Frasi

FRASI CARINE ♣♣♣ Frasi Straordinarie Da Scrivere a chi Ami! Dedica una Frase Significativa, una Frase Carina e Straordinaria, FRASI SIGNIFICATIVE! Scegli le Tue FRASI!



A me è successo….

luglio 19th, 2012

A me e’ successo….. camminavo in una strada stretta e piena di gente. Era un sabato mattina uno di quei sabato mattina che ti svegli pieno di voglia di fare, c’è un sole tiepido e si sta benissimo.. mi fermo a guardare dei libri in una bancarella , c’è una ragazza bellissima che mi mette in mano un libro e mi dice… questo per me e’ il libro dei libri.. senza dire nulla pagai e tornai a casa.. be da quel giorno mi sono innamorato..forse del libro… a me e’ successo ……. Il nero ©

(PARLAMI ANCORA)

Ma tu chi sei?!

luglio 16th, 2012

Stringo i miei fogli come fossero quadri..io scrivo..dipingo..amo..un ricordo sbiadito..lontano..IO voglio..vorrei..dare un colore alla tua ANIMA, ma tu chi sei?! Tu sei il NULLA…E la mia tela la dipingo di nero..

Tanya Bì ©

PAZZO..!

luglio 13th, 2012

PAZZO… mi capita spesso di parlare a me stesso .. .. IO sono felice adesso … io ho un lato migliore di questo .. un sorriso migliore di adesso.. certo nn riesco ad essere questo adesso…… se’ tu nn ci sei adesso impazzisco………il nero ©

FRASI SULLA FOTOGRAFIA DI FERDINANDO SCIANNA

luglio 12th, 2012

“Ebbi una specie di collasso psicologico: non riuscivo più a fare le foto. Troppo dolore: che senso ha fare le foto in una situazione del genere? Mi chiedevo. (…) Ero bloccato, volevo tornarmene indietro. Verso le sei e mezza, sempre arzigogolando su torno o non torno, come faccio a fotografare…, mi sono accorto che i miei pensieri stavano prendendo altre direzioni. Solo dopo un bel po’ mi resi conto che cominciavo ad aver fame e  a domandarmi che cosa e dove potessi mangiare. Più la fame aumentava e meno ero preoccupato del fatto che lì intorno stessero morendo cinquanta, cento persone al giorno, mi laceravo sempre meno sul significato di fotografare, mentre invece pensavo sempre di più che, semplicemente, avevo fame. Lentamente riemersi e cominciai a riflettere sul fatto che questo forse voleva dire che il mio corpo esisteva, esisteva la mia necessità fisica, più impellente e pervasiva di ogni blocco psicologico e morale. Che potevo fuggire dal dolore, ma non dalla fame, non dal mio corpo. Fai il fotografo? Non è questo che volevi fare? Fallo bene allora. Cerca di mettere nelle tue foto la tua angoscia e la tua pietà. Non pretendere di cambiare il mondo con la tua fragilità. Non fuggire. Tornai a fare il mio mestiere. E’ una lezione che non ho più dimenticato”.
FERDINADO SCIANNA, parlando  di un suo servizio a Makallé, in Etiopia, piagata da una carestia
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Da noi il fotografo è “al seguito” del giornalista. Una volta un cronista mi disse: “Tu sei troppo intelligente per fare foto, devi scrivere”
FERDINANDO SCIANNA
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Un tempo a nessuno sarebbe venuto in mente di comprare una foto di guerra mentre oggi sono nei musei, alle aste. Così ci sono fotografi che vanno in guerra per stampare foto lunghe tre metri e metterle in galleria. Ma non si possono fare le stesse fotografie per un giornale, un libro e per una galleria d’arte. Il rapporto che si ha con gli eventi, l’autenticità, è diversa. Il fatto che una certa fotografia sia approdata all’arte è sintomo della fine del ruolo che ha avuto nei suoi quasi due secoli di vita.
FERDINANDO SCIANNA
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in certe riviste per turisti: c’è la foto della spiaggia bianca con le palme, la didascalia che dice “spiaggia bianca con palma” e l’articolo del giornalista che elogia lo splendore della spiaggia bianca. Da pazzi. La foto non deve essere per forza descrittiva. Deve raccontare. Può essere metaforica. Un colpo d’occhio
FERDINANDO SCIANNA* intervista con Vittorio Zincone – marzo 2010
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«L’antropologo Ernesto de Martino scrisse: “Soltanto chi ha un villaggio nella memoria, può fare un’esperienza cosmopolita”. La mia Sicilia è soprattutto al centro delle foto fatte altrove».
[...]
«Come Cartier-Bresson, nato sotto le nuvole della Normandia, diceva che la sua luce ideale era un giorno luminoso senza ombre, la mia luce ideale è quella per cui mia madre mi ordinava di mettermi un cappello che se no schiattavo per l’insolazione».
FERDINANDO SCIANNA* intervista con Vittorio Zincone – marzo 2010
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Mi piaceva che venisse apprezzato quel che facevo. La fotografia per me non è mai stata una vocazione. Era la via di fuga dalla Sicilia
FERDINANDO SCIANNA* intervista con Vittorio Zincone – marzo 2010
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L’essere residuo, traccia e tragedia può essere eliminato solo in due modi, per dirla con Barthes, divinizzandola e inflazionandola. I due processi si sono compiuti contemporaneamente: l’approssimazione all’arte l’ha divinizzata, resa oggetto da museo e merce di scambio; l’inflazione è all’ordine del giorno. È un processo duchampiano e il digitale è solo una conseguenza del mondo in cui viviamo, che toglie il carisma del documento nel paradosso. Le case che producono macchine fotografiche digitali forniscono anche i programmi che ne certificano la non manipolazione, cercando così di restituirle il suo status. Si dimentica che la fotografia proprio nell’essere traccia ha cambiato la visione del mondo e la struttura della memoria. Oggi il suo essere ponte tra noi e la realtà disturba e allora vogliamo superarla per vedere un’immagine sognata, un grande muro colorato.
FERDINANDO SCIANNA
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Se pensi la fotografia come strumento per produrre narrazione, documento e memoria non hai lo stesso atteggiamento di chi vuole creare un’icona, ovvero del pittore, il cui senso estetico è nella forma dell’atto. Questa produce immagini estetiche e non c’è nulla di più inutile di una bella foto e di più contradditorio di una concettuale. Cartier-Bresson non sarebbe diventato Cartier-Bresson se in Images à la Sauvette non fosse stato presente il testo in cui definisce la fotografia. Io credo che il fotografo sia un lettore del mondo e che le immagini siano ricevute. Quando Glenn Gould suona Bach non è Bach, lo interpreta. Il mondo scrive l’immagine: il fotografo l’interpreta.
FERDINANDO SCIANNA

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La mia vicenda fotografica non è partita dalla fotografia stessa ma dalle cose che avevo da dire.
FERDINANDO SCIANNA* Intervista con A.Madesani gen1998
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Sciascia citava sempre Pirandello che diceva: ci sono duo tipi di scrittori, quelli di cose e quelli di parole. Una fortissima discriminante anche per la fotografia. Ci sono i fotografi che guardano il mondo per farne fotografie e quelli che fanno fotografie per l’esigenza di raccontare il mondo.
FERDINANDO SCIANNA* Intervista con A.Madesani gen1998
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Il fotografo ha la fortuna di potere costruire le immagini ricevendole. Il gesto del fotografare consiste nel ricevere, è un modo di leggere il mondo interpretandolo. E’ nella maniera in cui sceglie i suoi rettangoli o quadrati di tempo e di vita che il fotografo finisce col costruire il suo mondo.
FERDINANDO SCIANNA* Intervista con A.Madesani gen1998
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Per Cartier-Bresson la fotografia è una risposta immediata a una domanda. Prima della fotografia l’uomo non disponeva di uno strumento simile. Tutte le immagini erano frutto di costruzioni linguistiche, con la fotografia diventano figlie di una lettura interpretativa: quelle buone, si capisce. Il tutto in una sorta di coincidenza zen fra l’istante che non esiste e il fotografo che lo fa esistere. E non mi pare una cosuccia così umiliante.
FERDINANDO SCIANNA* Intervista con A.Madesani gen1998
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Sono sempre irritato da proposte fotografiche dell’indifferenziato. Perché sinonimo stesso di cultura è scelta. Tutti noi scegliamo, e non solo la fotografie ma i quadri, l’arte, le compagnie, il cibo. [...] e facendo fotografia scegliamo un istante piuttosto che un altro. La scelta di tutti gli istanti che hai scelto in anni di vita e di fotografo, ti identifica.
Ferdinando Scianna

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FRASI FALSITA’

luglio 11th, 2012

Sii sincero, sempre. La falsità non potrà portarti mai su strade sicure.
[...] Credi che tutti i sorrisi, i complimenti, i consigli, gli auguri ti siano fatti con sincerità? Sbagli, è certo. Molte persone vivono invidiando i risultati da te ottenuti, ma allo stesso tempo fanno poco o niente per intraprendere la tua stessa strada.
E’ il coraggio che manca,  ed è difficile ammettere con se stessi di aver fallito. [...] Allora, sorrisi e abbracci di facciata, e alle spalle giudizi e chiacchiere sterili e inutili. [...]
Non è una regola assoluta. Sono sicuro che troverai anche persone che darebbero tutto per la tua felicità, ma  credimi, gente così è davvero rara, però il tuo cuore un giorno, riuscirà a distinguere nettamente la differenza e tu riuscirai a trovare nella massa, i pochi e veri “Amici”, questi, sì, saranno per sempre!
Anton Vanligt, Mai troppo Folle

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Una cosa avrebbe voluto dire, e me lo ripeteva con veemenza, ad alcune amiche: non le sopportava. Non sopportava quei sorrisi che si spegnevano appena lo sguardo si voltava. La voglia che avevano di ascoltare senza condividere. I loro commenti fatti di: io lo sapevo e te l’avevo detto. Le occhiate di insopportabile compiacenza quando minimizzavano o rendevano volgare la vita degli assenti. Marta avrebbe voluto tacere, smetterla di raccontare la sua vita a chiunque. Soprattutto a loro. Ma chi sarebbe stato in grado di ascoltarla? Ascoltarla come lei avrebbe voluto.
Ascoltarla guardandola negli occhi. Presente ad ogni invisibile lacrima.
Marta, Gianfranco Brevetto

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Non dar lingua ai tuoi pensieri, e i pensieri aspetta di averli ben ponderati prima di convertirli in azioni. Sii affabile, ma non volgare; agli amici provati tieniti unito con vincoli d’acciaio, ma non farti venire il callo alla destra stringendo tutte le mani che incontri. Guardati dal cacciarti in risse: ma se proprio ti ci trovi, che il tuo avversario ne esca augurandosi di non incontrarti più. Ascolta tutte le opinioni, ma sii riservato nei tuoi giudizi. Elegante il vestire in proporzione ai mezzi, ma senza sfoggio; ricco, non stravagante; perché l’abito rivela l’uomo. Non chiedere né dare a prestito perché chi presta perde quasi sempre il denaro e l’amico, e il far debiti riduce il senso della parsimonia. E questo soprattutto: sii sincero con te stesso; e ne seguirà, come la notte segue il giorno, che non potrai essere falso con gli altri.

William Shakespeare, Amleto

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È difficile sapere cosa sia la verità, ma a volte è molto facile riconoscere una falsità.
Albert Einstein
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Noi siamo ciò che facciamo finta di essere, e dovremmo porre più attenzione in ciò che facciamo finta di essere.
Kurt Vonnegut
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Le parole false non solo sono cattive per conto loro, ma infettano anche l’anima con il male.
Socrate
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La falsità è la verità degli altri.
Oscar Wilde
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Quando non vogliamo sapere una cosa – fingiamo di non saperla. – E se la finzione è più per noi stessi che per gli altri, creda pure, è proprio, proprio come se non si sapesse.
Luigi Pirandello
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La gente falsa non parla, insinua. Non conversa, spettegola. Non elogia, adula. Non desidera, brama. Non chiede, esige. Non sorride, mostra i denti. La gente falsa è povera di spirito, poiché non cammina, striscia nella vita, sabotando la felicità altrui. La gente falsa ignora la bellezza e la nobiltà d’animo perché non ama, e così finisce per non vivere, esiste appena…
Anonimo

L’UDITO E LA VIRTU’

luglio 10th, 2012

il senso dell’udito [...] a detta di Teofrasto, è esposto più di ogni altro alle passioni, dato che non c’è niente che si veda, si gusti o si tocchi, che produca sconvolgimenti, turbamenti o sbigottimenti paragonabili a quelli che afferrano l’anima quando l’udito è investito da certi frastuoni, strepiti o rimbombi.
Ma a ben guardare esso ha più legami con la ragione che con la passione, perché se è vero che molte sono le zone e le parti del corpo che offrono al vizio una via d’accesso per cui arriva ad attaccarsi all’anima, per la virtù l’unica presa è data invece dalle orecchie dei giovani, sempreché siano pure e tenute fin dall’inizio al riparo dai guasti dell’adulazione e dal contagio di discorsi cattivi.
Per questo Senocrate invitava ad applicare i paraorecchi ai ragazzi più che ai lottatori, perché a questi ultimi i colpi sfigurano le orecchie, mentre ai primi i discorsi distorcono il carattere. Egli non intendeva, comunque che dovessero porsi in una sorta di isolamento acustico o diventare sordi: consigliava solo di proteggerli dai discorsi cattivi prima che altri buoni, come guardie allevate dalla filosofia a protezione del carattere, non ne avessero saldamente occupato la postazione più precaria e maggiormente esposta alla voce della persuasione.
L’antico Biante, quando Amasi gli chiese di inviargli la porzione di vittima sacrificale che a suo giudizio fosse migliore e al tempo stesso peggiore, ne recise la lingua e gliela mandò, intendendo dire che nella parola sono insiti i danni e i vantaggi più grandi.
La maggior parte delle persone, quando bacia teneramente i propri piccoli, ne prende le orecchie tra le mani e li invita a fare altrettanto, con scherzosa allusione al fatto che essi devono amare soprattutto chi fa loro del bene attraverso le orecchie.
È evidente che un giovane che fosse tenuto lontano da qualunque occasione di ascolto e non assaporasse nessuna parola, non solo rimarrebbe completamente sterile e non potrebbe germogliare verso la virtù, ma rischierebbe anche di essere traviato verso il vizio, facendo proliferare molte piante selvatiche dalla sua anima, quasi fosse un terreno non smosso ed incolto. Le pulsioni verso il piacere e le diffidenze verso la fatica sono sorgenti per così dire native, e non esterne o fatte affluire in noi dalle parole, di infinite passioni e malattie, e se sono lasciate libere di riversarsi dove natura le guida e non si provvede a frenarle con buoni ragionamenti, bloccandone o deviandone il naturale fluire, non c’è belva che non possa apparire più mansueta di un uomo.

L’ARTE DI ASCOLTARE, PLUTARCO

FRASI COLLERA

luglio 10th, 2012

Andare in collera non ha senso. Se il vostro scopo era veramente dipunire il vostro nemico fareste bene a restare calmi e riflettere tranquillamente sul destino che gli riservereste! (Risata)
Dalai Lama, I Consigli Del Cuore

*

Quando qualcuno dice o fa una cosa che ci fa arrabbiare noi ne soffriamo e allora tendiamo a reagire cercando di farlo soffrire a sua volta, nella speranza che questo riduca la nostra personale sofferenza. Pensiamo “Voglio punirti. Voglio farti soffrire perchè tu hai fatto soffrire me: quando ti vedrò soffrire davvero mi sentirò meglio”. A quanto pare molti di noi credono in questo modo di fare così infantile. Il fatto è che quando fai soffrire l’altro, lui a sua volta cercherà sollievo facendoti soffrire ancora di più: il risultato è una crescita esponenziale di sofferenza da entrambe le parti. Al contrario, avete bisogno entrambi di compassione e di aiuto, non di una punizione.
Thich Nhat Hanh, Spegni il fuoco della rabbia

*

Quel giorno l’Angelo aveva fatto trovare la piccola Aurora per caso vicino alla macchina un foglio sgualcito e calpestato, nell’aprirlo si sporco’ le mani di terra ed asfalto e lesse: . Non seppe mai come arrivò lì quel messaggio, ma una cosa è certa, le si lesse un sorriso negli occhi, solo negli occhi però, perchè la bocca e gli zigomi era tristi, di una tristezza cruda e fredda, quella di chi soffre davvero.
Stephen Littleword, L’angelo e Aurora

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Cedendo alla collera non facciamo necessariamente un torto al nostro nemico, ma in compenso danneggiamo senz’altro noi stessi.
Dalai Lama, I Consigli Del Cuore

*

“Se credi che in te non ci sia alcun amore per l’altro, solo odio; ti sbagli. Aspetta che l’altro muoia e poi piangerai e piangerai, desiderando che torni in vita. Questo dimostra che in te c’è ancora amore; dovresti dargli l’opportunità di manifestarsi adesso che l’altra persona è ancora viva. Per aiutare l’amore a riapparire devi sapere come gestire la rabbia. La rabbia va sempre di pari passo con la confusione e con l’ignoranza”
Thich Nhat Hanh, Spegni il fuoco della rabbia

*

Non siete tenuti a tollerare il male che viene fatto a voi o agli altri. Contrastatelo, ma non odiatene l’autore, non lasciatevi trascinare contro di lui, non cercate di vendicarvi. Così la vostra reazione non sarà una rivincita, una collera in reazione a un’altra collera. È questa la vera pazienza. È difficile reagire nel modo giusto sotto l’influsso della rabbia. Dimenticatela, dunque, la vostra rabbia.
Dalai Lama, I Consigli Del Cuore

Spegni il Fuoco della Rabbia Spegni il Fuoco della Rabbia
Governare le emozioni, vivere il nirvana – Nuova edizione
Thich Nhat HanhCompralo su il Giardino dei Libri
Dominare la rabbia Dominare la rabbia

William DaviesCompralo su il Giardino dei Libri
Non t'Incazzare! Non t’Incazzare!
Impara a controllare la collera e a usarla solo quando serve
Daniel PalaciosCompralo su il Giardino dei Libri
Lavorare Sulla Rabbia Lavorare Sulla Rabbia

Thubten ChodronCompralo su il Giardino dei Libri

LA GENTE VUOL SENTIRE SOLO CIO’ DI CUI HA BISOGNO

luglio 8th, 2012

Quando travasa qualcosa, la gente inclina e ruota i vasi perché l’operazione riesca bene e non ci siano dispersioni, mentre, quando ascolta un filosofo, non impara ad offrire se stessa a chi parla e a seguire attentamente, perché non le sfugga nessuna affermazione utile. E quel che è più ridicolo è che se incontrano uno che racconta di un banchetto, di un corteo, di un sogno o dell’alterco avuto con un altro, restano ad ascoltarlo in silenzio e insistono per saperne di più; ma se uno li tira da parte e vuol dare loro un insegnamento utile, spronarli a qualche dovere, redarguirli in caso di errore o addolcirli quando sono irritati non lo sopportano e se ne hanno la possibilità si sforzano d’averla vinta e si mettono a controbattere le sue parole o, se proprio non ce fanno, lo piantano in asso e vanno alla ricerca di altri insulsi discorsi, riempiendosi le orecchie, quasi fossero vasi difettosi e incrinati, di qualunque cosa piuttosto che di ciò di cui hanno bisogno. I bravi allevatori rendono sensibile al morso la bocca dei cavalli: così i bravi educatori rendono sensibili alle parole le orecchie dei ragazzi insegnando loro non a parlare molto, ma ad ascoltare molto. Nel tessere gli elogi di Epaminonda, Spintaro diceva che non era facile incontrare uno che sapesse di più e parlasse di meno. E la natura, si dice, ha dato a ciascuno di noi due orecchie ma una lingua sola, perché siamo tenuti ad ascoltare più che a parlare.

PLUTARCO, L’ARTE DI ASCOLTARE

IL MIO NOME E’ ROSSO * ORHAN PAMUK

luglio 8th, 2012

Adesso io sono un morto, un cadavere in fondo a un pozzo. Ho esalato l’ultimo respiro ormai da tempo, il mio cuore si e’ fermato, ma, a parte quel vigliacco del mio assassino, nessuno sa cosa mi sia successo. Lui, il disgraziato schifoso, per essere sicuro di avermi ucciso ha ascoltato il mio respiro, ha tastato il mio polso, mi ha dato un calcio nel fianco, mi ha portato al pozzo e mi ha preso in braccio per poi buttarmici dentro. La testa me l’aveva gia’ spaccata a colpi di pietra, e cadendo nel pozzo e’ andata in pezzi, la mia faccia, la fronte e le guance, e’ rimasta schiacciata, e’ scomparsa, le ossa si sono spezzate, la bocca si e’ riempita di sangue.
Sono quattro giorni che manco da casa. Mia moglie e i miei figli mi staranno cercando. Mia figlia, sfinita dal pianto, probabilmente stara’ guardando il cancello del giardino; tutti mi staranno aspettando con lo sguardo fisso sulla porta.
Ma mi staranno veramente aspettando? Non lo so. Forse si saranno abituati, che orrore! Perche’ stando qui sembra quasi che la vita che ti sei lasciato dietro continui come sempre. Prima di nascere avevo alle spalle un tempo illimitato. Un tempo che non sarebbe finito neanche dopo la mia morte! Da vivo non pensavo a queste cose, continuavo a vivere
nella luce, nel tempo che passa tra due oscurita’.
Ero felice, ero veramente felice, ora lo capisco.
Orhan Pamuk * Il mio nome e’ rosso.
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posso affermare che le anime squartate in terra qui si ricompongono. E poi, al contrario di quanto affermano gli infedeli miscredenti e i bestemmiatori che credono a Satana, grazie al cielo un aldila’ esiste. Il fatto che io vi parli da li’ ne e’ la prova.
Sono morto, ma come vedete, non sono scomparso. Devo dire pero’ che non ho trovato i padiglioni d’oro del Paradiso, ne’ quelli d’argento sotto i quali scorrono i fiumi, gli alberi dalle foglie enormi e dai frutti maturi, ne’ le belle vergini di cui si parla nel Corano.
Orhan Pamuk * Il mio nome e’ rosso.
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Per farla breve, io che nella corporazione dei miniaturisti e tra i maestri d’arte sono conosciuto come Raffinato Effendi, sono morto ma non
sono stato sepolto. Percio’ la mia anima non ha potuto abbandonare del tutto il corpo. Perche’ la mia anima possa andare verso il Paradiso, l’Inferno, o dove e’ destino che vada, deve uscire dalla sporcizia del corpo. Questa particolare situazione, che puo’ capitare anche ad altri, e’ per la mia anima causa di tremendo dolore. Non sento di avere la testa fracassata, non sento le fratture che spezzano meta’ delle mie ossa, l’orrore di putrefarmi nell’acqua gelida, ma avverto il dolore profondo della mia anima che si divincola nel tentativo di abbandonare il corpo. come se tutto l’universo cominciasse a contrarsi restringendosi in un qualche luogo dentro di me.
Posso paragonare questo senso di contrazione solo alla spaventosa liberazione che ho provato nel momento in cui sono morto.
Orhan Pamuk * Il mio nome e’ rosso.
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Sapere che chi mi vuole bene pensa continuamente a me immaginando che stia perdendo tempo in stupidaggini in qualche angolo di Istanbul, oppure che sia andato dietro a una donna, aumenta il dolore della mia anima inquieta. Basta! Trovate il mio cadavere, seppellitemi e fatemi un funerale con tutte le necessarie preghiere rituali! Ma soprattutto che venga scoperto il mio assassino! Sappiate che finche’ non si scopre quel vigliacco, anche se sepolto nella piu’ bella delle tombe, io attendero’ aggirandomi inquieto per la tomba e insinuero’ in tutti voi la miscredenza.
Orhan Pamuk * Il mio nome e’ rosso.
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Non ho nulla da fare, se non fantasticare
sulle torture che un’anima pia potrebbe infliggere a quel vigliacco del mio assassino, qualora lo trovasse
Orhan Pamuk * Il mio nome e’ rosso.
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Come nelle altre citta’, anche a Istanbul il denaro non aveva piu’ valore. I forni che, negli anni in cui ero andato in Oriente, tiravano fuori delle belle pagnotte grosse per un akçe, adesso, per lo stesso prezzo, davano solo la meta’ di quel pane, un pane che non aveva piu’ il sapore dell’infanzia. Se la buonanima di mia madre avesse visto che
toccava sborsare tre akçe per dodici uova, avrebbe detto «fuggiamo in un altro paese prima che le galline ci cachino in testa», ma sapevo che ovunque il denaro non valeva nulla.
Orhan Pamuk * Il mio nome e’ rosso.
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Sono un cane, e voi che non siete creature ragionevoli quanto me dite che un cane non parla. D’altra parte, sembra che diate credito a una storia in cui a parlare sono i morti e i protagonisti usano parole che non conoscono. I cani parlano, ma solo a chi sa ascoltarli.
Orhan Pamuk * Il mio nome e’ rosso.
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Il nostro Profeta sapeva che il caffe’ intorpidisce la mente, buca lo stomaco, fa venire l’ernia e rende sterili, aveva capito che era un prodotto di Satana e non ne beveva. E poi ormai le sale da caffe’ sono luoghi dove chi e’ in cerca di piacere e i ricchi lussuriosi siedono vicini per compiere ogni tipo di spudoratezza; in
realta’, prima dei conventi dervisci bisognerebbe chiudere quelle sale. I poveri hanno forse i soldi per bere caffe’?
Orhan Pamuk * Il mio nome e’ rosso.
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e’ difficile abituarsi a essere un assassino. Non riesco a stare in casa, vado in strada, non riesco a stare per strada, ne prendo un’altra, poi da quella cammino verso un’altra ancora e quando guardo in faccia le persone vedo che molte di loro si reputano innocenti perche’ non hanno ancora avuto occasione di uccidere. difficile credere che la
maggior parte delle persone siano piu’ oneste o piu’ buone di me solo per questa piccola questione di fortuna o destino. In ogni modo, dato che non
hanno commesso ancora un omicidio, hanno l’espressione un po’ stupida e come tutti gli stupidi sembrano dei bonaccioni. Dopo aver ucciso quel poveretto, mi e’ bastato camminare quattro giorni per le strade di Istanbul per capire che tutti quelli che hanno uno sprazzo di intelligenza negli occhi e un’ombra d’anima in volto sono potenziali assassini. Solo gli stupidi sono innocenti.
Orhan Pamuk * Il mio nome e’ rosso.
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Giunto a quest’eta’, so che il vero rispetto non scaturisce dal cuore ma dalle piccole regole e dalla
sottomissione.
Scoprire che gli piacevano i libri durante gli anni in cui sua madre, vedendo in casa nostra un futuro per il figlio, lo portava spesso qui con ogni scusa, ci ha uniti e – come dicono quelli che abitano nella casa – mi ha fatto da apprendista. Gli raccontavo di come i miniaturisti di Shiraz tracciassero la linea dell’orizzonte nella parte superiore del disegno dando cosi’ origine a un nuovo stile. E di come il grande Maestro Behzat non disegnasse Mejnun come fanno tutti, un pazzo che per amore della sua Leyla girovaga stravolto per i deserti, ma mentre cucina,
mentre cerca di accendere un fuoco soffiando sulla legna, mentre cammina tra le tende in mezzo a una folla di donne, facendo risaltare la sua solitudine molto meglio di chiunque altro. Gli spiegavo quanto fosse ridicolo che la maggior parte dei miniaturisti che disegna il momento in cui Cosroe contempla sirin completamente nuda mentre si bagna nel lago
nel cuore della notte, adoperi il colore per i cavalli e gli abiti degli innamorati in modo del tutto casuale, senza leggere il poema di Nizami, e che se un miniaturista e’ cosi’ distratto da non leggere con attenzione e intelligenza il testo che sta illustrando, l’unico motivo che lo spinge a impugnare penna e pennello non puo’ essere che il denaro.
Orhan Pamuk * Il mio nome e’ rosso.
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Pensando alla mia infanzia rivolsi l’attenzione agli oggetti di casa.
Erano dodici anni che ricordavo il kilim blu proveniente da Kula, la caraffa, il vassoio del caffe’ e il secchio di rame, le tazzine e tutte le volte che mia zia buonanima aveva detto orgogliosa che venivano dalla lontana Cina, via Portogallo. Questi oggetti, proprio come il leggio intarsiato di madreperla nell’angolo, l’attaccapanni sul muro, il cuscino di velluto rosso che toccavo ricordandone la morbidezza, venivano dalla casa del quartiere di Aksaray dove avevo trascorso l’infanzia con seküre
e avevano ancora qualcosa dello scintillio dei giorni felici che avevo
passato disegnando li’.
Felicita’ e disegno. Vorrei che i lettori attenti alla mia storia e al mio destino tenessero sempre in mente questi due fattori come punto di partenza del mio mondo. Qui, un tempo, tra libri, matite e disegni, ero molto felice. Poi mi sono innamorato e sono stato cacciato da questo Paradiso.
Orhan Pamuk * Il mio nome e’ rosso.
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A voi fortunati che sapete leggere e scrivere capita spesso: una persona che non sa leggere vi prega di leggergli una lettera che ha ricevuto e voi la leggete. Le cose scritte possono essere cosi’ impressionanti, emozionanti e conturbanti che il proprietario, imbarazzato dal fatto che siate complici del suo segreto, vi puo’ chiedere, vergognandosi, di leggere la lettera un’altra volta. Voi la leggete. alla fine la lettera
viene letta talmente tante volte che entrambi la imparate a memoria. Poi prendono in mano la lettera e vi chiedono, e’ qui che dice questa cosa,
e’ qui che ha detto quell’altra e guardano il punto che indicate col dito senza conoscere le lettere. a volte, mentre guardano il verso delle lettere e delle parole che sono incapaci di leggere, ma che hanno  imparato a memoria, mi commuovo e, dimenticando che anch’io non so leggere e scrivere, mi viene da baciare queste ragazze analfabete che piangono per delle lettere.
Orhan Pamuk * Il mio nome e’ rosso.
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Il rosso di un disegno affollato – mi resi subito conto che ciascuno dei miei maestri ne aveva toccato un angolo – mi fece teneramente paura. Una mano che non capivo a chi appartenesse aveva inserito nel disegno un rosso di una strana tonalita’ secondo una logica segreta, e tutto il
mondo che il disegno mostrava era gradatamente sprofondato nel rosso.
Orhan Pamuk * Il mio nome e’ rosso.
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Se non ci fosse stato scritto sotto, solo io avrei potuto capire che il ragazzo e la ragazza nel disegno eravamo noi, perche’ a volte quando scherzavamo, faceva il mio e il suo ritratto con gli stessi lineamenti e gli stessi colori, io vestita di azzurro e lui di
rosso.
Orhan Pamuk * Il mio nome e’ rosso.
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