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BUONANOTTE

aprile 18th, 2015

NOTTE_SOGNO

Non addormentarti mai senza un sogno e non avegliarti senza uno scopo!
*Buonanotte*

Not in my name * Linda Bimbi

aprile 16th, 2015

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Il futuro di pace non solo è possibile ma è l’unica alternativa realistica, oltre che razionale, al futuro di guerre e violenze prospettato dalle attuali politiche dominanti.
Not in my name * Linda Bimbi

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Il cambiamento delle strutture mentali tra la gente comune, nell’oceano attuale di parole insignificanti che tradiscono il valore semantico del discorso, è una sponda proponibile e ragionevole.
Not in my name * Linda Bimbi

***

L’essere umano, cui è toccato in sorte vivere l’inizio del terzo millennio, è sperduto e impaurito: sperduto dal bombardamento di informazioni false e contraddittorie, impaurito in quanto percepisce l’imminenza strisciante di una stagione di follia, che è la guerra omnium contra omnes. Come illustra Richard Falk, la follia è il conflitto globale tra entità globali, tra gli Usa nuovo Stato globale e il terrorismo globale.
Not in my name * Linda Bimbi
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Non sono un esperto, di mestiere faccio il chirurgo, però ho un’impressione: mi sembra di vivere in un mondo in cui sta cambiando – anzi in qualche misura è già cambiato – il senso delle parole e diventa difficile capirsi, ci troviamo in una specie di torre di Babele.

La prima parola alla quale è stato cambiato il significato è la parola guerra. Abbiamo assistito a un cambiamento del contenuto della parola: il contenuto della guerra è rappresentato dalle sue vittime. Nel primo conflitto mondiale le vittime civili sono state il 15% del totale dei morti, nel secondo conflitto mondiale le vittime civili sono salite al 65 % rispetto al totale, negli ultimi decenni, in tutti i conflitti interni o internazionali, le vittime civili sono state oltre il 90%. Ho l’impressione che usare la stessa parola per definire fenomeni casi radicalmente diversi, e anche statisticamente opposti, sia fonte di confusione.

L’altra parola a cui è stato cambiato senso è la parola terrorismo. Forse a questa parola noi non vogliamo dare il significato appropriato perché nella nostra testa, e nella testa di milioni di esseri umani, alla parola terrorismo viene associato solo quello che ci è stato fatto vedere del terrorismo: le immagini ripetute in modo ossessionante della caduta delle torri gemelle a New York. Nessuno però ha mai visto nemmeno uno dei 5.000 morti civili caduti in Afghanistan dopo il 7 di ottobre 2001 e nei mesi successivi; non li hanno fatti vedere, ma ci sono stati. In Afghanistan noi li abbiamo visti e non ci è stato permesso di parlarne, perché ogni volta che si cercava di raccontarlo venivamo tacciati di essere amici dei terroristi.

Credo che anche la parola democrazia abbia oggi un senso profondamente diverso. Faccio fatica a utilizzare questa parola per molti paesi che definirei democratici, primo tra tutti gli Stati Uniti d’America, perché alla mia nozione di democrazia è associata in modo inscindibile la nozione di partecipazione delle persone. Quando vedo lo Stato militarmente piú potente e probabilmente piú ricco, nel quale solo un cittadino su tre partecipa all’attività elettorale e nel quale, alla fine del periodo elettorale una Corte dichiara, «non si contano i voti alle elezioni, ha vinto lui», il mio concetto di democrazia entra in crisi. Ed entra in crisi anche il mio concetto di diritto quando vedo spacciare per diritti quelli che sono i privilegi di pochi, che per un puro caso sono anche i piú potenti, i piú ricchi e i piú armati. Entra in crisi il mio concetto di diritto anche quando osservo le istituzioni internazionali: oggi nel mondo ci sono molte decine di conflitti nei quali i civili vengono ammazzati, si compiono massacri – genocidi in alcuni casi – e molti di questi massacri non solo sono stati organizzati, incoraggiati, finanziati, nei decenni passati, dalle cosiddette democrazie, ma, in questi conflitti, l’85% delle armi con le quali vengono uccisi degli esseri umani sono vendute direttamente dai cinque Stati membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Ecco il problema: mi ritrovo oggi con un dizionario in cui le pagine sono state strappate e rimescolate come in un mazzo di carte.

Not in my name * Linda Bimbi

SANDRO VERONESI * TERRE RARE

aprile 15th, 2015

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Un uomo che scavalca i guardrail di una strada a scorrimento veloce è un uomo in difficoltà…
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E questo è Internet, per me, questa è la rete. Parto per fare una cosa e arrivo a farne molte altre che non c’entrano niente — asininamente, compulsivamente. Mettendo tutto sullo stesso piano e alla stessa distanza, è come se rappresentasse un’occasione di cambiare la propria vita, alla faccia di quello che si deve fare. Voglio vedere Fred Astaire, vedo Fred Astaire. Voglio leggere l’articolo 33 della Costituzione, leggo l’articolo 33 della Costituzione. Voglio vedere una donna che si fa scopare da un cane, vedo una donna che si fa scopare da un cane. È l’occasione che genera il desiderio, la fine del pensiero selettivo, l’entropia. È quello che i miei amici francesi, quando lavoravo in televisione, chiamavano il n’importequoisme — e lo combattevano, perché lo consideravano osceno. Ed è osceno, come no — ma c’è un ma: questa equivalenza tra ciò che si deve fare e qualunque altra cosa è oscena, così com’è oscena l’indecisione tra la cosa importante e quelle irrilevanti; ma non lo è affatto — anzi, a volte diventa una protezione, diventa intelligenza — la scelta dell’irrilevanza al posto dell’importanza.
***

Mettiamola così: se fossi un uomo saggio a questo punto me ne andrei — e c’è stato un tempo, neanche tanto remoto, in cui ero saggio, e me ne sarei andato.
Ma non sono saggio.
Non lo sono più.
***

Mamma…

Quando hai conosciuto papà eri una bella ragazza dai capelli rossi appena laureata in lingua e letteratura inglese e insegnavi in un liceo di Genova, la tua città, con l’intenzione di dedicarti agli studi e alla carriera universitaria. Poi però ti sei sposata, ti sei trasferita a Roma e le tue priorità sono cambiate. Saltando direttamente alla fine della storia, sei stata sposata con papà per trentanove anni, lo hai amato, aiutato, capito, sostenuto, e da quando è nato il primo figlio, cioè io, hai smesso di lavorare e come tante donne della tua generazione ti sei completamente dedicata alla famiglia, vivendo all’ombra del tuo uomo senza mai dare l’impressione che si trattasse di un sacrificio. È anche vero che papà ti ha ricambiata: ti ha amata teneramente, ti è stato fedele, ti ha divertita, ascoltata, lusingata, e anche se lui era quello che portava i soldi a casa non ti ha mai lasciata indietro, calandosi per intero nel ruolo di marito e di padre previsto dal modello delle famiglie del boom economico italiano, il che significa che alla fine è stato addirittura lui, secondo la versione ufficiale che tu stessa hai sempre avvalorato, a sacrificare per noi una parte della sua carriera – ma poiché stiamo parlando degli anni sessanta, settanta, ottanta e novanta, significa anche che ha comunque guadagnato molti più soldi di qualsiasi avvocato che oggi sgobbi per sedici ore al giorno sacrificando tutto il resto. In ogni caso, come si vede anche adesso che sto parlando di te, sei stata una di quelle donne la cui vita non può essere raccontata senza dover necessariamente raccontare anche quella di suo marito.
***

l non sentirmi riguardato dalle cose che non mi riguardano è proprio ciò che credevo di avere guadagnato andando in là con gli anni. Una per una, devo sbarazzarmi di tutte le domande che ormai mi si sono formate nella mente, ed è un esercizio piuttosto faticoso.

Chi ha tirato fuori la storia dell’invasione dei gamberi della Louisiana?

Non ha importanza.

Perché?

Non ha importanza.

È una leggenda metropolitana?

Probabilmente.

Possibile che tutti i giornali (ho controllato anche sulla “Repubblica” e “Il Tempo”) se la siano bevuta senza verificare?

Sì.

E anche ammesso che i gamberi rovesciati sull’Aurelia fossero davvero di quella specie, com’è possibile che nessuno si sia accorto che erano già morti?

O erano vivi?

Non ha importanza.

E perché nessuno fa il minimo accenno al ghiaccio che è uscito dal furgone insieme ai gamberi e che dovrebbe indirizzare, a logica, verso l’ipotesi di un carico perduto da un camion piuttosto che di un’invasione di crostacei famelici?

Si è sciolto così in fretta, all’alba, quando la temperatura non supera i diciotto gradi?

E anche se così fosse, come mai nessuno ha trovato strano che in una mattinata serena e luminosa quel tratto di carreggiata fosse bagnato prima che arrivassero i pompieri a ripulirla?

Non ha importanza.

Sì.

Superficialità.

Non dovrei farmi avanti e dire quello che ho visto, per ristabilire un minimo di verità?

No.

E ha senso scomodare la parola “verità” in una storia come questa?

No.

E verrei mai creduto, poi, se decidessi di parlare, visto che anche quell’allevatore, in un certo senso ritenuto il primo responsabile dell’abnorme proliferazione di cui parlano i giornali, convalida l’ipotesi che i gamberi si siano spinti fin qui da Bracciano con le loro dannate zampette?

Probabilmente no.

E in ogni caso, dove cazzo andava, a quell’ora, un furgone pieno di gamberi sfusi?

Suona il campanello, qualcuno è entrato nel piazzale.

FRASI DI Günter Grass

aprile 14th, 2015

Günter Grass

Si può star seduti in eterno su una panchina di parco, fino a diventare di legno e bisognosi di comunicazione
Günter Grass, IL TAMBURO DI LATTA
***

Non lo nego: sono ricoverato in un manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo, quasi non mi toglie gli occhi di dosso perché nella porta c’è uno spioncino, e lo sguardo del mio infermiere non può penetrarmi poiché lui ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti… non può essermi dunque nemico

Günter Grass, IL TAMBURO DI LATTA
***

Lo scrittore è un uomo la cui intelligenza non basta per smettere di scrivere
Günter Grass
***

Non sono un pacifista. A chi mi desse uno schiaffo sulla guancia non porgerei mai l’altra, ma mi difenderei a denti stretti. La guerra è per metà fatta di paura e per metà di noie. I giovani del mio paese non sono per la guerra. Non sono nemmeno per il servizio militare. Gli orfani di guerra, poi, la considerano il peggiore dei mali.
Günter Grass
***

Perché taccio, passo sotto silenzio troppo a lungo
quanto è palese e si è praticato
in giochi di guerra alla fine dei quali, da sopravvissuti,
noi siamo tutt’al più le note a margine.
E’ l’affermato diritto al decisivo attacco preventivo
che potrebbe cancellare il popolo iraniano
soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo
organizzato,
perché nella sfera di sua competenza si presume
la costruzione di un’atomica.
E allora perché mi proibisco
di chiamare per nome l’altro paese,
in cui da anni — anche se coperto da segreto —
si dispone di un crescente potenziale nucleare,
però fuori controllo, perché inaccessibile
a qualsiasi ispezione?
Il silenzio di tutti su questo stato di cose,
a cui si è assoggettato il mio silenzio,
lo sento come opprimente menzogna
e inibizione che prospetta punizioni
appena non se ne tenga conto;
il verdetto «antisemitismo» è d’uso corrente.
Ora però, poiché dal mio paese,
di volta in volta toccato da crimini esclusivi
che non hanno paragone e costretto a giustificarsi,
di nuovo e per puri scopi commerciali, anche se
con lingua svelta la si dichiara «riparazione»,
dovrebbe essere consegnato a Israele
un altro sommergibile, la cui specialità
consiste nel poter dirigere annientanti testate là dove
l’esistenza di un’unica bomba atomica non è provata
ma vuol essere di forza probatoria come spauracchio,
dico quello che deve essere detto.
Perché ho taciuto finora?
Perché pensavo che la mia origine,
gravata da una macchia incancellabile,
impedisse di aspettarsi questo dato di fatto
come verità dichiarata dallo Stato d’Israele
al quale sono e voglio restare legato.
Perché dico solo adesso,
da vecchio e con l’ultimo inchiostro:
La potenza nucleare di Israele minaccia
la così fragile pace mondiale?
Perché deve essere detto
quello che già domani potrebbe essere troppo tardi;
anche perché noi — come tedeschi con sufficienti
colpe a carico —
potremmo diventare fornitori di un crimine
prevedibile, e nessuna delle solite scuse
cancellerebbe la nostra complicità.
E lo ammetto: non taccio più
perché dell’ipocrisia dell’Occidente
ne ho fin sopra i capelli; perché è auspicabile
che molti vogliano affrancarsi dal silenzio,
esortino alla rinuncia il promotore
del pericolo riconoscibile e
altrettanto insistano perché
un controllo libero e permanente
del potenziale atomico israeliano
e delle installazioni nucleari iraniane
sia consentito dai governi di entrambi i paesi
tramite un’istanza internazionale.
Solo così per tutti, israeliani e palestinesi,
e più ancora, per tutti gli uomini che vivono
ostilmente fianco a fianco in quella
regione occupata dalla follia ci sarà una via d’uscita,
e in fin dei conti anche per noi.
Günter Grass, Poesia – Quello che deve essere detto
***

Dopodiché, crepuscolo dell’universo. Sopra le macerie del mondo strumentale, si arrampica il tempo universale. […] Dopodiché l’essere-alla-mano taglia i tubi nell’inafferrabilità dell’inutilizzabile e suscita il problema segreto del comando. […] Dopodiché, le ultime emissioni trasmettono il crepuscolo degli dei. In virtù di se stesso. Dopodiché non c’è più tempo per un minuto di silenzio, in virtù di se stesso. […] Dopodiché, nella zona governativa della capitale del Reich le emissioni radio si interrompono. La totalità territoriale, la nientificazione, inclini all’angoscia e da ricomporre pezzo per pezzo. La finalizzazione. La fine. Ma dopo tutto questo, sulla struttura finale il cielo non si oscurò
ANNI DI CANI
Günter Grass
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L’arte è intransigente e la vita è piena di compromessi
Günter Grass
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Gesù, non era così la scommessa. Ridammi subito il mio tamburo. Tu hai la tua croce e dovrebbe bastarti!
Günter Grass , IL TAMBURO DI LATTA
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Il mio infermiere non può dunque essermi nemico. Ho preso a volergli bene, a questo controllore appostato dietro lo spioncino. Appena mi entra nella stanza, gli racconto vicende della mia vita; così, nonostante lo spioncino che di solito lo separa da me, impara a conoscermi. Il brav’uomo sembra apprezzare i miei racconti, perché appena si accorge che gli ho mentito ci tiene a farmelo capire e mi mostra la sua ultima composizione di nodi. Non vorrei affrontare il problema di stabilire se sia un’artista. Una mostra delle sue creazioni sarebbe però accolta con favore dalla stampa, e attirerebbe qualche compratore. Egli fa nodi con spaghi comuni che dopo le ore di visita raccoglie e districa nelle camere dei suoi pazienti, creando complessi fantasmi cartilaginosi; li immerge nel gesso, li lascia irrigidire e li infilza su ferri da calza, fissati sopra zoccoletti di legno
Günter Grass, IL TAMBURO DI LATTA
***

Un racconto non può iniziare entrando subito nel vivo dell’argomento e, procedendo arditamente innanzi o indietro nel tempo, creare una certa confusione. Ci si può atteggiare a scrittore moderno, ignorare il tempo e la distanza, e proclamare o far proclamare poi di aver finalmente risolto il problema spazio-tempo. Si può anche affermare, fin dall’inizio, che al giorno d’oggi è impossibile scrivere un romanzo, ma poi, per così dire, scriverlo in barba a se stessi, deporne uno bel grosso e finire col venir considerato l’ultimo romanziere possibile. Ho anche sentito dire che si fa un’ottima impressione di modestia iniziando col sostenere fermamente che: non ci sono più eroi da romanzo, perché gli individualisti non esistono più, perché l’individualismo va scomparendo, perché l’uomo è solo, ogni uomo egualmente solo, senza diritto a una solitudine individuale, e fa parte di una massa senza nome e senza eroi. Tutto ciò può essere giusto, corrispondere davvero alla realtà. Quanto a me, Oskar, e al mio infermiere Bruno, vorrei però che fosse chiaro questo: ambedue siamo degli eroi, due eroi totalmente diversi, lui dietro lo spioncino, io dall’altra parte; e se egli apre la porta, nonostante la nostra solitudine e la reciproca simpatia, noi siamo ancora ben altro che una massa senza nome e senza eroi.
Günter Grass, IL TAMBURO DI LATTA
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Quattro uccelli litigarono.
Quando l’albero fu tutto spoglio,
venne Venere travestita da matita
e, in bella grafia,
appose la firma sull’Autunno,
cambiale in scadenza di turno.

Günter Grass
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Mi chiedo se la letteratura non si stia ritirando dalla vita pubblica e se per i giovani scrittori Internet non rappresenti una sorta di parco giochi. In questo periodo assistiamo a una situazione di stallo, a una stagnazione cui il vocabolo “comunicazione” conferisce una certa aura.

Günter Grass
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Ogni singola frazione di tempo è programmata per condurci tutti quanti al collasso nervoso finale. Il mondo sta per divenire una Valle di Lacrime dell’industria culturale.
Günter Grass
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Disegnare mi aiuta a capire, a vedere meglio, a combinare qualcosa. Ovviamente non lo faccio per ogni pagina di un libro e non lo faccio nemmeno per ogni manoscritto… ma di tanto in tanto uno schizzo occorre proprio.
Günter Grass
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FRASI SULL’EMPATIA

aprile 11th, 2015

empatia

Se sei in conflitto con un’altra persona, la prima cosa che dovresti fare è cercare di capirla a fondo. Guardare in profondità ti farà vedere la sua sofferenza e allora non avrai più voglia di farle del male, di punirla o di farla soffrire, ma accetterai così com’è e cercherai di aiutarla. E’ così che la comprensione contribuisce a rendere possibile l’amore. A sua volta l’amore aiuta la comprensione ad approfondirsi: quando provi simpatia o affetto per qualcuno, sei in una posizione per capirlo o capirla. Se invece non hai alcuna empatia per quella persona, se non l’accetti, non avrai alcuna possibilità di capirla.
Thich Nhat Hanh – Il cuore del cosmo
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La compassione e l’empatia per il più piccolo degli animali è una delle più nobili virtù che un uomo possa ricevere in dono.
Charles Darwin
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La coscienza empatica si fonda sulla consapevolezza che gli altri, come noi, sono esseri unici e mortali. Se empatizziamo con un altro è perché riconosciamo la sua natura fragile e finita, la sua vulnerabilità e la sua sola e unica vita; proviamo la sua solitudine esistenziale, la sua sofferenza personale e la sua lotta per esistere e svilupparsi come se fossero le nostre. Il nostro abbraccio empatico è il nostro modo di solidarizzare con l’altro e celebrare la sua vita.
Jeremy Rifkin
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Empatia significa comprendere immedesimandosi nell’altro e dedicandosi a lui con calore.
Anselm Grün
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Tra il clamore della folla ce ne stiamo io e te, felici di essere insieme, parlando senza dire nemmeno una parola.
Walt Whitman
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La civiltà dell’empatia è alle porte. Stiamo rapidamente estendendo il nostro abbraccio empatico all’intera umanità e a tutte le forme di vita che abitano il pianeta. Ma la nostra corsa verso una connessione empatica universale è anche una corsa contro un rullo compressore entropico in progressiva accelerazione, sotto forma di cambiamento climatico e proliferazione delle armi di distruzione di massa. Riusciremo ad acquisire una coscienza biosferica e un’empatia globale in tempo utile per evitare il collasso planetario?
Jeremy Rifkin
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La più alta espressione dell’empatia è nell’accettare e non giudicare.
Carl Rogers
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FRASI DA Orange Is the New Black

marzo 31st, 2015

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Lei era l’unica cosa che contava, l’unica persona che contava…. tutto il resto era solo AMBIENTE.
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Grazie a Dio ho il cancro. Nessuno ti rompe il cazzo se hai il cancro.
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Non parlerò di come ho toccato il fondo perché il fondo lo sto toccando proprio ora. Siete tutte fantastiche…ma ecco, non ho mai pensato che sarei finita qui. Capite, credevo…credevo che avrei avuto sempre tutto sotto controllo. Ed è stato così per un po’, finchè l’eroina la spacciavo soltanto, cioè in realtà non la spacciavo, la importavo. Ma…sì, stavo affrontando una separazione e ce l’avevo a portata di mano. Anzi, a voler essere precisi sono stata abbandonata. Comunque sia ho iniziato a farmi. L’eroina era la migliore compagna che avessi mai avuto: mi faceva sempre sentire così bene ed era sempre disponibile. Ma anche le compagne migliori ti fottono, giusto?
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TI MANCA? Ah, non sai quanto, cazzo. Più di un buon caffè, più di dormire al buio, più di una bella gonna…
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Combatti il potere! Fanculo chi comanda!
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io credo che se hai un rapporto con qualcuno non scompare mai del tutto. In un attimo si è di nuovo importanti l’uno per l’altro, come se non fosse mai finita.
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L’avventura è soltanto una difficoltà che si è montata la testa.
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Io sono come te, Dina. Sono debole anch’io. Non ce la posso fare qui senza qualcuno da toccare, senza qualcuno da amare. È perché il sesso attenua il dolore? È perché sono un malvagio mostro sessuale? Io non lo so. Quello che so è che ero qualcuno prima di entrare qui. Ero una persona con una vita che avevo scelto per me stessa e adesso…adesso è tanto se finisco la giornata senza piangere. E ho paura. Ho ancora paura. Ho paura di non essere me stessa qui dentro…e ho paura di esserlo, credimi. Non sono gli altri a farti più paura in prigione. È il trovarti faccia a faccia con quello che sei. Perché una volta che sei tra queste mura non c’è dove correre anche se tu potessi correre. La verità ti raggiunge qui dentro, Dina. Ed è la verità a fare di te la sua puttana.
***

Probabilmente molti di voi ci sono passati. Inizia con due persone innamorate. Vi fate un sacco di promesse. Vi ripetete che siete diversi dagli altri, l’eccezione. Per un paio di mesi fate lunghe chiacchierate ed ogni argomento sembra nuovo ed eccitante. Un modo per conoscersi a un livello più intimo. Poi lentamente, così lentamente che quasi non ve ne accorgete, le chiacchierate lasciano il posto a chiamate perse e messaggi pieni di risentimento e alla fine arriva il giorno in cui ammettete che, no, non siete l’eccezione. Che stare lontani dalla persona amata è, nel migliore dei casi, difficile. Impossibile nei momenti peggiori.
***

Per avere un atteggiamento zen, sai a volte, si deve sentire qualcosa dentro.
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No, vedi, io non ho dubbi. Credo nella scienza, credo nell’evoluzione credo in Nate Silver e Neil deGrasse Tyson e Christopher Hitchens, anche se potrebbe essere uno stronzo. Non posso seguire un Dio che interviene ai premi Tony mentre un milione di persone viene ucciso con un macete. Non credo che un miliardo di indiani va alla’inferno o che ci venga il cancro per imparare una lezione di vita o che i giovani muoiano perché Dio ha bisogno di un angelo. Sono tutte stronzate! Ne siamo tutti consapevoli! […] Senti, io capisco che la religione renda più facile affrontare tutte le cose brutte e oorende che capitano a tutti noi. E vorrei tanto poter credere anch’io. Di sicuro sarei più felice. Ma non posso. I sentimenti non bastano. Ho bisogno che sia reale

IL GRANDE ALBERO *SUSANNA TAMARO

marzo 14th, 2015

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Questa storia comincia tanti, ma tanti anni fa, quando un piccolo seme alato si staccò da una pigna sospesa su un ramo e, dopo aver volteggiato per un po’ nell’aria, planò nel bel mezzo di una grande radura.

Era un mattino di tarda primavera, dalle alte cime giungeva ancora l’odore freddo della neve e i ruscelli scendevano a valle gonfi delle acque del disgelo.
All’alba, gli uccelli cantavano come un’unica straordinaria orchestra. Pettirossi, lucherini, fringuelli, organetti, ciuffolotti si contendevano il ruolo di voce solista.
Presto l’aria si sarebbe riempita di insetti: era tempo, dunque, di cercare una compagna e di circoscrivere i confini di quello che sarebbe stato il piccolo regno della famiglia.
Durante il giorno, frenetici voli attraversavano i pascoli. Davanti alle foglie e ai licheni le coppie più giovani esitavano: andava bene quel rametto, era abbastanza lungo? E se prendessimo anche quel filo di lana, quei crini impigliati nel rovo?
Mettere su casa la prima volta era sempre fonte di grande ansia. Staranno abbastanza calde le uova qui? E i piccoli, crescendo, non saranno troppo stretti? E se ne nascessero più del previsto?
Le coppie di lunga esperienza provavano tenerezza davanti a tanti timori.
«Non abbiate paura» dicevano loro, intrecciando abilmente il muschio con gli sterpi, «fidatevi! È già tutto nel vostro cuore».
Dopo una settimana non c’era ramo, fronda o cespuglio del bosco in cui non fosse celata la piccola sfera accogliente di un nido.
Alcuni erano tondi e minuscoli, soffice muschio fuori e morbida lana dentro. Altri, più grandi, intrecciati soltanto con stecchi. Altri ancora – un groviglio di licheni, foglie secche e rametti – pendevano dagli alberi come calze della befana.
Ognuno era stato progettato e costruito secondo le necessità dei nascituri, con sponde alte e robuste per mantenere il tepore nelle notti ancora fredde e resistere alle intemperanze dei pulcini più intraprendenti, proteggendoli, nello stesso tempo, dalla vista dei predatori.
Un bel giorno, all’indaffarata frenesia della costruzione, nel bosco seguì il tenero silenzio della cova.
Mentre i maschi andavano in giro alla ricerca di cibo per le loro spose, ci furono giorni di forte pioggia.
La pioggia sferzò gli alberi e i prati, bagnò i tronchi e nutrì il suolo, e i semi, in paziente attesa nella terra, cominciarono a gonfiarsi. Dopo la pioggia tornò il sole e la cuticola – che li avvolgeva come un vestito troppo stretto – si strappò.
Anche il piccolo seme alato si aprì, ancorandosi con la minuscola radice nella terra e lanciando una tenera piumetta verso l’alto, alla ricerca della luce.
Nel bosco cominciarono le nascite.
I piccoli nidiacei pigolavano in attesa dei genitori, nascondendosi alla minima ombra minacciosa: anche i corvi, gli sparvieri, i gufi avevano dei piccoli da nutrire.
Ancora nudi, i ghiri, gli scoiattoli e i moscardini sonnecchiavano nelle tane mentre i giovani toporagno muovevano i primi passi nei cunicoli sotto il muschio e le piccole bisce sgusciavano fuori dalle loro uova cilindriche.
Quando poi le giornate iniziarono ad allungarsi, le piogge, da sferzanti, diventarono miti e al mattino la rugiada copriva i prati e i fiori con un manto di gocce luminose.
Il tramonto sembrava non finire mai. Con la sua luce rosata accarezzava ogni cosa, come a voler testimoniare lo splendore racchiuso nel mondo.
Alla fine giunse l’estate con la sua quiete appagata e il sottobosco si riempì di mirtilli.
Gli uccelli avevano lasciato i nidi per andare incontro all’avventura della vita, e la stessa cosa, sulle loro zampe traballanti, avevano fatto i cuccioli della terra.
Era arrivato il tempo del silenzio e del riposo.
Poi, un mattino, sulle cime più alte comparve la neve. Copriva le rocce, i canaloni e la vegetazione scura e bassa dei pini mughi.
L’odore dell’aria era cambiato, le rondini della fattoria vicina cominciarono a raccogliersi in volo per raggiungere i paesi più caldi e sul soffice manto di aghi del bosco iniziarono a spuntare funghi di ogni forma e colore.
Quando il re dei cervi scese nella radura per sfidare i pretendenti al trono, i larici si erano già trasformati in piccole fiamme ardenti e – nel bel mezzo della radura – era spuntato un piccolo abete.
Era ancora così piccolo e flessibile che si confondeva con l’erba.
Fu solo per questo che riuscì a sopravvivere ai furiosi tornei del branco.
Il primo spettacolo della sua lunghissima vita.

NEL NOME DEL PADRE * GIACOMO CELENTANO

marzo 12th, 2015

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La natura è da sempre il mio amore più grande, il primo, per il quale ho sempre avuto un forte trasporto che dura tuttora.
Giacomo Celentano, Nel nome del Padre
***

Sono un peccatore. E tuttavia ho completa fiducia nella divina e infinita misericordia di Dio.
San Giovanni nella Sacra Scrittura dice che se il nostro cuore ci rimprovera qualcosa, Dio è più grande e misericordioso del nostro cuore.
Questo è il nostro Dio, un Dio amore, e questo amore lo si evince anche guardando la natura che ci circonda.
Giacomo Celentano, Nel nome del Padre
***

Fin da bambino sono sempre rimasto affascinato dalla bellezza della natura, che ci avvolge nel suo abbraccio dall’origine dei tempi. Mi ricordo che all’età di dodici anni circa, mamma mi regalò una piccola cinepresa Super 8 con la quale cominciai  immediatamente a filmare gli eventi atmosferici, i temporali, l’arcobaleno e la neve, che è sempre stata la mia grande passione; ero attratto e lo sono
tutt’ora, da quei cristalli di ghiaccio che, leggeri e soffici, dolcemente ondeggiano in cielo fi no a posarsi sul suolo; ciascuno diverso dall’altro, racchiusi in un gelido mistero!
Il candore della neve e l’idea di purezza che ispira mi regala una sensazione di immenso piacere.
Giacomo Celentano, Nel nome del Padre
***

La natura, opera del Signore ed eccelsa impronta del Creatore in ogni cosa, si manifesta nei variopinti colori di un fiore, nella maestosità del mare, nell’imponenza delle montagne, nelle nuvole candide che si stagliano nel cielo, nell’abbraccio caldo del sole…
Giacomo Celentano, Nel nome del Padre
***

Tutto mi parla di te, o Signore, e del tuo amore con il quale hai circondato questo capolavoro della
creazione che è l’uomo. Già perché l’uomo è il capolavoro di Dio, tutto Egli ha voluto sottomettere all’uomo a patto che esercitasse il suo dominio con rispetto e amore; questo concetto sfugge oggi alla maggior parte di noi, l’uomo sfrutta la Terra e le sue risorse naturali senza valutarne prima le eventuali conseguenze, i cui terribili risvolti sono ormai evidenti.
Giacomo Celentano, Nel nome del Padre
***

San Paolo dice: «La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo».
Giacomo Celentano, Nel nome del Padre
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Ho sempre amato la luce. Come un pittore anelo a lei, la cerco e la riproduco sulla tela che è la mia
vita. Impalpabile, rarefatta, la luce crea la differenza fra un dipinto e un’opera d’arte, fra un’esistenza marginale e una vita trascorsa in pienezza.
Giacomo Celentano, Nel nome del Padre
***

E se Dio è la vita dell’uomo, la preghiera è il respiro dell’anima
Giacomo Celentano, Nel nome del Padre
***

AMATE I FIGLI CHE LA PROVVIDENZA VI MANDA

marzo 12th, 2015

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Amate i figli che la Provvidenza vi manda; ma amateli di vero, profondo, severo amore; non dell’amore snervato, irragionevole, cieco, ch’è egoismo per voi, rovina per essi.
(Giuseppe Mazzini)

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LIBRO: Ricette Vegan - Le 4 Stagioni