Frasi Malinconiche

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Talvolta il mondo ci appare così grande

luglio 25th, 2014

mondo malinconia

Talvolta il mondo ci appare così grande che diventa difficile per noi riuscire ad abbracciarlo. Si porta via tutte le cose sicure. Ci sentiamo allora piccoli come un seme, o sabbia su una spiaggia.

“Così diversa da me”, S. Fletcher

Dimentica anche l’amore, forse anche il Dolore passerà.

ottobre 9th, 2013

dimentica

Dimentica quello che è stato comunque non ritornerà
Dimentica anche l’amore, forse anche il Dolore passerà.

Gelo

giugno 1st, 2013

Il vento gelido
della solitudine e della tristezza
spazza crudelmente il mio profondo
e macchia d’orrore l’animo mio.
Giorni neri, di depressione,
di tensione, d’ansia
sono passati,
e adesso, inesorabilmente,
verranno giorni d’attesa,
d’incertezza, d’imprevisti,
di trepidazioni.
Ma intanto, come un fiore
nel buio della mia stanza,
sfiorisco nell’attesa di vederla,
di stringerla fra le mie braccia,
di perdermi, insieme a lei,
in un vortice di non pensieri,
in mendri di mille colori
fra scoppi di cristalli vellutati,
in fraseggi di luce cosmica,
nelle abissali profondità degli spazi marini,
nelle viscere d’una felicità mai sentita.
Ma ora, ora son solo,
solo con la sua immagine
e con il vuoto ch’è intorno a me!

(1974)

Il suo nome, la sua immagine

maggio 29th, 2013

Gridare, gridare, gridare
vorrei!
Urlarlo, dirlo, cantarlo
a tutto ciò ch’esiste:
alla gente, alle case, ai muri,
agli alberi,
all’erba, ai fiori,
alle formiche, alle farfalle, alle rondini,
ai ruscelli, al cielo, al cosmo intero
vorrei imprimere il suo nome.
Ma adesso, seduto su una vecchia seggiola,
sento aleggiare gli occhi suoi
intorno alla mia mente;
vedo il suo volto, scolpito nel vento,
sfiorare il mio;
i suoi capelli,
accarezzati dalle spumose onde del mare,
danzare per me;
le sue mani,
come foglie vellutate,
posarsi sul mio corpo…
Chiudo gli occhi,
un angelo biondo
si perde nel mio cuore.

(1974).

Paura

maggio 26th, 2013

Son solo ed ho paura, ho paura di restar solo.
Ho paura di pensare, ho paura di restar solo con
i miei pensieri.
Pensieri, nient’altro che pensieri che m’assillano,
mi squarciano la mente, mi soffocano, mi torturano.
Mi sento inerme contro di essi…mi lascio andare
nel loro vorticare, mi portano via verso lontane
utopie, verso amori impossibili, verso mondi impossibili,
verso l’incredibile.
E’ debole la mia mente, non può respingerli, può solo
accettarli per quelli che sono…
frasi, parole, persone, luoghi, idee, dolori, ricordi,
speranze…che nei momenti di sconforto s’insinuano
in me per poi difficilmente lasciarmi…

(1974)

Vorrei

maggio 4th, 2013

Volgere il pensiero altrove

scendere negli inferi

camminare fra le nubi

parlare agli uccelli

cacciare nelle grandi praterie

esplodere

dimenticare

calmare la rabbia del mio corpo

non pensare

tornare indietro

parlarle…

vorrei.

(1974)

 

MI MANCHI TANTO…

marzo 6th, 2013

Sono le quattro e trenta del mattino.
La mia notte mi strema. Sa bene che mi manchi e tutta la sua oscurità non basta a nascondere quest’evidenza che brilla come una lama nel buio, la mia notte vorrebbe avere ali per volare fino a te, avvolgerti nel sonno e ricondurti a me. Nel sonno mi sentiresti vicina e senza risvegliarti le tue braccia mi stringerebbero. La mia notte non porta consiglio. La mia notte pensa a te, come un sogno a occhi aperti. La mia notte si intristisce e si perde. La mia notte accentua la mia solitudine, tutte le solitudini. Il suo silenzio ascolta solo le mie voci interiori. La mia notte è lunga, lunga, lunga. La mia notte avrebbe paura che il giorno non appaia più ma allo stesso tempo la mia notte teme la sua apparizione, perché il giorno è un giorno artificiale in cui ogni ora vale il doppio e senza di te non è più veramente vissuta. La mia notte si chiede se il mio giorno somiglia alla mia notte. Cosa che spiegherebbe la mia notte, perché tempo anche il giorno. La mia notte ha voglia di vestirmi e di spingermi fuori per andare a cercare il mio uomo. Ma la mia notte sa che ciò che chiamano follia, da ogni ordine, semina disordine, è proibito. La mia notte si chiede cosa non sia proibito. Non è proibito fare corpo con lei, questo, lo sa, ma si irrita nel vedere una carne fare corpo con lei sul filo della disperazione. Una carne non è fatta per sposare il nulla. La mia notte ti ama fin nel suo intimo, e risuona anche del mio. La mia notte si nutre di echi immaginari. Essa, può farlo. Io, fallisco. La mia notte mi osserva. Il suo sguardo è liscio e si insinua in ogni cosa. La mia notte vorrebbe che tu fossi qui per insinuarsi anche dentro di te con tenerezza. La mia notte ti aspetta. Il mio corpo ti attende. La mia notte vorrebbe che tu riposassi nell’incavo della mia spalla e che io riposassi nell’incavo della tua. La mia notte vorrebbe essere spettatrice del mio e del tuo godimento, vederti e vedermi fremere di piacere. La mia notte vorrebbe vedere i nostri sguardi e avere i nostri sguardi pieni di desiderio. La mia notte vorrebbe tenere fra le mani ogni spasmo. La mia notte diventerebbe dolce. La mia notte si lamenta in silenzio della sua solitudine al ricordo di te. La mia notte è lunga, lunga, lunga. Perde la testa ma non può allontanare la tua immagine da me, non può dissipare il mio desiderio. Sta morendo perché non sei qui e mi uccide. La mia notte ti cerca continuamente. Il mio corpo non riesce a concepire che qualche strada o una qualsiasi geografia ci separi. Il mio corpo diventa pazzo di dolore di non poter riconoscere nel cuore della notte la tua figura o la tua ombra. Il mio corpo vorrebbe abbracciarti nel sonno. Il mio corpo vorrebbe dormire in piena notte e in quelle tenebre essere risvegliato al tuo abbraccio. La mia notte urla e si strappa i veli, la mia notte si scontra con il proprio silenzio, ma il tuo corpo resta introvabile. Mi manchi tanto, tanto. Le tue parole. Il tuo colore.

Fra poco si leverà il sole..

Frida Kahlo – Lettera di Frida Kahlo a Diego Rivera

Candidi fiocchi

febbraio 23rd, 2013

Com’erano candidi e soffici quei fiocchi di neve che ci
hanno visto insieme nel loro volteggiare lento e pigro
verso il selciato. Candidi fiocchi che mi hanno regalato
momenti che vorrei rivivere all’infinito. Momenti di
pura gioia perchè tu eri con me, l’universo intero era
con me. Solamente essere accanto a te, sentirti
accostata a me mentre i fiocchi danzavano intorno a noi,
mi ha reso l’uomo più felice. Per questo avrei voluto
fermare il tempo, soprattutto nell’attimo in cui mi
guardavi ridendo e ti tenevi a me per non scivolare.
Momenti che custodirò gelosamente nel mio cuore, perchè
non ritorneranno più…

QUANDO L’AMORE HA IL RETROGUSTO DEL PECCATO

febbraio 14th, 2013

Si abbracciarono a lungo come due bimbi sperduti, e finalmente cercarono ognuno la bocca dell’altro e si baciarono trepidi con la passione che avevano coltivata in anni di segrete fantasie.
Carmen mise via in fretta ogni cosa, piegò il suo tavolo e tutti e due si avviarono spingendo un carrettino da mercato su cui c’erano le scatole dei gioielli, guardandosi avidamente, in cerca di un posto per fare l’amore. L’urgenza era tale che non si concessero il tempo di parlare di niente, avevano bisogno di toccarsi, esplorarsi e convincersi reciprocamente che l’altro era proprio come l’aveva immaginato. Lei non volle dividere Gregory con Joan e Susan, temeva che se fossero andati a casa loro l’incontro sarebbe stato inevitabile e per quanto discrete fossero le due donne, sarebbe stato ben difficile eludere la loro compagnia, lui pensò la stessa cosa e senza consultarla la portò in un misero motel il cui unico pregio era la vicinanza. Lì si spogliarono frettolosamente e rotolarono sul letto storditi dall’ansia, affannati. Il primo abbraccio fu intenso e violento, si assalirono senza preamboli in un tumulto di sospiri e lenzuola, si aggredirono senza tregua e poi caddero vinti, per qualche minuto, da un profondo sopore. Carmen si svegliò per prima e si sollevò per osservare
quell’uomo col quale era cresciuta e che tuttavia adesso le sembrava un estraneo.
Aveva sognato di lui infinite volte e ora eccolo nudo alla portata della sua bocca. La guerra lo aveva intagliato a colpi di scalpello, era più magro e muscoloso, i tendini risaltavano come corde sotto la pelle e in una gamba le vene erano segnate e azzurre, traccia dell’incidente dei suoi tempi di manovale. Anche nel sonno era teso. Lo baciò con malinconia, aveva immaginato un incontro molto diverso, non quella specie di violenza reciproca, quella battaglia spietata, non avevano fatto l’amore, ma qualcosa che le lasciò un gusto di peccato. Le sembrò che lui non fosse del tutto li, il suo spirito era assente, non aveva abbracciato lei ma chissà quale fantasma del suo passato o dei suoi incubi, non c’era stata tenerezza, complicità, gioia, non lo aveva udito mormorare il suo nome né l’aveva visto guardarla negli occhi. Neppure lei era stata nella sua miglior forma, però non sapeva in cosa avesse sbagliato, Gregory aveva segnato il ritmo e tutto era seguito così disperatamente che lei si era perduta in una giungla oscura e ne emergeva ora calda, umida, un po’ dolente e triste. Gli insuccessi in amore non avevano distrutto la sua capacità di tenerezza. Pronta a riceverlo, si era scontrata con l’insospettata resistenza di questo amico atteso fin dall’infanzia; però lo attribuì alle privazioni della guerra e non perse la speranza di trovare uno spiraglio attraverso il quale entrargli nell’anima.

[...] Si rivestirono molto tempo dopo, quando il bisogno di respirare aria fresca e di mangiare qualcosa di più che pizza fredda e birra tiepida, unico servizio del motel, li riportò alla realtà.
Ebbero il tempo di accarezzarsi con più calma e raccontarsi del passato, di terminare le conversazioni iniziate al telefono per anni, di ricordare Juan José, di raccontarsi le illusioni infrante, gli amori falliti, i progetti non conclusi, le avventure e i dolori accumulati.
In quelle ore Carmen constatò che Gregory era cambiato non solo nel fisico, ma anche nell’anima, ma pensò che col tempo si sarebbero cancellati i brutti ricordi e sarebbe tornato a essere quello di prima, il buon amico sentimentale e divertente col quale vinceva concorsi di rock’n'roll, il confidente, il fratello. No, fratello, mai più, si disse con dolore. Quando la curiosità del conoscersi fu spenta, si rivestirono e uscirono per strada, lasciando nella stanza il carretto con la bigiotteria.
Seduti davanti a fumanti bricchi di caffè e toast croccanti, si guardarono nella luce rossastra della sera e si sentirono a disagio. Non sapevano che cosa fosse l’ombra calata tra di loro, ma nessuno dei due poté ignorare il suo effetto negativo. Avevano soddisfatto l’urgenza del desiderio, ma non c’era stato vero incanto, non si erano fusi in un solo spirito né si era loro rivelato un amore capace di cambiare le loro vite, come avevano immaginato. Una volta vestiti e appagati capirono quanto le loro strade divergessero, si trovavano d’accordo su ben poche cose, i loro interessi erano differenti, non condividevano progetti né valori. Quando Gregory espose il suo progetto di diventare un avvocato di successo e di far denaro, lei pensò che scherzasse, quell’avidità non gli calzava affatto, dov’erano rimasti gli ideali, i libri ispirati e i discorsi di Ciro con cui tante volte durante l’adolescenza l’annoiava e dei quali lei si burlava per farlo arrabbiare, ma che in fondo aveva fatto suoi. Per anni aveva pensato di essere lei la più frivola e lo aveva considerato come una guida, adesso si sentiva tradita. Quanto a Gregory non aveva la pazienza di ascoltare l’opinione di Carmen su argomenti importanti, dalla guerra agli hippy, gli sembravano le sparate di una ragazza viziata e bohémien che non era mai stata in situazioni di vero bisogno. Il fatto che si sentisse veramente realizzata vendendo gioielli per le strade e pensasse di passare il resto della sua esistenza come una vagabonda spingendo il suo carrettino e vivendo d’aria, gomito a gomito con dementi e falliti, era una prova convincente della sua immaturità.
“Sei diventato un capitalista,” lo accusò Carmen inorridita.
“E perché no? Tu non hai la minima idea di quello che sia un capitalista!” replicò Gregory, e lei non seppe spiegare quello che le pesava sul cuore e si irretì in divagazioni che suonarono come frasi enfatiche da adolescente.
Avevano pagato la camera al motel per un’altra notte, ma dopo avere terminato in silenzio la terza tazza di caffè, ciascuno chiuso nei propri pensieri, e avere passeggiato un po’ osservando lo spettacolo della strada all’imbrunire, lei disse che doveva riprendere le sue cose al motel e tornare a casa perché aveva molto lavoro in sospeso. Questo evitò a Reeves la brutta parte di inventare una scusa. Si separarono con un rapido bacio sulle labbra e la vaga promessa di rivedersi prestissimo.

ISABEL ALLENDE * IL PIANO INFINITO

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