Aforismi da Libri

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C’E’ UN SOLO PECCATO: IL FURTO

agosto 20th, 2015

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“…C’ è un solo peccato.

Uno solo.

Il furto.

Ogni altro peccato può essere ricondotto al furto.

Lo capisci? “….Se uccidi un uomo, gli rubi la vita ”

“Rubi il diritto di sua moglie ad avere un marito, derubi i suoi figli del padre.

Se dici una bugia a qualcuno, gli rubi il diritto alla verità.

Se imbrogli, quello alla lealtà. Capisci? ……”

 

Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni

Marguerite Yourcenar * MEMORIE DI ADRIANO

agosto 18th, 2015

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Ogni uomo, nel corso della sua breve esistenza, deve scegliere eternamente tra la speranza insonne e la saggia rinuncia a ogni speranza, tra i piacere dell’anarchia e quelli dell’ordine, tra il Titano e l’Olimpico. Scegliere tra essi, o riuscire a comporre, tra essi, l’armonia

Marguerite Yourcenar * MEMORIE DI ADRIANO

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Vi sono già zone della mia vita simili alle sale spoglie d’un palazzo troppo vasto, che un proprietario decaduto rinuncia a occupare per intero.

Marguerite Yourcenar * MEMORIE DI ADRIANO

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Confesso che la ragione si smarrisce di fronte al prodigio dell’amore.

Marguerite Yourcenar * MEMORIE DI ADRIANO

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… e per la prima volta, stamane, m’è venuto in mente che il mio corpo, compagno fedele, amico sicuro a me noto più dell’anima, è solo un mostro subdolo che finirà per divorare il padrone.
Basta … il mio corpo mi è caro; mi ha servito bene, e in tutti i modi, e non starò a lesinargli le cure necessarie.

Marguerite Yourcenar * MEMORIE DI ADRIANO

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Accetterò di assimilare l’amore alle gioie puramente fisiche (ammesso che ve ne siano) quando avrò visto un ghiottone anelare di piacere davanti alla sua pietanza favorita come un innamorato sulla spalla dell’essere amato.

Di tutti i nostri giochi, questo è il solo che rischi di coinvolgere l’anima, il solo altresì nel quale chi vi partecipa deve abbandonarsi al delirio dei sensi. Non è necessario per un bevitore abdicare all’uso della ragione, ma l’innamorato che conservi la sua non obbedisce fino in fondo al suo demone.

Marguerite Yourcenar * MEMORIE DI ADRIANO

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La morale è una convenzione privata; il decoro è una faccenda pubblica: qualsiasi licenza allo scoperto m’ha fatto sempre l’effetto di un’ostentazione di bassa lega.

Marguerite Yourcenar * MEMORIE DI ADRIANO

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Le mie virtù, le ho utilizzate come ho potuto. Dei miei vizi, ne ho fatto buon uso. Ma non ci tengo in modo speciale a lasciarmi in retaggio a qualcuno. Del resto, l’autentica continuità umana non si stabilisce attraverso il sangue …

Marguerite Yourcenar * MEMORIE DI ADRIANO

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Sono giunto a quel punto in cui la vita è, per ogni uomo, una sconfitta accettata. Dire che ho i giorni contati non significa nulla; è sempre stato così; è così per noi tutti.

Marguerite Yourcenar * MEMORIE DI ADRIANO

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Ho amato quella lingua per la sua flessibilità di corpo allenato, la ricchezza del vocabolario nel quale a ogni parola si afferma il contatto diretto e vario delle realtà, l’ho amata perché quasi tutto quel che gli uomini han detto di meglio è stato detto in greco.

Marguerite Yourcenar * MEMORIE DI ADRIANO

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La tecnica del vero seduttore esige, nel passaggio da un soggetto all’altro, una disinvoltura, un’indifferenza che io non provo e che, comunque perdevo prima di abbandonarle intenzionalmente: non ho mai compreso come si possa essere sazio di un essere umano.

Marguerite Yourcenar * MEMORIE DI ADRIANO

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La convenzione ufficiale vuole che un imperatore romano sia nato a Roma, ma io sono nato a Italica; a quel paese arido e tuttavia fertile ho sovrapposto in seguito tante regioni del mondo. La convenzione ha del buono: dimostra che le decisioni dello spirito e della volontà hanno la meglio sulle circostanze. Il vero luogo natio è quello dove per la prima volta si è posato uno sguardo consapevole su se stessi : la mia patria sono stati i libri

Marguerite Yourcenar * MEMORIE DI ADRIANO

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Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più… Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti…

Marguerite Yourcenar * MEMORIE DI ADRIANO

Pensieri dal….mare

luglio 20th, 2015

 

 

Bisogna provare ad essere felici, semplicemente felici.
Senza pensare al passato, bello o brutto che sia stato.
Vivere il presente come un grande e straordinario miracolo
che, istante per istante, la vita ci regala.
Il nostro sorriso sia il “grazie” per quel regalo, per quella nuova alba,
per quel nuovo giorno, per quel magico tramonto,
per quel battito di cuore che ci dice di continuo: sei vivo!

***

Non sono i luoghi in cui andiamo a formare il nostro percorso
di vita, ma è la nostra capacità di riuscire a vedere le cose
da più punti di vista senza trascurare il nostro. Ma non stupiamoci del punto di vista degli altri.

***

Ogni giorno abbiamo l’opportunità di scegliere come far continuare
la nostra storia; come registi di un film giriamo le scene della nostra vita che, inevitabilmente, condizioneranno la trama e il finale.
(© Alessia S. Lorenzi da “Come il Canto del Mare” ed. Phasar 2014)

copertina

Il computer di sant’Agostino * Alberto Manguel

aprile 28th, 2015

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Quando avevo otto o nove anni, in una casa che ormai non esiste più, mi fu regalata una copia delle Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo Specchio. Come molti altri lettori, ho sempre avuto la sensazione che l’edizione in cui si legge un libro per la prima volta rimanga, per il resto della vita, quella originale. La mia, grazie al cielo, era impreziosita dalle illustrazioni di John Tenniel ed era stampata su carta spessa color crema che odorava misteriosamente di legna arsa.

C’erano parecchie cose che non capivo in quella mia prima lettura di Alice, ma non sembrava avere grande importanza. Imparai in tenerissima età che, salvo si legga per scopi diversi dal puro piacere (come tutti a volte dobbiamo fare a causa dei nostri peccati), si può tranquillamente volare rasentando perigliosi acquitrini, farsi strada in giungle intricate, saltare d’un balzo solenni e monotone pianure, e lasciarsi semplicemente trasportare dalla vigorosa corrente del racconto. Alice, che non vedeva l’utilità di un libro «senza figure e senza dialoghi», sarebbe stata senz’altro d’accordo.

Per quanto ricordi, quelle avventure mi sembrarono un vero e proprio viaggio nel quale io stesso accompagnavo la povera Alice. Cadere nella buca del coniglio e attraversare lo specchio non erano che inizi, banali e meravigliosi quanto salire su un autobus. Ma il viaggio! A otto o nove anni, la mia incredulità non era tanto sospesa quanto ancora inesistente, e la narrazione a volte mi sembrava più vera della vita di ogni giorno. Non che pensassi che un posto come il Paese delle Meraviglie esistesse davvero, ma sapevo che era fatto della stessa materia della mia casa e della mia strada, dei mattoni rossi della mia scuola.

Un libro cambia ogni volta che lo leggiamo. Quella prima Alice di quando ero bambino fu un viaggio, come l’ Odissea o Pinocchio, e io mi sono sempre sentito più un’Alice che un Ulisse o un burattino di legno.
***

Le letture vere sono sempre sovversive, sono fatte controvoglia, come Alice – lettrice sensata – ha avuto modo di scoprire nel mondo oltre lo specchio, popolato da gente che dà nomi insensati. Un primo ministro canadese smantella la ferrovia e lo chiama «progresso»; un uomo d’affari svizzero traffica in merce rubata e lo chiama «commercio»; un presidente argentino protegge degli assassini e la chiama «amnistia». Per ribellarsi a questi termini impropri il lettore può cercare tra le pagine dei suoi libri. In questi casi la lettura ci aiuta a rimanere coerenti nel caos, non a eliminarlo; a far progredire l’esperienza al suo ritmo vertiginoso, non a imbrigliarla in strutture verbali; ad attingere dall’oscurità, non a fidarci della superficie scintillante delle parole.
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George Steiner ipotizzava che l’olocausto avesse tradotto in una realtà di carni e ossa bruciacchiate gli orrori del nostro inferno immaginario; forse questa traduzione segnò l’inizio della nostra incapacità di immaginare la sofferenza di un’altra persona. Nel Medioevo, ad esempio, i raccapriccianti tormenti inflitti ai martiri, presenti in innumerevoli dipinti, non venivano mai considerati come semplici immagini di orrore: illuminati dalla teologia (per quanto dogmatica e catechistica fosse), che li alimentava e li definiva, la loro rappresentazione doveva aiutare lo spettatore a riflettere sulla sofferenza nel mondo. Non è detto che tutti gli spettatori avrebbero colto quanto stava oltre la pura morbosità della scena, ma si apriva comunque sempre uno spiraglio per una riflessione più profonda. Del resto, un’immagine o un testo possono soltanto offrire l’opportunità di leggere qualcos’altro o di leggere più attentamente, ma il lettore o lo spettatore possono anche respingere questa possibilità, perché in definitiva testo e immagine altro non sono che segni sulla carta e pennellate su una tavola o sulla tela.
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Nelle mie letture erratiche scoprii anche che una singola immagine può determinare la riuscita dell’intera poesia. Intorno al 1700 a.C. una poetessa sumera scrisse:

Donandomi al mio giovane consorte –
diventerò mela
aggrappata al ramo,
avvolgerò il picciolo
con le mie dolci carni.
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«Abbiamo collocato il sesso», disse il saggio Montaigne , «entro i confini del silenzio.»
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Post scriptum: Credo che la lettura, come l’atto erotico, debba in fondo rimanere un atto anonimo. Dovremmo essere in grado di infilarci in un libro o nel letto come fa Alice attraversando il bosco oltre lo specchio, sbarazzandoci dei pregiudizi del nostro passato e abbandonando per quell’attimo che ci vede uniti i nostri orpelli sociali. Leggendo o facendo l’amore, dovremmo essere in grado di perderci nell’altro, nel quale – per mutuare l’immagine di san Giovanni – siamo trasformati: il lettore nello scrittore nel lettore, l’amante nell’amante nell’amante. Jouir de la lecture, «godere della lettura», come dicono i francesi, che usano la stessa parola per definire il piacere che si trae dall’orgasmo e dalla lettura.
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Vladímir Nabokov , criticato dall’amico Edmund Wilson per aver fatto una traduzione di Evgenij Onegin «con pecche e tutto», rispondeva che compito del traduttore non è quello di migliorare o commentare l’originale, ma quello di fornire al lettore ignorante di una certa lingua un testo riformulato con tutte le parole equivalenti di un’altra lingua. Pare che Nabokov ritenesse (anche se stento a credere che il maestro artigiano intendesse proprio questo) che le lingue sono «equivalenti» sia per significato che per suono, e che quanto si immagina in una lingua può essere ri-immaginato in un’altra – senza dover ricreare tutto ex-novo. Ma come ogni traduttore scopre all’inizio della prima pagina, la verità è che la fenice immaginata in una determinata lingua non è altro che un pollo ruspante in un’altra, e che per investire quel particolare volatile della maestosità dell’uccello risorto dalle proprie ceneri, è possibile che un’altra lingua richieda la scelta di una creatura diversa, estrapolata da bestiari che abbiano una propria concezione di stranezza. In inglese, ad esempio, la parola phoenix conserva tuttora un’eco esotica ed evocativa, mentre in spagnolo, ave fénix fa parte della pomposa retorica ereditata dal Seicento.

Nell’alto Medioevo, traduzione (dal participio passato del latino transferre) significava trasportare le reliquie di un santo da un posto all’altro. Talvolta queste traslazioni erano illegali, come quando le spoglie sacre venivano trafugate da una certa città per accrescere la gloria di un’altra. Fu così che i resti di san Marco furono trasportati da Costantinopoli a Venezia, nascosti in un carro carico di carne di maiale, che le guardie turche ai cancelli della città si rifiutarono di toccare. Sottrarre qualcosa di prezioso e farlo proprio con ogni mezzo possibile: forse questa definizione si adatta alla traduzione letteraria meglio di quella di Nabokov.

Nessuna traduzione è mai innocente. Ogni traduzione implica una lettura, la scelta di un soggetto e di un’interpretazione, il rifiuto o la soppressione di altri testi, la riformulazione con termini imposti dal traduttore che, per l’occasione, usurpa il titolo di autore. Poiché una traduzione non può essere imparziale, non più di quanto possa essere oggettiva una lettura, l’atto del tradurre implica una responsabilità che si estende ben oltre i limiti della pagina tradotta, e non riguarda soltanto il passaggio da una lingua all’altra, ma spesso si manifesta all’interno della stessa lingua, passando da un genere all’altro, o dagli scaffali di una letteratura all’altra. Ecco perché non tutte le «traduzioni» sono riconosciute come tali: quando Charles e Mary Lamb trasformarono le commedie di Shakespeare in racconti in prosa per bambini, o quando Virginia Woolf incluse generosamente le versioni di Turgenev fatte da Constance Garnett nel «gregge della letteratura inglese», gli spostamenti di quei testi alla nursery o alla British Library non furono ritenuti «traduzioni» in senso etimologico. Vuoi si tratti di Pork, Lamb, o Woolf, ogni traduttore maschera il testo dietro un altro significato, avvincente o denigratorio.

Se la traduzione fosse un semplice atto di scambio, non offrirebbe più occasioni di distorsione e di censura (o di miglioramento e di spiegazione) di quante ne offra una fotocopia o, al massimo, una scriptorium transcription. Ma ahimè, con buona pace di Nabokov, non è così. Se riconosciamo che ogni traduzione, per il semplice fatto di trasferire il testo in un’altra lingua, in un altro luogo e in un altro tempo, lo modifica in meglio o in peggio, dobbiamo anche riconoscere che ogni traduzione — traslitterazione, nuova narrazione, nuova etichettatura — aggiunge al testo originale una lettura prét-a-porter, un commento implicito. Ed è qui che entra in scena la censura.

Talvolta il mondo ci appare così grande

luglio 25th, 2014

mondo malinconia

Talvolta il mondo ci appare così grande che diventa difficile per noi riuscire ad abbracciarlo. Si porta via tutte le cose sicure. Ci sentiamo allora piccoli come un seme, o sabbia su una spiaggia.

“Così diversa da me”, S. Fletcher

FUORI DA UN EVIDENTE DESTINO * GIORGIO FALETTI

luglio 4th, 2014

Fai attenzione alla tua ombra. Ogni uomo ha un fratello che è la sua copia esatta. È muto e cieco e sordo ma dice e vede e sente tutto, proprio come lui. Arriva nel giorno e scompare la notte, quando il buio lo risucchia sottoterra, nella sua vera casa. Ma basta accendere un fuoco e lui è di nuovo li, a danzare alla luce delle fiamme, docile ai comandi e senza la possibilità di ribellarsi. Sta disteso per terra perché glielo ordina la luna, sta in piedi su una parete quando il sole glielo concede, sta attaccato ai suoi piedi perché non può andarsene. Mai. Quest’uomo è la tua ombra. È con te da quando sei nato. Quando perderai la tua vita, la perderà con te, senza averla vissuta mai. Cerca di essere te stesso e non la tua ombra o te ne andrai senza sapere che cos’è la vita.
Giorgio Faletti, Fuori da un evidente destino

*

Caleb Kelso, a differenza di tanti altri, aveva un progetto.
Questa, secondo lui, era l’unica cosa che contava davvero nella vita.
Avere un progetto, per quanto velleitario potesse sembrare. La storia era piena di episodi del genere. Quello che a molti era sembrato un semplice sogno di pazzi visionari, per quei pochi che ci avevano veramente creduto era diventato un grido di vittoria.
Era solo questione di tempo e prima o poi anche lui avrebbe raggiunto il risultato a cui stava lavorando da anni. In un momento avrebbe cancellato tutta la fatica, tutte le notti bianche e tutto il denaro speso, ma soprattutto le derisioni e le risatine di scherno alle sue spalle. Una volta aveva letto da qualche parte che la grandezza di un uomo si misura da quanti stupidi gli
danno addosso. Allora quelli che lo prendevano in giro si sarebbero mangiati il fegato, condito con la stessa merda che gli avevano sparso addosso. Sarebbero piovuti gloria e milioni di dollari e il suo nome sarebbe
finito nella lettera K di tutte le enciclopedie del mondo.
Kelso, Caleb Jonas. Nato a Flagstaff, Arizona, il 23 luglio 1960, l’uomo che era riuscito a…
GIORGIO FALETTI* fuori da un evidente destino

***

A Caleb piaceva quel cane. Aveva carattere da vendere. O se non altro aveva un carattere molto simile al suo, commerciabile o meno che fosse.
Per questo lo faceva sedere in cabina accanto a lui e non lo costringeva sul cassone dietro come facevano tutti gli altri cacciatori, che se ne andavano in giro con mezzi addobbati di teste canine che spuntavano dalle sponde e che avevano l’espressione di condannati a morte su una tradotta. Per poi disperdersi nei boschi abbaiando come forsennati quando i loro padroni scendevano dalle macchine, si mettevano in spalla i Remington o i Winchester e iniziava la caccia.
Silent Joe non abbaiava mai. Non l’aveva fatto nemmeno quando era un cucciolo tutto zampe e con addosso una quantità di pelle tre taglie superiore alla sua. Per questo motivo al suo nome originale, Joe, si era ben presto aggiunta la qualifica di silenzioso, che lui si portava appuntata al petto con noncuranza come un’onorificenza. Se ne andava in giro senza parere con la sua andatura dinoccolata al limite della disarticolazione, al punto che guardandolo correre Caleb spesso aveva pensato che i movimenti, più che coordinarli, li sorteggiasse. Ma era il compagno ideale per la caccia con l’arco, quella che Caleb preferiva su ogni altra al mondo, una caccia fatta di appostamenti, immobilità, silenzio e cura del vento, per impedire di essere fiutati dalle prede. Un cervo, se stava sottovento, riusciva a sentire l’odore di un uomo o di un cane a una distanza di ottocento iarde e in pochi minuti quella distanza farla diventare di otto miglia.
Non poteva dire che Silent Joe fosse veramente il suo cane, perché quell’animale dava l’idea di appartenere solo a se stesso. Ma era in fondo l’unico vero amico su cui potesse contare, per la commozione di tutte le nonne che ricamavano «Home, sweet home» sulle loro tovagliette di lino.
GIORGIO FALETTI* fuori da un evidente destino

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Qualcuno da qualche parte aveva detto che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Forse, nel suo caso ci aveva azzeccato in pieno. Il suo sguardo era in sostanza il riflesso della sua esistenza. Si sentiva da sempre una figura scomposta, che camminava al centro del fiume senza nutrire un vero interesse per una qualunque delle due rive. Da entrambe si sentiva attratto e nello stesso tempo rifiutato, senza appartenere veramente a nessuna delle due.
Un uomo che non era bianco e non era rosso, un uomo nel quale nemmeno gli occhi riuscivano a essere dello stesso colore.
***

Il giorno in cui era nato, suo nonno lo aveva levato dalle braccia della madre e lo aveva osservato a lungo. Poi lo aveva tenuto per un istante sospeso davanti a sé come per un’offerta a chissà quale degli antichi dèi e aveva predetto che in quel bambino ci sarebbero stati tre uomini. Un uomo buono, un uomo forte e un uomo coraggioso. Jim si chiedeva spesso se il vecchio
capo non fosse rimasto deluso. In ogni caso, la profezia forse non si era avverata ma il nome era rimasto.
Táá’ Hastiin.
Tre Uomini.
GIORGIO FALETTI* fuori da un evidente destino

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“Charlie amava la terra e Jim amava il cielo. Charlie amava la distesa sterminata che si apriva ai suoi occhi mentre percorreva il deserto e Jim amava i canyon che si aprivano tra i grattacieli. Charlie aveva scelto di restare e Jim aveva scelto di andare via.
Tirò fuori gli occhiali dal taschino e se li mise. Dietro a quello schermo ambrato decise di essere lui rompere il silenzio.
«Come è successo?»
«Nel modo che tutti gli uomini sognano. Mentre dormiva è arrivato
qualcuno e se l’è portato via. Decidi tu chi.»
«Ha sofferto?»
«I medici hanno detto di no.»
Jim ricadde per qualche istante nel silenzio senza remissione che aveva invaso la macchina fino a poco prima. Sentiva una cosa strana agli occhi e in gola. Aveva un nome preciso, ma lui per il momento preferiva non
dargliene nessuno.
Si riprese ma la sua voce non era più la stessa.
«Ha avuto gli onori che meritava?»
«Certo…..”

GIORGIO FALETTI* fuori da un evidente destino

***

L’AMORE A SETTANT’ANNI *VANNA VANNUCCINI

febbraio 15th, 2014

VANNUCCINI
Nessuna bellezza primaverile o estiva
a la grazia che ho visto
su un volto autunnale.
John Donne, Elegia autunnale
***

Che età deve avere chi ama? Al cinema, che è ancora lo strumento che più di ogni altro plasma i nostri miti sui rapporti affettivi, da sempre uomini maturi hanno fatto coppia con donne giovani o giovanissime. Nel nostro mondo pericoloso una giovane donna ha bisogno di un uomo, meglio se abbastanza vecchio, per proteggerla, questo è il messaggio. I top manager sposano le top model. Il panico del sipario che cala spinge scrittori famosi come Philip Roth o Martin Walser a trovare adoratrici sempre più giovani. I film dove si vedono donne sexy in età avanzata sono invece rari, per non parlare delle coppie in cui l’uomo è più giovane della donna. In questo caso l’avvertimento ai maschi è chiaro: state alla larga da avventure emotive con donne mature, rese ancora più insicure dal legame con un uomo che in qualsiasi momento potrebbe abbandonarle per una molto più giovane di loro. Perché mai un uomo dovrebbe infatti andare a letto con una donna che ha l’età di sua madre quando può tranquillamente sceglierne una che ha l’età della figlia? Gli anni per una donna sono uno stigma. Se chiedere l’età non è mai stato considerato un gesto di buona educazione, chiederla a una donna è tabù.
***

Le donne che arrivano oggi a settant’anni sono state le prime a poter scegliere l’università e a entrare nelle professioni, in altre parole a costruire la propria identità in campi un tempo riservati ai maschi e a fondarvi la propria identità. Molte hanno potuto così decidere di tornare a vivere una vita da single quando il matrimonio non funzionava; hanno preferito star sole piuttosto che svolgere nella coppia, una volta appannatasi la giovinezza, un ruolo esclusivamente “materno” nei confronti del marito (che spesso all’apice della vita professionale le avrebbe lasciate per una donna più giovane).

Hanno superato la crisi dei quarant’anni, affrontato senza batter ciglio quella dei cinquanta senza farsi traumatizzare dalla menopausa e senza piangere sul “nido vuoto”. Ora hanno davanti a sé dieci, vent’anni di una vita che potrebbe essere molto diversa da quella delle loro madri e delle loro nonne. Nuove attività, forse nuovi amori – non le aspetta più necessariamente una mezza vita ai margini della società com’era stato fino a poco tempo fa per le donne anziane.

Alla terza età molte di loro sono approdate serenamente, perché sono state capaci, contro tutti gli ostacoli, di costruirsi un’identità grazie a una professione alla quale si sono dedicate con impegno. Si sono via via lasciate alle spalle, poco più che un ricordo, i coinvolgimenti erotici ed emotivi della giovinezza. Senza troppi rimpianti. Consapevoli che una donna che invecchia non può esprimere desideri, avevano finito per prendere atto solo di quelli che potevano permettersi. Ecco però che all’improvviso, più per caso che per intendimento, un numero significativo di loro si trova a vivere un risveglio di eccitazione sessuale, un’infatuazione, un’attrazione fisica violenta come quella di un’adolescente. Talvolta per uomini più giovani.

Pensioni e passioni, nipoti e sogni, rughe e sesso. Molte vivono storie romantiche, parlano liberamente delle proprie scoperte erotiche, hanno con gli uomini rapporti diversi da prima, nei quali a volte il sesso può essere tutto. Stanno alla larga da nuovi matrimoni e perfino da semplici convivenze, hanno imparato che la monogamia non è un obbligo. Sono diventate più capaci di separare le possibilità reali dalle illusioni. E soprattutto, sembrano essersi liberate dallo sguardo dell’altro.

Sono loro le prime a essere sorprese. Certamente il cuore batte e ha sempre battuto a ogni età. Da tempo immemorabile, però, tabù, pregiudizi, inibizioni e la natura stessa della società hanno cospirato per soffocare ogni germoglio di storie d’amore e di sesso in tarda età. Bisogna risalire almeno al Sei-Settecento per trovare degli esempi. Una Ninon de Lanclos ebbe amanti più giovani finché visse. E così Madame de Warens, tra i cui amori spicca un giovanissimo Jean-Jacques Rousseau. Ma personaggi come loro diventarono sempre più rari nei secoli successivi – una conseguenza del perbenismo ottocentesco e dell’atteggiamento della chiesa che ha legato il sesso unicamente alla procreazione, rendendo la sessualità delle donne in vecchiaia qualcosa di vergognoso. Con il Concilio di Trento la chiesa aveva fissato l’età sinodale delle perpetue – le donne che potevano stare nella casa di un prete come domestiche – a quarant’anni, che allora era l’età della menopausa. Oltre quell’età non c’erano pericoli, ogni turbamento sessuale era impensabile.

Sessualità e piacere per le donne in età matura sono rimasti tabù, e ancora oggi la maggior parte dei giovani non immagina che i loro nonni possano avere una vita sessuale dopo i settant’anni.

È la seconda volta nella vita che questa generazione si trova di fronte a una terra incognita. La prima era stata quando la pillola e il femminismo spezzarono le barriere che fino a quel momento avevano impedito alle donne di vivere un’esistenza piena, raggiungere una maggiore uguaglianza, avere carriere lavorative. La pillola era stata una prospettiva da intimidire, ma anche una sfida che cambiò la vita delle donne e la società nel suo insieme. Oggi questa generazione è di nuovo davanti a un terreno inesplorato. Supererà quest’ultima barriera? I pregiudizi resistono, ma nuovi rapporti stanno nascendo. Brevi certamente perché breve è il tempo che resta, ma intensi. L’immagine che questi rapporti ci richiamano alla mente è quella del raggio verde – quell’ellisse, quel fascio di luce brillante che compare qualche volta sopra il sole al tramonto – visibile per pochi secondi mentre il sole scende sotto l’orizzonte e cade l’oscurità. Ma forse non è solo l’ultimo raggio del sole che tramonta, hanno detto alcune delle donne intervistate: potrebbe essere il primo di un nuovo sole, che illumini rapporti diversi tra uomo e donna.

***

La vecchiaia non è affare da smidollati.
Bette Davis
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La grande questione alla quale
non riesco a dare una risposta
dopo trent’anni di studio dell’
animo femminile è: che cosa
vuole una donna?
Sigmund Freud
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Una volta, quando due si sposavano, si diceva che “coronavano il loro sogno d’amore”. Ma spesso l’amore era solo un elemento nella decisione di una donna di sposarsi – e spesso nemmeno quello. Non sorprende, visto che da tempo immemorabile le donne sono state dipendenti dai mariti finanziariamente, socialmente, legalmente e in ogni altro modo. Chi non si sposava era relegato ai margini della società, a meno che non possedesse fortune considerevoli. Il termine stesso “zitella”, in uso fin dal Trecento per designare una ragazza nubile, ha acquistato col tempo un significato spregiativo, diventando lo stereotipo del carattere di una donna vecchia e inacidita.

LA SCELTA GIUSTA* Francesca Gino

settembre 18th, 2013

LA SCELTA

Le nostre scelte si innestano in un equilibrio delicato di fattori che spesso non riusciamo a comprendere e dominare. Ci ritroviamo a desiderare ardentemente di compiere una scelta giusta ma in realtà agiamo come se non sapessimo dove appoggiare il piede per il prossimo passo. Questo crea confusione, rabbia e spesso ci lascia con un pugno di mosche in mano di fronte a piccoli grandi eventi della vita.
Quante volte ci si trova a fare questa domanda: “perché i mie progetti vanno storti e come posso cercare di restare sul binario giusto?”
La capacità di scegliere in modo corretto e consapevole è possibile. Sì, si puo’ fare la scelta giusta, come?

Secondo la teoria di Francesca Gino, nel suo libro “La scelta giusta”, esistono tre diverse tipologie di forze che influenzano le nostre decisioni secondo modalità che normalmente ci sfuggono: forze che provengono da noi stessi, forze originate dai nostri rapporti con gli altri e forze dal mondo esterno.

Comprendere le dinamiche che sottendono questi tre diversi fattori ci permette di agire con consapevolezza e nel farlo, attuare strategie decisionali efficaci.

Macrolibrarsi.it presenta il LIBRO: La Scelta Giusta

LA LUCE OLTRE LA VITA – Cosa succede quando si muore * Raymond A. Moody Jr

agosto 5th, 2013

laluceoltrelavita

Le visioni ultraterrene sono il frutto dello stesso potere d’immaginazione che agisce nel nostro modo abituale di visualizzare la morte; della nostra tendenza a riprodurre le idee in forme concrete, corporee, drammatiche; della capacità del nostro animo di trasfigurare la percezione del paesaggio esterno; del bisogno d’interiorizzare la mappa culturale dell’universo fisico; della nostra tendenza a sperimentare l’universo come un cosmo morale e spirituale nel quale troviamo origine e finalità

La Luce oltre la Vita – Cosa succede quando si muore * Raymond A. Moody Jr

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Cosa accade quando si muore? E’ forse la domanda più frequente e più imbarazzante dell’umanità. Si cessa semplicemente di vivere, senza lasciare altro che i resti mortali a ricordo del nostro passaggio sulla terra? Si viene risuscitati da un Essere Supremo, ma solo se il Registro della Vita riporta dei buoni voti? Si ritorna a vivere, come credono gli indù, a distanza di secoli, nella forma di animali o di altre persone? Oggi non siamo più vicini ad una risposta al quesito dell’aldilà di quanto lo fossero migliaia di anni fa gli uomini dell’antichità. Vi sono, tuttavia, molte persone comuni che si sono trovate in punto di morte e che hanno riportato immagini miracolose di un altro mondo, di un mondo ricco d’amore e di comprensione, raggiungibile soltanto tramite un emozionante viaggio attraverso un tunnel o un corridoio. Questo mondo è frequentato da parenti morti immersi in una luce gloriosa, ed è governato da un Essere Supremo il quale, dopo aver guidato il nuovo arrivato in una totale revisione della propria vita, lo rimanda sulla terra a continuare la sua esistenza. Al ritorno, queste persone che erano «morte» non sono più le stesse: tutte abbracciano in pieno la vita ed esprimono la convinzione che amore e conoscenza siano le cose più importanti, perché sono le uniche cose che ci si possa portare dietro. Volendo dare un nome a questi episodi, possiamo dire che queste persone hanno avuto una «esperienza di pre-morte». Ho coniato questa frase diversi anni fa, per il mio primo libro La vita oltre la vita. Altri hanno chiamatoil fenomeno diversamente, ad esempio «viaggi nell’aldilà», «fuga dell’essere verso l’Essere», «frattura del piano», «visioni pre-morte». Tutti questi episodi, comunque, a prescindere da come vengano chiamati, sono indicativi di esperienze simili. Chi vive un’esperienza pre-mortale proverà, almeno in parte, le seguenti sensazioni: un senso di morte, di pace e di assenza di dolore persino durante un’esperienza «dolorosa»; l’impressione di separarsi dal proprio corpo, di entrare in un tunnel o in una zona buia, di ascendere rapidamente verso il cielo, d’incontrare amici e parenti defunti inondati di luce, d’imbattersi in un Essere Supremo, di revisionare la propria vita, e una certa riluttanza a tornare nel mondo dei vivi.

La Luce oltre la Vita – Cosa succede quando si muore * Raymond A. Moody Jr

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Dopo il tentativo di comunicare con gli altri, spesso i «morti» provano un maggiore senso della propria identità. Una paziente descrisse così questa fase: «in quel momento non sei più la moglie di tuo marito, la madre dei tuoi figli, la figlia dei tuoi genitori: sei assolutamente e completamente tu». Un’altra donna paragonò questa sensazione a un «taglio di nastri», alla libertà data ad un palloncino quando si spezza il filo. E’ a questo punto che la paura si tramuta in beatitudine, nonché in comprensione.

La Luce oltre la Vita – Cosa succede quando si muore * Raymond A. Moody Jr

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Una volta passato il tunnel, solitamente la persona incontra degli esseri di luce. Questi esseri non sono composti di luce ordinaria, ma brillano di una stupenda luminescenza che sembra permeare ogni cosa e riempire il soggetto di amore. Di fatto, una persona che era passata per quest’esperienza disse: «Potrei parlare di «luce» o di «amore» e significherebbe la stessa cosa». Qualcuno dice che è come essere impregnati da una tempesta di luce. Dicono anche che è una luce molto più splendente di qualsiasi altra conosciuta sulla terra ma che, nonostante la notevole intensità, non ferisce gli occhi: è qualcosa di caldo, vivo e stimolante. Di frequente, in questa situazione, i soggetti interessati incontrano amici e parenti morti; e spesso parlano di queste persone come aventi lo stesso corpo indescrivibile che hanno loro.
Oltre che della luce e degli amici e parenti luminescenti, alcuni hanno parlato di bellissime scene pastorali. Una donna che conosco mi descrisse un campo circondato da piante, ciascuna delle quali con una sua luce interna. Di quando in quando c’è chi vede stupende città di luce, la cui grandiosità è indicibile. In queste condizioni la comunicazione non si svolge a parole come al solito, ma in un modo telepatico, non verbale, che porta alla comprensione immediata

La Luce oltre la Vita – Cosa succede quando si muore * Raymond A. Moody Jr

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V’è un elemento comune a tutte le esperienze di pre-morte: esse trasformano le persone che le hanno avute. In vent’anni di intensi rapporti con questi soggetti, non ne ho ancora trovato uno che, a seguito dell’esperienza, non abbia avuto una trasformazione profonda e positiva. Non intendo suggerire che l’esperienza di pre-morte renda le persone altrettanti angeli ottimisti e sdolcinati: per quanto indubbiamente le renda più positive e gradevoli da trattare (specie se non lo erano tanto in precedenza), soprattutto le porta ad impegnarsi attivamente con il mondo reale, e le aiuta ad affrontare gli aspetti sgradevoli della realtà con freddezza e lucidità… cosa che per loro è una novità.

La Luce oltre la Vita – Cosa succede quando si muore * Raymond A. Moody Jr

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L’esperienza di pre-morte è un evento critico, non meno di una guerra, di uno scontro automobilistico, di una catastrofe naturale. In effetti, sono spesso proprio questi episodi a provocare l’esperienza di pre-morte ma, anziché rimanere emotivamente bloccati, i soggetti rispondono in maniera unilaterale: tutti si sentono in dovere di fare qualcosa di positivo nella vita. Alcuni dicono che è la pace derivante dalla sensazione che vi sarà un’altra vita, altri pensano che è stata la conoscenza di un essere superiore a illuminarli.

La Luce oltre la Vita – Cosa succede quando si muore * Raymond A. Moody Jr

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Per i primi cinquantasei anni della mia vita, ho avuto costantemente il terrore della morte. Il mio scopo principale era quello di evitare la morte, che consideravo una cosa terribile. Dopo la mia esperienza ho capito che, vivendo perennemente nel terrore della morte, mi impedivo di apprezzare la vita

La Luce oltre la Vita – Cosa succede quando si muore * Raymond A. Moody Jr

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«Hai imparato ad amare?». E’ questa, una domanda cui quasi tutti devono rispondere durante l’esperienza di premorte. Al ritorno, quasi tutti sostengono che l’amore è la cosa più importante della vita. Molti dicono che esso è il motivo della nostra esistenza, il segreto della felicità e dell’appagamento, di fronte al quale gli altri valori impallidiscono.

La Luce oltre la Vita – Cosa succede quando si muore * Raymond A. Moody Jr

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