Se vi fosse data una penna magica e ogni mattina poteste scrivere esattamente quello che volete che vi succeda quel giorno, certi che accadrà, non pensate che la vostra vita diventerebbe desolatamente noiosa? Dopotutto, quante volte si può vincere la lotteria ed esserne elettrizzati?
Mike Dooley, L’arte di far accadere le cose
*
Voi avete il controllo, e interamente, grazie agli infiniti miracoli che sostengono e vi supportano, qui e ora: interamente grazie all’Universo che nutre e protegge ogni cellula del vostro corpo.
I destini dell’uomo sono come i fiumi, alcuni scorrono veloci, senza incertezze, lungo facili percorsi.
Altri passano attraverso mille difficoltà, ma arrivano ugualmente al mare. La meta finale è uguale per tutti.
Sarebbe utopico pretendere che un’ingiustizia da noi subita abbia miglior fortuna delle altre. E’ inevitabile che debba seguire la sorte di tutte le ingiustizie, ossia rimanere tale.
Ogni strada è soltanto una tra un milione di strade possibili.
Perciò dovete sempre tenere presente che una via è soltanto una via.
Se sentite di non doverla seguire, non siete obbligati a farlo in nessun caso.
Ogni via è soltanto una via.
Non è un affronto a voi stessi o ad altri abbandonarla,
se è questo che vi suggerisce il cuore.
Ma la decisione di continuare per quella strada, o di lasciarla,
non deve essere provocata dalla paura o dall’ambizione.
Vi avverto: osservate ogni strada attentamente e con calma.
Provate a percorrerla tutte le volte che lo ritenete necessario.
Poi rivolgete una domanda a voi stessi, e soltanto a voi stessi.
Questa strada ha un cuore?
Tutte le strade sono eguali.
Non conducono in nessun posto.
Ci sono vie che passano attraverso la boscaglia, o sotto la boscaglia.
Questa strada ha un cuore? E’ l’unico interrogativo che conta.
Se ce l’ha è una buona strada.
Se non ce l’ha, è da scartare.
Carlos Castaneda, Gli insegnamenti di don Juan (A Scuola dallo Stregone)
Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernst Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta, e caricava la cassa sul camion.Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all’estrema periferia della città fermandosi sul ciglio di un vallone.Kazirra scese dall’auto ed andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e , fatti pochi passi, la scaraventò nel vallone, che era ingombro di migliaia e migliaia di altre casse uguali.Si avvicinò all’uomo e gli chiese: “Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c’era dentro? E cosa sono tutte queste casse?”Quello lo guardò e sorrise: “Ne ho ancora sul camion da buttare. Sono i giorni.”
“Che giorni?”
“I tuoi giorni.”
“I miei giorni?”
“I tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? Guardali, intatti, ancora gonfi. E adesso?”
Kazirra guardò. Formavano un mucchio immenso. Scese giù per la scarpata e ne aprì uno. C’era dentro una strada d’autunno , e in fondo Graziella, la sua fidanzata, che se ne andava per sempre. E lui neppure la chiamava. Ne aprì un secondo. C’era una camera d’ospedale, e sul letto suo fratello Giosuè che stava male e lo aspettava. Ma lui era in giro per affari. Ne aprì un terzo. Al cancelletto della vecchia misera casa stava Duk, il fedele mastino, che lo attendeva da due anni, ridotto pelle e ossa. E lui non si sognava di tornare. Si sentì prendere da una certa cosa quì alla bocca dello stomaco. Lo scaricatore stava dritto sul ciglio del vallone, immobile come un giustiziere. “Signore!” gridò Kazirra, mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico. Almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole. Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell’aria, e all’istante scomparve anche il gigantesco cumulo di casse misteriose.
Un giorno, uno dei più grandi professori dell’universita’,
candidato al premio Nobel, famoso in tutto il mondo, giunse sulle rive di un lago.
Chiese ad un barcaiolo di portarlo a fare una passeggiata sul lago con la sua barchetta.
Il Brav’uomo accetto’.
Quando furono lontani dalla riva, il professore cominciò ad interrogarlo.
“Conosci l’informatica?”
“No”
“Allora 1/4 della tua vita e’ perduto.”
Sai l’astronomia?”
“No”
“Allora 2/4 della tua vita son perduti”
“E la filosofia sai cos’è?”
“No”
“Allora 3/4 della tua vita sono perduti”
All’improvviso prese ad infuriare una tremenda tempesta.
La Barchetta, in mezzo al lago, veniva sballottata come un guscio di noce.
Gridando sopra il ruggito del vento, il barcaiolo si rivolse al professore:
“Sa Nuotare?”
NO” ” rispose il professore.
“Allora tutta la sua vita è perduta!”
“A quel punto invece, compresi
che ognuno sta in mezzo agli altri.
Ognuno deve capire, curare e definire il proprio
mondo interiore e deve però ricordare anche
che quello degli altri è in fondo un mondo simile,
in quanto tutti provano allo stesso modo
la gioia ed il sorriso, il dolore e il pianto. Anche
se ognuno vede e vive le situazioni della sua
vita e le sue aspettative in maniere e intensità
diverse, anche se ognuno mostra e intercambia
facciate diverse”.
Rivendico il diritto alla gioia
e quello al dolore.
Al mostrarmi come sono
e a non avere maschere.
Il diritto di ridere e piangere.
Il diritto alla solitudine rumorosa.
Il diritto allo straziarmi il cuore
nel dolore e nel gioire.
Rivendico con me stesso il diritto a conservare,
a trattenere,
a non buttare via nulla.
A conservare i momenti belli e quelli brutti, nello stesso cassetto.
Rivendico ogni scelta della mia vita,
anche quelle sbagliate col senno di poi,
e se ne devo, ho dovuto, pagare un prezzo,
rivendico di pagare anche quello – con gli interessi.
Nel giorno del mio Natale
mi regalo una solitudine
non voluta
ma consapevole.
Mi concedo il diritto di condividerla,
certo che gli amici veri non la vedranno come un peso sulle loro spalle.
Mi concedo una festa privata
con gli amici che non ci sono – e con quelli che non ci sono più.
Nel giorno del mio Natale
mi regalo una preghiera
mi concedo di scomparire
mi regalo l’opacità del camminare invisibile.
Ed è proprio quello che non si potrebbe che vorrei
ed è sempre quello che non si farebbe che farei
ed è come quello che non si direbbe che direi
quando dico che non è così il mondo che vorrei
Uno si costruisce grandi storie, questo è il fatto, e può andare avanti anni a crederci,
non importa quanto pazze sono, e inverosimili, se le porta addosso, e basta.
Si è anche felici, di cose del genere. Felici.E potrebbero non finire mai. Poi, un giorno, succede che si rompe qualcosa,
nel cuore del gran marchingegno fantastico, tac.
Senza nessuna ragione, si rompe d’improvviso e tu rimani lì,
senza capire come mai tutta quella favolosa storia non ce l’hai più addosso,
ma davanti, come fosse la follia di un altro, e quell’altro sei tu. Alessandro Baricco, da “Oceano Mare“
Ed è da quel caldo giorno dell’estate 1997,
all’età di 22 anni, che iniziai ad usare questo
amuleto per entrare in un mondo tutto mio,
chiamato “Khepri”, un luogo dove rifugiarmi
e dove combattere il male del mondo, della realtà,
dove rigenerarmi per affrontare il presente.
Quando mi stendo sul letto e leggo il rituale
sacro posto sul retro dello scarabeo immagino
che da quest’ultimo partano delle bende che
avvolgono il mio corpo, mummificandomi.
È allora che inizia la mia lotta interiore, è in
tal modo che ho fatto diventare Khepri parte
integrante di me, generando il mio mondo interiore”.
Dietro la porta dell’anima
si nascondono i ricordi di ognuno.
Per i più sentirseli raccontare
non ha nessun significato, ma sovente capita
che qualcun’altro ci si specchi dentro…
e riveda la propria storia.
E lì, in quel momento,
che si congiungono
i destini di tanti sconosciuti…
E niente, sai, davvero niente basta,
nemmeno le ginestre che fioriscono
a maggio per chi sa vederle
e che io guardavo senza vedere,
come di solito facciamo tutti, fino a cadere
nella nostalgia dell’irreversibile… Antonio Tabucchi, da “Si sta facendo sempre più tardi“