose mondane.
G. Mazzini
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Gli insulti degli ignoranti bisogna ascoltarli senza scomporsi, e se uno aspira alla virtù deve disprezzare il disprezzo stesso.
Seneca
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Ci sono pelli corazzate con le quali il disprezzo non è più una vendetta.
Charles Baudelaire, Razzi
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Le tentazioni contro la fede e la purità è merce offerta dal nemico, ma non temerlo se non con il disprezzo. Finché egli strepita è segno che non ancora si è impossessato della volontà. Tu non ti disturbare per ciò che vai sperimentando da parte di questo angiolo ribelle; la volontà sia sempre contraria alle sue suggestioni, e vivi tranquilla, ché non vi è colpa, ma sebbene vi è il compiacimento di Dio ed il guadagno per l’anima tua.
S. Pio da Pietrelcina
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Non c’è peggiore e più insidioso nemico dell’anima tua, di te stesso, quando il corpo non si accorda con lo spirito. Per avere vittoria sulla carne e sul sangue, devi assumere un totale e vero disprezzo di te. Tu hai ancora invece un eccessivo e disordinato amore di te stesso; per questo sei tanto esitante a rimetterti interamente alla volontà degli altri.
T. da Kempis
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Disprezzo. Il sentimento che prova un uomo prudente nei confronti di un nemico in posizione troppo temibile per poter essere attaccato direttamente senza pericolo.
Ambrose Bierce, Dizionario del diavolo
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In questi tempi difficili, è opportuno concedere il nostro disprezzo con parsimonia, tanto numerosi sono i bisognosi.
François-René de Chateaubriand, Memorie d’oltretomba

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Verso l’ottimismo nutro il più grande disprezzo.
O. Wilde

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La forma sublime del disprezzo è il perdono.
Nicolás Gómez Dávila, In margine a un testo implicito

PERSO L’AMORE NON RESTA CHE BERE

marzo 31st, 2015

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Perso l’amore, non resta che bere.

L’endecasillabo perfetto.

Un poeta solo con un solo verso.

E io di versi ne ho scritti così pochi… Però ne ho emessi a volontà!

Uooh! Uooh! Uooh!

Versi. Conati. Sbocchi. Rigurgiti. Spurghi. Macché, nemmeno riesco a vomitare.

Le cose non vanno per il verso giusto. Per certi versi. Per un verso o per l’altro. Mi faccio il verso.

Verso? Verso cosa? lo non sto andando da nessuna parte.
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Torno a casa. Lo tiro fuori e vedo che la macchiolina è diventata rosa. Forse avevano ragione i ragazzi. Era solo lo strofinamento. Forse sono sano: ci penserò più tardi.

Più tardi.

Ma sì.

E ora?

Ora sì che bisogna fare qualcosa.

Più tardi.

Ora devo uscire.

L’unica cosa che devo fare è uscire.

La prima e l’ultima cosa che devo fare è uscire.

Perso l’amore, non resta che bere.

L’endecasillabo perfetto.

A noi due.
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Le telefonate mi perseguitano. Tutti stanno male. Nemmeno fossi Cristo risorto, mi cercano tutti. E io non so dire di no, perché anch’io non sto bene, e a volte da solo, a casa, mi trastullo con l’idea di smetterla con la vita di questi mesi, anche solo per una settimana. Penso di potercela fare, di prendere una pausa da queste anime in pena, per pensare a tutto quel che è stato. A volte ho davvero voglia di tirare il freno. Scendere. Respirare.

Invece no.

Alla fine esco, perché un po’ si ride e un po’ si rimanda tutto al giorno dopo, che è lontanissimo. Lontano quanto una notte di sbronze, dove il tempo si dilata all’infinito sotto le luci soffuse di un locale, nei riflessi scarlatti o ocra del bicchiere, nel mormorio degli avventori, nello specchio dietro al bancone che riflette sagome sfocate, nelle grida dei lunatici sbronzi, nel fumo delle ultime sigarette, nei vecchi senza più denti e capelli e vita che ti siedono accanto, nei brindisi sghembi e nei sorrisi forzati, nei borbottii di una canna fumata al freddo, nelle camminate per una città divorata dal gelo, in un’ora abbandonata come l’alba, mentre rincasiamo con i geloni e vediamo accendersi le prime luci, tanto calde da commuoverci, al pensiero del tepore di una famiglia, un bacio sul collo, un colpo di tosse e un caffè.
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«Un infarto?» ha detto con un filo di voce. E poi: «Come. Non capisco».

Un padre, un genitore, ha paura di mille cose: gli incidenti di macchina, la droga, le amicizie pericolose, la delinquenza, l’anoressia, la bulimia, la depressione, il suicidio, l’assenza di motivazioni, la ribellione, la mancanza di rispetto, la disoccupazione, il ripudio della famiglia, le nevrosi, gli abusi, l’incertezza sessuale, la devianza, il suicidio, anche l’omicidio. Ma l’infarto! Lo so cosa vorrebbe dire mio padre: «Ascolta, c’è stato un equivoco! Sono io che vado a giocare a tennis due volte alla settimana per non schiattare prima degli ottanta! Sono io che non fumo da trent’anni per agevolare la circolazione! Sono io che bevo con moderazione per non affaticare le coronarie! Sono io che controllo ogni anno il colesterolo! Che cazzo c’entri tu! Tanto vale che mi metta un giubbotto di pelle, dei jeans sdruciti, un bandana in testa e vada in discoteca a calarmi rischiando la vita alle tre di notte sulla tangenziale!»

«Papà, quello è Fonzie. Io non vado in giro vestito così».

«Dicevo per dire. Il concetto è chiaro».

Ma mio padre non è incazzato: solo non sa cosa pensare. Mi guarda.

Secoli di generazioni assennate buttate nel cesso, vorrebbe forse dire.

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