Aforismi

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E’ di notte…

maggio 20th, 2012

E’ di notte che i profumi si fanno più intensi e i colori assumono nuove tonalità, che i sogni prendono forma e i pensieri premono insistentemente. E’ la notte che fa sembrare realtà anche i desideri più irraggiungibili…

Anna Biason

 

I miei SOGNI………

maggio 20th, 2012

I miei sogni viaggiano e ora sanno dove andare, hanno voglia di ridere, d’ incontrarti..e perchè NO?!…Di farsi corteggiare!!

Tanya Bì ©

La vita è un paradosso, frutto di una inerzia (A.Bità)

maggio 20th, 2012

Non è voler dare una definizione, poichè dietro un paradosso, si potrebbe celare una verità. E’ innegabile che il tempo viene ad essere determinato da un movimento nello spazio ( rotazione o la rivoluzione del globo terrestre, nell’universo), senza questo movimento il tempo scompare. La vita è un “consecutio temporum”, un conseguimento del tempo.

Non c’è peggiore schiavitù

maggio 20th, 2012

Non c’è peggiore schiavitù di rimettere la possibilità di essere felici nelle mani degli altri. Isac Randazzo

I will cry for you

maggio 20th, 2012

Io prego , ogni giorno , di essere una persona migliore . Ma tu non hai mai creduto in me , lo dico perchè se le cose fossero state diverse io non ti avrei mai lascito andare via . Eppure ho dovuto guardare mentre , sbattendo la porta della mia camera , il tuo cuore lasciava il mio . Non hai mai compreso i miei silenzi , come potevo farti capire le mie parole . Cerco di dimenticarti pensando alle sfumature più belle della vita , ma i soli ricordi felici sono quando nella mia vita c’eri tu . Sei stata come il sole per il mio cuore , adesso guardalo…. é di ghiaccio .

CHE TU SIA PER ME IL COLTELLO * DAVID GROSSMAN

maggio 20th, 2012

Le tue parole emanavano un odore pungente, vivo. Un odore di terra, di polline, e di sudore. Sei splendida quando gioisci, quando ti rotoli nei campi di papaveri o mi getti addosso le spighe dell’avena. Un’antemide bianca e gialla ti si è impigliata fra i capelli e per un momento ho provato una fitta di infelicità perché non potevo togliertela e nemmeno farti da “scaletta” con le mani perché potessi arrampicarti sulle terrazze. E i graffi che non mi sono fatto, le punture che non mi sono preso, il tuo sudore che non ho leccato. Ti scrivo soltanto e ne ho già nostalgia

Che tu sia per me il coltello, David Grossman

***

E’ una legge non scritta: chi vuole starmi vicino deve assumersi la responsabilità della mia anima. Perchè qualunque idiota può capire come sia facile uccidermi. Uno sguardo ben mirato basterebbe. Sono convinto che da qualche parte, dentro me, c’è un punto vulnerabile che chiunque, anche uno sconosciuto, può vedere e colpire. Eliminarmi con una parola.

Che tu sia per me il coltello, David Grossman

***

Anche solo immaginare il tuo modo di parlare mi calma. E mi rende felice. Mi scorre nel corpo come una medicina, facendoti gorgogliare dentro di me. Non smettere. Non smettere mai

Che tu sia per me il coltello, David Grossman

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E’ la sofferenza che rende felici? Non so. A me sembra nocivo. Non è felice, è una sorta di lamento, un po’ folle. Come il latrato di un cane che sente un flauto e impazzisce. E’ un suono che mi viene strappato, quasi contro la mia volontà (come l’occhio viene attirato dalla tragedia), fino a diventare molesto e opprimente. Allora, talvolta, provo persino rabbia nei tuoi confronti.
Che tu sia per me il coltello, David Grossman

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Forse non ti capisco, forse sei completamente diversa da come ti immagino. Dopotutto io ti spio attraverso delle fessure e mi invento una storia che magari è soltanto immaginaria. (Sai cosa non è immaginario? Quello che il mio corpo ti sta dicendo in questo momento.) Eppure ho la sensazione che ogni cosa che mi racconterai – persino ciò che a un primo sguardo potrà sembrarmi contraddittorio, e mi colpirà con inconsueta durezza – so già che in seguito la capirò.
Capirò quanto sia giusta per te e radicata in te, nel tuo profondo, tanto da divenire legge.
Sono anch’io così per te?
Che tu sia per me il coltello, David Grossman

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Anni fa pensavo di sottoporre ogni donna attraente a un particolare esame per stabilire se sarebbe stata la “donna della mia vita”.
Pensavo che l’avrei guardata profondamente negli occhi, avvicinandole il viso. Più vicino, sempre più vicino, finché il mio occhio avrebbe toccato il suo. Proprio toccato. Non solo le ciglia o le palpebre, ma i globi oculari, l’iride e i dotti lacrimali. Naturalmente sarebbero subito sgorgate le lacrime. Il corpo è fatto così. Ma noi non avremmo ceduto, non ci saremmo arresi ai riflessi condizionati e alla burocrazia del corpo finché non fossero emerse le immagini più offuscate e remote delle nostre anime. Questo voglio ora. Vedere l’oscurità che c’è nell’altro. Perché accontentarsi, Myriam? Perché non chiedere, per una volta, di poter piangere con le lacrime di un altro?
Che tu sia per me il coltello, David Grossman

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Che è un peccato che tu e io non possiamo essere amici.
Semplicemente amici. Un’amicizia sincera, come tra due uomini. Sul serio, perché non sei un uomo? Risolverebbe un sacco di problemi: ci
saremmo incontrati ogni tanto in un bar o in qualche tavola calda.
Avremmo bevuto della birra, parlato di scopate, lavoro, politica. Il venerdì pomeriggio saremmo andati a vedere una partita di calcio con altri amici. Di sabato, gite con le rispettive famiglie. Facile.
Che tu sia per me il coltello, David Grossman

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In tanti anni insieme ci siamo fusi l’uno nell’altra, e a volte mi sento come se avessimo assunto un terzo sesso, quello del matrimonio, e i nostri corpi, ormai disciolti l’uno nell’altro, fossero diventati il punto di approdo della passione, non più il mezzo per soddisfarla. Siamo ormai la stessa carne
Che tu sia per me il coltello, David Grossman

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Lasciati amare

maggio 20th, 2012

Lascia che io ami il tuo sorriso bianco e timido.
Lascia che io ami il tuo profumo.
Lascia che io ti ami anche quando non ci sei.

Lascia che io ami riempirti di baci e carezze.
Lascia che io ami farti una sorpresa.
Lascia che io ti ami anche quando hai il viso stanco.

Lascia che io ami la tua intelligenza e sensibilità.
Lascia che io ami abbracciarti.
Lascia che io ti ami anche quando sei nervoso.

Lascia che io ami quando appoggi la testa contro la mia.
Lascia che io ami il tuo respiro.
Lascia che io ti ami per sempre.

 

La depressione

maggio 20th, 2012

La depressione è sentire l’aria che preannuncia una tempesta, senza che questa si faccia mai viva. E’ il dolore senza il pugno. Il rimorso senza il peccato. E’ la corrosione del senso razionale del tutto. Dove la felicità riempie, lei svuota. Svuota ogni azione del suo significato, svuota il soggetto stesso. Scava, come una talpa affamata, dentro l’animo del disgraziato che cade fra i suoi artigli. Lentamente, lo priva del coraggio di vivere e lo spinge giù dal dirupo della disperazione. Gli benda gli occhi con un drappo, perché non possa mai più trarre godimento dalla luce dell’alba, gli ostruisce il naso con la morte bianca, perché non possa mai più sentire il profumo dell’aria dopo un temporale. Gli fa gridare convulsamente aiuto e lo rende al contempo sordo alla voce degli amici.
Ecco perché essa è così letale: sa dove colpire, e quando lo fa lascia le cicatrici. E’ l’archetipo della distruzione umana. E’ una sfida alla vita.

gli ostacoli “interni” a noi stessi che limitano fortemente la nostra libertà.

maggio 20th, 2012

La libertà possiamo definirla come assenza di costrizioni. Una libertà assoluta può essere definita come totale mancanza di costrizioni ed obblighi. Questa è una definizione che può incontrare il favore della maggior parte delle persone. Tendenzialmente quando si pensa alla libertà, si pensa a ciò o a chi la limita. Si pensa prevalentemente ai comportamenti sociali e personali, alle regole e alle leggi, scritte e non, che impongono obblighi alle singole persone, a noi. Generalmente si ritiene che tolti di mezzo gli ostacoli esterni, la nostra libertà sarà piena. Quello che invece non si tiene mai o quasi mai in considerazione, sono gli ostacoli “interni” a noi stessi che limitano fortemente la nostra libertà. Sono prevalentemente le nostre schiavitù interiori quelle che più ci privano della libertà. In altri termini, noi tutti tendiamo a vedere la mancanza di libertà come impossibilità imposta dall’esterno di soddisfare i nostri desideri, ma molto difficilmente cerchiamo di vedere quanto noi stessi siamo schiavi dei desideri che abbiamo.

(Elitheo Carrani – “La Psicoanalisi del Buddha e il Peccato Originale“)

Timidamente amore

maggio 19th, 2012

Siamo  in due a  cercare l’amore……… ma io ti  ho dato la mano, ti ho guidato verso di me…….Io soltanto ho visto la sorpresa, lo sgomento nel tuo volto, l’impaccio e la sorpresa.  Intenso il tuo sguardo  meravigliato e  incantato dalla mia quasi sfacciata  impudenza senza un piccolo rossore ti chiedevo l’amore.  Solo quando hai iniziato a stringermi diventavo sempre  più  piccola, il  mio coraggio  ora  che ti  sentivo mio svaniva.  Giovani ombre, che si univano iniziando ad essere un anima sola nel loro diritto di amarsi.  Quel giorno ho letto nei tuoi occhi che non avrei sofferto più da sola, che ogni pena  era ormai divisa con te, che quel suggello di sincerità  era nel chiederti tutto l’amore, aspettando quel bacio come tua risposta per sempre.

(Mirella Narducci)

LETTERE CONTRO LA GUERRA * TIZIANO TERZANI

maggio 19th, 2012

Ci sono giorni nella vita in cui non succede niente, giorni che passano senza nulla da ricordare, senza lasciare una traccia, quasi non si fossero vissuti. A pensarci bene, i più sono giorni cosi, e solo quando il numero di quelli che ci restano si fa chiaramente più limitato, capita di chiedersi come sia stato possibile lasciarne passare, distrattamente, tantissimi. Ma siamo fatti così: solo dopo si apprezza il prima e solo quando qualcosa è nel passato ci si rende meglio conto di come sarebbe averlo nel presente. Ma non c’è più.
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Tiziano Terzani,  Lettere contro la guerra

Il 10 settembre 2001 per me, e son certo non solo per me, fu un giorno di questo tipo: un giorno di cui non ricordo assolutamente nulla. So che ero ad Orsigna, l’estate era finita, la famiglia s’era di nuovo sbrancata in tutte le direzioni ed io probabilmente preparavo vestiti e carte per tornare in India a svernare.
Pensavo di partire dopo il mio compleanno, ma non contavo i giorni e quel 10 settembre 2001 passò senza che me ne accorgessi, come non fosse nemmeno stato nel calendario. Peccato. Perché per me, per tutti noi – anche per quelli che ancora oggi si rifiutano di crederlo -, quel giorno fu particolarissimo, uno di cui avremmo dovuto, coscientemente, gustare ogni momento. Fu l’ultimo della nostra vita di prima: prima dell’11 settembre, delle Torri Gemelle, della nuova barbarie, della limitazione delle nostre libertà, prima della grande intolleranza, della guerra tecnologica, dei massacri di prigionieri e di civili innocenti, prima della grande ipocrisia, del conformismo, dell’indifferenza o, peggio ancora, della rabbia meschina e dell’orgoglio malriposto; l’ultimo giorno prima che la nostra fantasia in volo verso più amore, più fratellanza, più spirito, più gioia venisse dirottata verso più odio, più discriminazione, più materia, più dolore.
Lo so: apparentemente poco o nulla è cambiato nella nostra vita. La sveglia suona alla stessa ora, si fa lo stesso lavoro, nello scompartimento del treno squillano sempre i telefonini ed i giornali continuano ad uscire ogni giorno con la loro dose di mezze bugie e mezze verità. Ma è un’illusione, l’illusione di quel momento di silenzio che c’è fra il vedere una grande esplosione in lontananza ed il sentirne poi il botto. L’esplosione c’è stata: enorme, spaventosa. Il botto ci raggiungerà, ci assorderà. Potrebbe anche spazzarci via. Meglio prepararsi in tempo, riflettere prima che si debba correre, anche solo figurativamente, a cercare di salvare i bambini o a prendere qualche ultima cosa da mettere in borsa.
Il mondo è cambiato. Dobbiamo cambiare noi. Innanzitutto non facendo più finta che tutto è come prima, che possiamo continuare a vivere vigliaccamente una vita normale. Con quel che sta succedendo nel mondo la nostra vita non può, non deve, essere nonnale. Di questa normalità dovremmo avere vergogna.
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Tiziano Terzani,  Lettere contro la guerra

Il mondo non è più quello che conoscevamo, le nostre vite sono definitivamente cambiate. Forse questa è l’occasione per pensare diversamente da come abbiamo fatto finora, l’occasione per reinventarci il futuro e non rifase il cammino che ci ha portato all’oggi e potrebbe domani portarci al nulla. Mai come ora la sopravvivenza dell’umanità è stata in gioco.
Non c’è niente di più pericoloso in una guerra – e noi ci stiamo entrando – che sottovalutare il proprio avversario, ignorare la sua logica e, tanto per negargli ogni possibile ragione, definirlo un «pazzo».
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Tiziano Terzani,  Lettere contro la guerra

Per Bin Laden e la sua gente quello delle armi non è un mestiere, è una missione che ha radici nella fede acquisita nell’ottusità delle scuole coraniche, ma soprattutto nel profondo senso di scacco e di impotenza, nell’umiliazione di una civiltà – quella musulmana – un tempo grande e temuta, che si vede ora sempre più marginalizzata e offesa dallo strapotere e dall’arroganza dell’Occidente.
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Tiziano Terzani,  Lettere contro la guerra

Mi piace essere in un corpo che ormai invecchia. Posso guardare le montagne senza il desiderio di scalarle. Quand’ero giovane le avrei volute conquistare. Ora posso lasciarmi conquistare da loro. Le montagne, come il mare, ricordano una misura di grandezza dalla quale l’uomo si sente ispirato, sollevato. Quella stessa grandezza è anche in ognuno di noi, ma lì ci è difficile riconoscerla. Per questo siamo attratti dalle montagne. Per questo, attraverso i secoli, tantissimi uomini e donne sono venuti quassù nell’Himalaya, sperando di trovare in queste altezze le risposte che sfuggivano loro restando nelle pianure. Continuano a venire.
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Tiziano Terzani,  Lettere contro la guerra

A volte mi chiedo se il senso di frustrazione, d’impotenza che molti, specie fra i giovani, hanno dinanzi al mondo moderno è dovuto al fatto che esso appare loro così complicato, così difficile da capire che la sola reazione possibile è crederlo il mondo di qualcun altro: un mondo in cui non si può mettere le mani, un mondo che non si può cambiare. Ma non è così: il mondo è di tutti.
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Tiziano Terzani,  Lettere contro la guerra

Vogliamo eliminare le armi? Bene: non perdiamoci a discutere sul fatto che chiudere le fabbriche di fucili, di munizioni, di mine anti-uomo o di bombe atomiche creerà dei disoccupati. Prima risolviamo la questione morale. Quella economica l’affronteremo dopo. O vogliamo, prima ancora di provare, arrenderci al fatto che l’economia determina tutto, che ci interessa solo quel che ci è utile?
«In tutta la storia ci sono sempre state delle guerre. Per cui continueranno ad esserci», si dice. «Ma perché ripetere la vecchia storia? Perché non cercare di cominciarne una nuova?» rispose Gandhi a chi gli faceva questa solita, banale obiezione.

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Tiziano Terzani,  Lettere contro la guerra

Il sol vederti

maggio 19th, 2012

 

Il sol vederti
mi rallegra,
al tempo stesso
mi giova e mi compensa..

Tanya Bì ©

VIVA la vita………….

maggio 19th, 2012

Viva la vita anche quando siamo tristi….quando ci sembra la fine, quando pensi che sei giunto al capolinea..in VERITA’ tutto deve ancora iniziare!!

Tanya Bì

Cos’è l’amore…

maggio 19th, 2012

” Se tu mi chiedi cos’è per me l’amore io ti rispondo ch’è musica nel cuore”

- ©Riflessi d’acqua -
Copyright©2011
Blog Riflessi d’acqua 

 

La vita è bella lo stesso – Anna Magnani

maggio 19th, 2012

“I tempi felici sono brevi. A sommarne gli attimi in una vita, non fanno una settimana.
Eppure la vita é bella lo stesso”

(Anna Magnani)

 

La tua eco

maggio 19th, 2012

                                                                                                                                                                               Ho vagato seguendo la tua eco per un tempo indefinito, ho divorato spazi immensi, sono arrivato ai confini del mondo, ho navigato in oceani sconfinati, ho viaggiato in lontane terre, ho percorso sentieri sconosciuti, ho visitato città immense e sparuti villaggi nascosti negli angoli più sperduti, ho conosciuto una moltitudine di gente, ho   toccato i loro pensieri, ho sfiorato le loro anime, ho vissuto giorni di speranza e giorni di uno scoramento infinito. E quando stavo per arrendermi ho capito e t’ho trovato, t’avevo già trovato, eri dentro me, sei sempre stato con me e io non ti vedevo perchè guardavo lontano e non dentro me, non avevo capito che la tua eco è ovunque la si cerchi.

Potere della mente

maggio 19th, 2012

“Per la mente ottusa tutta la natura è grigia. Per la mente illuminata il mondo intero arde e scintilla di luce”

Ralph Waldo Emerson -

 

Buongiorno

maggio 19th, 2012

“Ogni giorno è una pagina nuova della vita…colorala sempre di un fiore o di un sorriso e, comunque poi vada, non sarà mai una pagina sprecata”

- ©Riflessi d’acqua -
Copyright©2011
Blog Riflessi d’acqua

 

VINCERE LE ANTIPATIE

maggio 19th, 2012

Le nostre preferenze, inclinazioni, convinzioni, senso estetico, danno il taglio e la struttura del nostro carattere. Ciò provoca inevitabilmente l’avversione a ciò che non ci piace e questo include modi di essere e di pensare di comportarsi di altre persone. Cionondimeno inclinazioni, convinzioni, senso estetico sono tutte cose non permanenti che possono cambiare e cambiano. Questo è ciò che determina le avversioni e i contrasti: temporanee e mutevoli idee. Solo chi riesce ad andare oltre le preferenze riesce a superare l’avversione. Ma non è facile.Capire comunque che ci sono altre visioni del mondo ed accettarle, aiuta molto nel trovare maggior serenità.

(Elitheo Carrani)

TROPPA FELICITA’ * ALICE MUNRO

maggio 19th, 2012

Lloyd era amato dai pazienti per via delle sue battute scherzose e perché li sapeva prendere con mani forti e sicure. Era largo di spalle, ben piantato e abbastanza autorevole da essere scambiato a volte per un dottore. (Non che la cosa lo lusingasse, peraltro: a suo giudizio, gran parte della scienza medica era una truffa e tantissimi medici, degli emeriti coglioni). Aveva la carnagione rossastra e delicata, i capelli chiari e lo sguardo audace. Baciò Doree in ascensore e la paragonò a un fiore del deserto. Subito dopo rise da solo, commentando: – Come mi sarà uscita, questa?
- Magari sei un poeta, e non lo sai, – ribatté lei, per essere cortese.
ALICE MUNRO, TROPPA FELICITA’
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I bambini attribuiscono al verbo «odiare» significati diversi. Può voler dire che hanno paura. Non che si sentano in pericolo di un’eventuale aggressione – come mi succedeva, ad esempio, con certi bambini grandi e grossi che, in bicicletta, si divertivano a tagliarmi la strada strillando come indemoniati, mentre passeggiavo sul marciapiede. Non è una minaccia fisica che si teme – o che io temevo nel caso di Verna – quanto piuttosto un sortilegio, una malevolenza. È una sensazione che, da molto piccoli, si può provare anche riguardo alle facciate di certi edifici, o a dei tronchi d’albero e, spessissimo, a cantine umide o armadi a muro profondi.
ALICE MUNRO, TROPPA FELICITA’
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Si siede come sempre nella sua grande poltrona, circondata da pile di libri e di riviste mai aperte. Sorseggia adagio la tisana insipida che ha preso il posto del caffè. C’è stato un momento in cui ha creduto che non ce l’avrebbe fatta a tirare avanti senza caffè, ma poi ha scoperto che quello di cui non può fare a meno è stringere in mano il tazzone caldo, che è quella sensazione a favorirle i pensieri, o qualunque altra pratica svolga nel corso delle ore, o delle giornate.
ALICE MUNRO, TROPPA FELICITA’
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Al funerale una donna mi disse: – Tua madre è una santa -. Ho chiara in mente l’immagine della donna, sebbene non il suo nome: ricciolini bianchi, guance incipriate, lineamenti fini. Un sussurro piagnucoloso. Suscitò la mia immediata antipatia. Mi accigliai. All’epoca frequentavo il secondo anno di college. Non mi ero iscritto alla fratellanza universitaria di mio padre, nella quale peraltro nessuno mi aveva invitato. Mi accompagnavo con aspiranti scrittori e commedianti che per il momento erano giusto ingegni arguti, perdigiorno professionisti, feroci censori del sistema, atei dell’ultim’ora. Non avevo alcun rispetto per chi si comportava come un santo. E, a essere sinceri, mia madre non mirava a niente del genere. Era tanto lontana da ogni forma di santità, che neanche una sola volta quando tornavo a casa, mi aveva chiesto di entrare nella stanza di mio padre cercando di strappargli un cenno di riconciliazione. E io non lo avevo mai fatto. Non esisteva alcuna prospettiva di un accomodamento, nessuna benedizione. Mia madre era tutt’altro che una sciocca.
ALICE MUNRO, TROPPA FELICITA’
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Come si può capire, non ero in grado di contribuire alla costruzione di un matrimonio sereno.
Ma come erano potuti finire insieme? Lei non aveva frequentato il college, aveva dovuto farsi prestare il denaro per pagarsi il corso di abilitazione all’insegnamento. In barca a vela aveva paura, sul campo da golf era maldestra e, ammesso che fosse una bella donna, come mi è stato detto da alcuni (è difficile esprimere un giudizio personale sulla propria madre), non disponeva certo del tipo di bellezza che mio padre avrebbe ammirato. Lui definiva certe donne uno schianto o, piú avanti negli anni, una bambola. Mia madre non usava il rossetto, portava reggiseni modesti, si puntava i capelli in una stretta crocchia di trecce che sottolineavano l’ampiezza della sua fronte bianca. Il suo guardaroba era sempre in ritardo sui dettami della moda, con articoli informi e regali al tempo stesso: era il genere di donna che uno immagina con un filo di perle, anche se non credo ne abbia mai avuto uno.
Quello che sto cercando di dire, a quanto pare, è che potrei essere stato un pretesto, una benedizione addirittura, nel senso che fornivo loro una lite bell’e pronta, un problema insolubile che li rimandava alle loro naturali differenze, in seno alle quali non è escluso che potessero trovarsi piú a proprio agio. In tutti gli anni passati in paese, non ho mai incontrato nessuno che avesse divorziato, perciò si può dare per certo che dovessero esserci altre coppie di separati in casa, altri uomini e donne che avevano accettato l’impossibilità di sanare le rispettive idiosincrasie, o l’esistenza di una parola o un gesto per sempre imperdonabile, di una barriera ineliminabile.
Il risultato, poco sorprendente in una storia come questa, fu che mio padre fumasse e bevesse troppo, sebbene lo facessero anche quasi tutti i suoi amici, indipendentemente dalle loro situazioni. Ebbe un ictus prima dei sessant’anni, e morí dopo svariati mesi a letto. Né sorprende del resto che mia madre lo abbia curato per tutto quel tempo e che se lo sia tenuto in casa dove lui, anziché sciogliersi in manifestazioni di affettuosa riconoscenza, la insultava con epiteti impastati dalla disgrazia ma pur sempre decifrabili alle orecchie di lei e piuttosto gratificanti, si sarebbe detto, a quelle di lui.
ALICE MUNRO, TROPPA FELICITA’
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Viaggiava e basta, guardando il panorama. Era cresciuta sulla costa, dove esisteva una cosa chiamata primavera mentre da quelle parti l’inverno precipitava quasi senza soluzione di continuità nell’estate. Un mese prima c’era ancora la neve, e ora faceva abbastanza caldo da andare in giro sbracciati. Nei campi restavano abbaglianti pozze d’acqua, e il sole picchiava attraverso i rami spogli.
ALICE MUNRO, TROPPA FELICITA’
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