Aforismi da Libri

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Talvolta il mondo ci appare così grande

luglio 25th, 2014

mondo malinconia

Talvolta il mondo ci appare così grande che diventa difficile per noi riuscire ad abbracciarlo. Si porta via tutte le cose sicure. Ci sentiamo allora piccoli come un seme, o sabbia su una spiaggia.

“Così diversa da me”, S. Fletcher

FUORI DA UN EVIDENTE DESTINO * GIORGIO FALETTI

luglio 4th, 2014

Fai attenzione alla tua ombra. Ogni uomo ha un fratello che è la sua copia esatta. È muto e cieco e sordo ma dice e vede e sente tutto, proprio come lui. Arriva nel giorno e scompare la notte, quando il buio lo risucchia sottoterra, nella sua vera casa. Ma basta accendere un fuoco e lui è di nuovo li, a danzare alla luce delle fiamme, docile ai comandi e senza la possibilità di ribellarsi. Sta disteso per terra perché glielo ordina la luna, sta in piedi su una parete quando il sole glielo concede, sta attaccato ai suoi piedi perché non può andarsene. Mai. Quest’uomo è la tua ombra. È con te da quando sei nato. Quando perderai la tua vita, la perderà con te, senza averla vissuta mai. Cerca di essere te stesso e non la tua ombra o te ne andrai senza sapere che cos’è la vita.
Giorgio Faletti, Fuori da un evidente destino

*

Caleb Kelso, a differenza di tanti altri, aveva un progetto.
Questa, secondo lui, era l’unica cosa che contava davvero nella vita.
Avere un progetto, per quanto velleitario potesse sembrare. La storia era piena di episodi del genere. Quello che a molti era sembrato un semplice sogno di pazzi visionari, per quei pochi che ci avevano veramente creduto era diventato un grido di vittoria.
Era solo questione di tempo e prima o poi anche lui avrebbe raggiunto il risultato a cui stava lavorando da anni. In un momento avrebbe cancellato tutta la fatica, tutte le notti bianche e tutto il denaro speso, ma soprattutto le derisioni e le risatine di scherno alle sue spalle. Una volta aveva letto da qualche parte che la grandezza di un uomo si misura da quanti stupidi gli
danno addosso. Allora quelli che lo prendevano in giro si sarebbero mangiati il fegato, condito con la stessa merda che gli avevano sparso addosso. Sarebbero piovuti gloria e milioni di dollari e il suo nome sarebbe
finito nella lettera K di tutte le enciclopedie del mondo.
Kelso, Caleb Jonas. Nato a Flagstaff, Arizona, il 23 luglio 1960, l’uomo che era riuscito a…
GIORGIO FALETTI* fuori da un evidente destino

***

A Caleb piaceva quel cane. Aveva carattere da vendere. O se non altro aveva un carattere molto simile al suo, commerciabile o meno che fosse.
Per questo lo faceva sedere in cabina accanto a lui e non lo costringeva sul cassone dietro come facevano tutti gli altri cacciatori, che se ne andavano in giro con mezzi addobbati di teste canine che spuntavano dalle sponde e che avevano l’espressione di condannati a morte su una tradotta. Per poi disperdersi nei boschi abbaiando come forsennati quando i loro padroni scendevano dalle macchine, si mettevano in spalla i Remington o i Winchester e iniziava la caccia.
Silent Joe non abbaiava mai. Non l’aveva fatto nemmeno quando era un cucciolo tutto zampe e con addosso una quantità di pelle tre taglie superiore alla sua. Per questo motivo al suo nome originale, Joe, si era ben presto aggiunta la qualifica di silenzioso, che lui si portava appuntata al petto con noncuranza come un’onorificenza. Se ne andava in giro senza parere con la sua andatura dinoccolata al limite della disarticolazione, al punto che guardandolo correre Caleb spesso aveva pensato che i movimenti, più che coordinarli, li sorteggiasse. Ma era il compagno ideale per la caccia con l’arco, quella che Caleb preferiva su ogni altra al mondo, una caccia fatta di appostamenti, immobilità, silenzio e cura del vento, per impedire di essere fiutati dalle prede. Un cervo, se stava sottovento, riusciva a sentire l’odore di un uomo o di un cane a una distanza di ottocento iarde e in pochi minuti quella distanza farla diventare di otto miglia.
Non poteva dire che Silent Joe fosse veramente il suo cane, perché quell’animale dava l’idea di appartenere solo a se stesso. Ma era in fondo l’unico vero amico su cui potesse contare, per la commozione di tutte le nonne che ricamavano «Home, sweet home» sulle loro tovagliette di lino.
GIORGIO FALETTI* fuori da un evidente destino

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Qualcuno da qualche parte aveva detto che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Forse, nel suo caso ci aveva azzeccato in pieno. Il suo sguardo era in sostanza il riflesso della sua esistenza. Si sentiva da sempre una figura scomposta, che camminava al centro del fiume senza nutrire un vero interesse per una qualunque delle due rive. Da entrambe si sentiva attratto e nello stesso tempo rifiutato, senza appartenere veramente a nessuna delle due.
Un uomo che non era bianco e non era rosso, un uomo nel quale nemmeno gli occhi riuscivano a essere dello stesso colore.
***

Il giorno in cui era nato, suo nonno lo aveva levato dalle braccia della madre e lo aveva osservato a lungo. Poi lo aveva tenuto per un istante sospeso davanti a sé come per un’offerta a chissà quale degli antichi dèi e aveva predetto che in quel bambino ci sarebbero stati tre uomini. Un uomo buono, un uomo forte e un uomo coraggioso. Jim si chiedeva spesso se il vecchio
capo non fosse rimasto deluso. In ogni caso, la profezia forse non si era avverata ma il nome era rimasto.
Táá’ Hastiin.
Tre Uomini.
GIORGIO FALETTI* fuori da un evidente destino

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“Charlie amava la terra e Jim amava il cielo. Charlie amava la distesa sterminata che si apriva ai suoi occhi mentre percorreva il deserto e Jim amava i canyon che si aprivano tra i grattacieli. Charlie aveva scelto di restare e Jim aveva scelto di andare via.
Tirò fuori gli occhiali dal taschino e se li mise. Dietro a quello schermo ambrato decise di essere lui rompere il silenzio.
«Come è successo?»
«Nel modo che tutti gli uomini sognano. Mentre dormiva è arrivato
qualcuno e se l’è portato via. Decidi tu chi.»
«Ha sofferto?»
«I medici hanno detto di no.»
Jim ricadde per qualche istante nel silenzio senza remissione che aveva invaso la macchina fino a poco prima. Sentiva una cosa strana agli occhi e in gola. Aveva un nome preciso, ma lui per il momento preferiva non
dargliene nessuno.
Si riprese ma la sua voce non era più la stessa.
«Ha avuto gli onori che meritava?»
«Certo…..”

GIORGIO FALETTI* fuori da un evidente destino

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L’AMORE A SETTANT’ANNI *VANNA VANNUCCINI

febbraio 15th, 2014

VANNUCCINI
Nessuna bellezza primaverile o estiva
a la grazia che ho visto
su un volto autunnale.
John Donne, Elegia autunnale
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Che età deve avere chi ama? Al cinema, che è ancora lo strumento che più di ogni altro plasma i nostri miti sui rapporti affettivi, da sempre uomini maturi hanno fatto coppia con donne giovani o giovanissime. Nel nostro mondo pericoloso una giovane donna ha bisogno di un uomo, meglio se abbastanza vecchio, per proteggerla, questo è il messaggio. I top manager sposano le top model. Il panico del sipario che cala spinge scrittori famosi come Philip Roth o Martin Walser a trovare adoratrici sempre più giovani. I film dove si vedono donne sexy in età avanzata sono invece rari, per non parlare delle coppie in cui l’uomo è più giovane della donna. In questo caso l’avvertimento ai maschi è chiaro: state alla larga da avventure emotive con donne mature, rese ancora più insicure dal legame con un uomo che in qualsiasi momento potrebbe abbandonarle per una molto più giovane di loro. Perché mai un uomo dovrebbe infatti andare a letto con una donna che ha l’età di sua madre quando può tranquillamente sceglierne una che ha l’età della figlia? Gli anni per una donna sono uno stigma. Se chiedere l’età non è mai stato considerato un gesto di buona educazione, chiederla a una donna è tabù.
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Le donne che arrivano oggi a settant’anni sono state le prime a poter scegliere l’università e a entrare nelle professioni, in altre parole a costruire la propria identità in campi un tempo riservati ai maschi e a fondarvi la propria identità. Molte hanno potuto così decidere di tornare a vivere una vita da single quando il matrimonio non funzionava; hanno preferito star sole piuttosto che svolgere nella coppia, una volta appannatasi la giovinezza, un ruolo esclusivamente “materno” nei confronti del marito (che spesso all’apice della vita professionale le avrebbe lasciate per una donna più giovane).

Hanno superato la crisi dei quarant’anni, affrontato senza batter ciglio quella dei cinquanta senza farsi traumatizzare dalla menopausa e senza piangere sul “nido vuoto”. Ora hanno davanti a sé dieci, vent’anni di una vita che potrebbe essere molto diversa da quella delle loro madri e delle loro nonne. Nuove attività, forse nuovi amori – non le aspetta più necessariamente una mezza vita ai margini della società com’era stato fino a poco tempo fa per le donne anziane.

Alla terza età molte di loro sono approdate serenamente, perché sono state capaci, contro tutti gli ostacoli, di costruirsi un’identità grazie a una professione alla quale si sono dedicate con impegno. Si sono via via lasciate alle spalle, poco più che un ricordo, i coinvolgimenti erotici ed emotivi della giovinezza. Senza troppi rimpianti. Consapevoli che una donna che invecchia non può esprimere desideri, avevano finito per prendere atto solo di quelli che potevano permettersi. Ecco però che all’improvviso, più per caso che per intendimento, un numero significativo di loro si trova a vivere un risveglio di eccitazione sessuale, un’infatuazione, un’attrazione fisica violenta come quella di un’adolescente. Talvolta per uomini più giovani.

Pensioni e passioni, nipoti e sogni, rughe e sesso. Molte vivono storie romantiche, parlano liberamente delle proprie scoperte erotiche, hanno con gli uomini rapporti diversi da prima, nei quali a volte il sesso può essere tutto. Stanno alla larga da nuovi matrimoni e perfino da semplici convivenze, hanno imparato che la monogamia non è un obbligo. Sono diventate più capaci di separare le possibilità reali dalle illusioni. E soprattutto, sembrano essersi liberate dallo sguardo dell’altro.

Sono loro le prime a essere sorprese. Certamente il cuore batte e ha sempre battuto a ogni età. Da tempo immemorabile, però, tabù, pregiudizi, inibizioni e la natura stessa della società hanno cospirato per soffocare ogni germoglio di storie d’amore e di sesso in tarda età. Bisogna risalire almeno al Sei-Settecento per trovare degli esempi. Una Ninon de Lanclos ebbe amanti più giovani finché visse. E così Madame de Warens, tra i cui amori spicca un giovanissimo Jean-Jacques Rousseau. Ma personaggi come loro diventarono sempre più rari nei secoli successivi – una conseguenza del perbenismo ottocentesco e dell’atteggiamento della chiesa che ha legato il sesso unicamente alla procreazione, rendendo la sessualità delle donne in vecchiaia qualcosa di vergognoso. Con il Concilio di Trento la chiesa aveva fissato l’età sinodale delle perpetue – le donne che potevano stare nella casa di un prete come domestiche – a quarant’anni, che allora era l’età della menopausa. Oltre quell’età non c’erano pericoli, ogni turbamento sessuale era impensabile.

Sessualità e piacere per le donne in età matura sono rimasti tabù, e ancora oggi la maggior parte dei giovani non immagina che i loro nonni possano avere una vita sessuale dopo i settant’anni.

È la seconda volta nella vita che questa generazione si trova di fronte a una terra incognita. La prima era stata quando la pillola e il femminismo spezzarono le barriere che fino a quel momento avevano impedito alle donne di vivere un’esistenza piena, raggiungere una maggiore uguaglianza, avere carriere lavorative. La pillola era stata una prospettiva da intimidire, ma anche una sfida che cambiò la vita delle donne e la società nel suo insieme. Oggi questa generazione è di nuovo davanti a un terreno inesplorato. Supererà quest’ultima barriera? I pregiudizi resistono, ma nuovi rapporti stanno nascendo. Brevi certamente perché breve è il tempo che resta, ma intensi. L’immagine che questi rapporti ci richiamano alla mente è quella del raggio verde – quell’ellisse, quel fascio di luce brillante che compare qualche volta sopra il sole al tramonto – visibile per pochi secondi mentre il sole scende sotto l’orizzonte e cade l’oscurità. Ma forse non è solo l’ultimo raggio del sole che tramonta, hanno detto alcune delle donne intervistate: potrebbe essere il primo di un nuovo sole, che illumini rapporti diversi tra uomo e donna.

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La vecchiaia non è affare da smidollati.
Bette Davis
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La grande questione alla quale
non riesco a dare una risposta
dopo trent’anni di studio dell’
animo femminile è: che cosa
vuole una donna?
Sigmund Freud
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Una volta, quando due si sposavano, si diceva che “coronavano il loro sogno d’amore”. Ma spesso l’amore era solo un elemento nella decisione di una donna di sposarsi – e spesso nemmeno quello. Non sorprende, visto che da tempo immemorabile le donne sono state dipendenti dai mariti finanziariamente, socialmente, legalmente e in ogni altro modo. Chi non si sposava era relegato ai margini della società, a meno che non possedesse fortune considerevoli. Il termine stesso “zitella”, in uso fin dal Trecento per designare una ragazza nubile, ha acquistato col tempo un significato spregiativo, diventando lo stereotipo del carattere di una donna vecchia e inacidita.

LA SCELTA GIUSTA* Francesca Gino

settembre 18th, 2013

LA SCELTA

Le nostre scelte si innestano in un equilibrio delicato di fattori che spesso non riusciamo a comprendere e dominare. Ci ritroviamo a desiderare ardentemente di compiere una scelta giusta ma in realtà agiamo come se non sapessimo dove appoggiare il piede per il prossimo passo. Questo crea confusione, rabbia e spesso ci lascia con un pugno di mosche in mano di fronte a piccoli grandi eventi della vita.
Quante volte ci si trova a fare questa domanda: “perché i mie progetti vanno storti e come posso cercare di restare sul binario giusto?”
La capacità di scegliere in modo corretto e consapevole è possibile. Sì, si puo’ fare la scelta giusta, come?

Secondo la teoria di Francesca Gino, nel suo libro “La scelta giusta”, esistono tre diverse tipologie di forze che influenzano le nostre decisioni secondo modalità che normalmente ci sfuggono: forze che provengono da noi stessi, forze originate dai nostri rapporti con gli altri e forze dal mondo esterno.

Comprendere le dinamiche che sottendono questi tre diversi fattori ci permette di agire con consapevolezza e nel farlo, attuare strategie decisionali efficaci.

Macrolibrarsi.it presenta il LIBRO: La Scelta Giusta

LA LUCE OLTRE LA VITA – Cosa succede quando si muore * Raymond A. Moody Jr

agosto 5th, 2013

laluceoltrelavita

Le visioni ultraterrene sono il frutto dello stesso potere d’immaginazione che agisce nel nostro modo abituale di visualizzare la morte; della nostra tendenza a riprodurre le idee in forme concrete, corporee, drammatiche; della capacità del nostro animo di trasfigurare la percezione del paesaggio esterno; del bisogno d’interiorizzare la mappa culturale dell’universo fisico; della nostra tendenza a sperimentare l’universo come un cosmo morale e spirituale nel quale troviamo origine e finalità

La Luce oltre la Vita – Cosa succede quando si muore * Raymond A. Moody Jr

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Cosa accade quando si muore? E’ forse la domanda più frequente e più imbarazzante dell’umanità. Si cessa semplicemente di vivere, senza lasciare altro che i resti mortali a ricordo del nostro passaggio sulla terra? Si viene risuscitati da un Essere Supremo, ma solo se il Registro della Vita riporta dei buoni voti? Si ritorna a vivere, come credono gli indù, a distanza di secoli, nella forma di animali o di altre persone? Oggi non siamo più vicini ad una risposta al quesito dell’aldilà di quanto lo fossero migliaia di anni fa gli uomini dell’antichità. Vi sono, tuttavia, molte persone comuni che si sono trovate in punto di morte e che hanno riportato immagini miracolose di un altro mondo, di un mondo ricco d’amore e di comprensione, raggiungibile soltanto tramite un emozionante viaggio attraverso un tunnel o un corridoio. Questo mondo è frequentato da parenti morti immersi in una luce gloriosa, ed è governato da un Essere Supremo il quale, dopo aver guidato il nuovo arrivato in una totale revisione della propria vita, lo rimanda sulla terra a continuare la sua esistenza. Al ritorno, queste persone che erano «morte» non sono più le stesse: tutte abbracciano in pieno la vita ed esprimono la convinzione che amore e conoscenza siano le cose più importanti, perché sono le uniche cose che ci si possa portare dietro. Volendo dare un nome a questi episodi, possiamo dire che queste persone hanno avuto una «esperienza di pre-morte». Ho coniato questa frase diversi anni fa, per il mio primo libro La vita oltre la vita. Altri hanno chiamatoil fenomeno diversamente, ad esempio «viaggi nell’aldilà», «fuga dell’essere verso l’Essere», «frattura del piano», «visioni pre-morte». Tutti questi episodi, comunque, a prescindere da come vengano chiamati, sono indicativi di esperienze simili. Chi vive un’esperienza pre-mortale proverà, almeno in parte, le seguenti sensazioni: un senso di morte, di pace e di assenza di dolore persino durante un’esperienza «dolorosa»; l’impressione di separarsi dal proprio corpo, di entrare in un tunnel o in una zona buia, di ascendere rapidamente verso il cielo, d’incontrare amici e parenti defunti inondati di luce, d’imbattersi in un Essere Supremo, di revisionare la propria vita, e una certa riluttanza a tornare nel mondo dei vivi.

La Luce oltre la Vita – Cosa succede quando si muore * Raymond A. Moody Jr

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Dopo il tentativo di comunicare con gli altri, spesso i «morti» provano un maggiore senso della propria identità. Una paziente descrisse così questa fase: «in quel momento non sei più la moglie di tuo marito, la madre dei tuoi figli, la figlia dei tuoi genitori: sei assolutamente e completamente tu». Un’altra donna paragonò questa sensazione a un «taglio di nastri», alla libertà data ad un palloncino quando si spezza il filo. E’ a questo punto che la paura si tramuta in beatitudine, nonché in comprensione.

La Luce oltre la Vita – Cosa succede quando si muore * Raymond A. Moody Jr

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Una volta passato il tunnel, solitamente la persona incontra degli esseri di luce. Questi esseri non sono composti di luce ordinaria, ma brillano di una stupenda luminescenza che sembra permeare ogni cosa e riempire il soggetto di amore. Di fatto, una persona che era passata per quest’esperienza disse: «Potrei parlare di «luce» o di «amore» e significherebbe la stessa cosa». Qualcuno dice che è come essere impregnati da una tempesta di luce. Dicono anche che è una luce molto più splendente di qualsiasi altra conosciuta sulla terra ma che, nonostante la notevole intensità, non ferisce gli occhi: è qualcosa di caldo, vivo e stimolante. Di frequente, in questa situazione, i soggetti interessati incontrano amici e parenti morti; e spesso parlano di queste persone come aventi lo stesso corpo indescrivibile che hanno loro.
Oltre che della luce e degli amici e parenti luminescenti, alcuni hanno parlato di bellissime scene pastorali. Una donna che conosco mi descrisse un campo circondato da piante, ciascuna delle quali con una sua luce interna. Di quando in quando c’è chi vede stupende città di luce, la cui grandiosità è indicibile. In queste condizioni la comunicazione non si svolge a parole come al solito, ma in un modo telepatico, non verbale, che porta alla comprensione immediata

La Luce oltre la Vita – Cosa succede quando si muore * Raymond A. Moody Jr

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V’è un elemento comune a tutte le esperienze di pre-morte: esse trasformano le persone che le hanno avute. In vent’anni di intensi rapporti con questi soggetti, non ne ho ancora trovato uno che, a seguito dell’esperienza, non abbia avuto una trasformazione profonda e positiva. Non intendo suggerire che l’esperienza di pre-morte renda le persone altrettanti angeli ottimisti e sdolcinati: per quanto indubbiamente le renda più positive e gradevoli da trattare (specie se non lo erano tanto in precedenza), soprattutto le porta ad impegnarsi attivamente con il mondo reale, e le aiuta ad affrontare gli aspetti sgradevoli della realtà con freddezza e lucidità… cosa che per loro è una novità.

La Luce oltre la Vita – Cosa succede quando si muore * Raymond A. Moody Jr

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L’esperienza di pre-morte è un evento critico, non meno di una guerra, di uno scontro automobilistico, di una catastrofe naturale. In effetti, sono spesso proprio questi episodi a provocare l’esperienza di pre-morte ma, anziché rimanere emotivamente bloccati, i soggetti rispondono in maniera unilaterale: tutti si sentono in dovere di fare qualcosa di positivo nella vita. Alcuni dicono che è la pace derivante dalla sensazione che vi sarà un’altra vita, altri pensano che è stata la conoscenza di un essere superiore a illuminarli.

La Luce oltre la Vita – Cosa succede quando si muore * Raymond A. Moody Jr

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Per i primi cinquantasei anni della mia vita, ho avuto costantemente il terrore della morte. Il mio scopo principale era quello di evitare la morte, che consideravo una cosa terribile. Dopo la mia esperienza ho capito che, vivendo perennemente nel terrore della morte, mi impedivo di apprezzare la vita

La Luce oltre la Vita – Cosa succede quando si muore * Raymond A. Moody Jr

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«Hai imparato ad amare?». E’ questa, una domanda cui quasi tutti devono rispondere durante l’esperienza di premorte. Al ritorno, quasi tutti sostengono che l’amore è la cosa più importante della vita. Molti dicono che esso è il motivo della nostra esistenza, il segreto della felicità e dell’appagamento, di fronte al quale gli altri valori impallidiscono.

La Luce oltre la Vita – Cosa succede quando si muore * Raymond A. Moody Jr

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Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO. Diari 1984-1989

luglio 11th, 2013

L'ULTIMO DONO

«Dammi oggi la mia indifferenza quotidiana…».
Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO.
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Una lettera di mio fratello minore Gábor da Budapest. Sua moglie Tuci, insegnante di pianoforte, era stata allieva di Bartók, – è morta «inaspettatamente». Per i sopravvissuti, nei «casi di morte inaspettata» vi è sempre qualcosa di simile a un insulto. Lanciano un grido, fuori di sé, come se chiedessero quale indiscrezione sia mai questa!
Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO.

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Mentre spengo la lampada: Babits. «Non è il cantore a generare il canto  è il canto a generare il suo cantore». E proprio vero. Ricordo i momenti in cui quel che avevo da dire si metteva a sprizzare scintille.
Poi tutto cambiò da un giorno all’altro, il modo di vita, il ritmo di vita; la quotidianità e il lavoro procedevano contemporaneamente…
Nulla di ciò esiste più.
Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO.
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L’ipotesi avanzata dagli studiosi di Shakespeare, secondo cui in segreto il poeta sarebbe stato un papista, non trova nessuna conferma all’interno dell’opera. Nel teatro di Shakespeare l’inferno esiste, ma si trova qui sulla terra. E non vi è traccia di escatologia. Secondo il poeta, l’inferno non si trova nelle viscere della terra ma in superficie, dentro casa, sul lavoro, nella società, nell’uomo. L’umanità non è una genia infernale, come si suol dire, bensì la creatrice dell’inferno. «Non posso dirlo a nessuno  indi lo dico a ciascuno»…
Se non esiste nessuno a cui poter dire una certa cosa, è meglio non dirla affatto. Su «quella certa cosa» conviene tacere: su «quella certa cosa», ovvero su noi stessi.
Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO.
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Non sono sano, sono molto stanco, può darsi che un verme mi stia rosicchiando dall’interno, o che la batteria cominci a esaurirsi.
Comunque mi attengo ancora alla breve passeggiata mattutina e a quella serale di tre quarti d’ora, il che mi aiuta a superare, alla meno peggio, un giorno dopo l’altro. La vicinanza della morte rafforza la coscienza più di quanto non la indebolisca.
Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO.
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«Morte, accoglimi come tuo figlio». (Kosztolányi). Forse è meglio in quest’altro modo: «Morte, ti accolgo come mio padre».

Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO.
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La nascita non è un’esperienza, giacché è accidentale, – si verifica e basta, senza alcuna intenzione. La morte è un’esperienza, perché si verifica anche andando contro le nostre intenzioni.
Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO.
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«Ho compreso di non averti mai amato, la sola che io abbia amato è la mia passione»
Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO.

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Hanno trapiantato il cuore di una scimmia in un neonato malato di cuore.
Per ora il bimbo è vivo. Darwin credeva che l’uomo discendesse dalla scimmia. Adesso l’esperimento si capovolge, l’uomo può trasformarsi in una scimmia.

Indirà Gandhi, primo ministro dell’India, è stata colpita a morte da due sue guardie del corpo. L’India è un Paese devoto. Le vacche sono sacre, è lecito sparare soltanto al primo ministro.

Non sono sano, qualche morbo mi corrode dall’interno: forse un cancro, come nel caso di mio padre, o forse è semplicemente la vecchiaia che succhia gli umori vitali… Il trapasso ha inizio nel momento in cui morire non ci sembra più un fatto impossibile. Per ottantaquattro anni, fino a oggi, non l’ho mai considerato possibile; e avevo ragione.
Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO.

Un riflesso che si ripete: al risveglio, ancora un po’ insonnolito, allungo la mano – come ho sempre fatto per sessantadue anni e otto mesi – per stringere la sua. Quando non trovo nulla da stringere, l’orrore: dov’è? In soggiorno? Nella stanza da bagno? E’ caduta per terra?… A quel punto mi rendo conto che «non c’è», perché è morta. Questo è il momento del risveglio. Quel che segue, sempre più intimamente, è il disgusto. Il disgusto, perché lei non c’è. Perché è morta. Perché tutto ciò che preti, medici, persone di ogni sorta hanno blaterato nel corso dei tempi a proposito della morte sono semplici menzogne. Il fatto stesso della morte è disgustoso.

Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO.

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Di continuo la sua voce, quando – dopo aver taciuto per diversi giorni – parlò e disse: «Ma quanto ci metto a morire…». In seguito non parlò più.

Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO.

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Non scrivo, non leggo, ma a volte sogno che sto scrivendo qualcosa. In sogno le righe scorrono come quelle di un testo proiettato sullo schermo. E le righe hanno un senso, la scelta delle parole è corretta, la composizione è piena di vita. Non sono «io» a scrivere tutto ciò, è qualcosa che accade dentro di me. La via di ritorno dalla vita alla morte è oscura, brancolo dal nulla verso il nulla e lungo il percorso, ogni tanto, una parola, un concetto risplendono come lucciole nella buia foresta.

Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO.

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Di mattina, telefonata dall’Europa. E’ morto mio fratello minore Géza.
Nel periodo immediatamente precedente e successivo alla morte di Lola, negli ultimi quattordici mesi, la vita per me si è svuotata: se n’è andata Lola, poco prima mia sorella Kató e mio fratello Gábor, adesso Géza. Di tutta la famiglia sono rimasto io – la retroguardia: tra i miei parenti stretti non è più vivo nessuno. Li seguo – loro che «non sono andati via, sono soltanto andati avanti» – in fila indiana. Tutto ciò è sopraggiunto come un’epidemia. Infatti lo è, il tempo è un’epidemia…

Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO.

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Quel rigo di Shakespeare. «Perché quali sogni verranno mai nella morte…». I sogni spaventosi esistono già nella vita. Ogni tanto ho paura di addormentarmi

Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO.

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La vecchiaia. Occorre decidere cosa debba farsene l’uomo vecchio della solitudine. Cos’è più giusto: essere soli restandosene da soli oppure essere soli in compagnia? Io vivo ormai da più di un anno in una solitudine che coincide con lo starmene da solo. Non è facile, non è neanche «vita», tuttavia è più tollerabile della solitudine vissuta in compagnia

Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO.

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Erano in molti a volergli bene: in occasione della messa funebre più di cento persone hanno sottoscritto l’albo dedicato al suo ricordo.

Per quanto mi riguarda, è come se mi avessero colpito con un pugno nello stomaco: un insulto. Le fiabe che si narrano sulla morte – tutte menzogne. La realtà è un insulto, negarlo è un inganno. Detesto i preti, le fiabe narrate dalle religioni. Andarmene in pace, senza inganni e autoinganni penosi. Ormai non ho più nessuno. Quest’uomo era l’ultima «persona» per me. Non voglio più scrivere. E neanche vivere, ma soltanto andarmene in pace. Sarebbe un grande dono non svegliarmi più.

Attimi in cui è come se una bestia impazzita ululasse nel buio. L’attimo in cui alla fine di una lunga vita si capisce che il destino non è semplicemente crudele, ma anche disonesto.

Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO.

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Un attore, all’età di ottantuno anni, è morto al mattino, nel sonno. Per la prima volta da parecchio tempo sono sinceramente invidioso.

Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO.

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Vivo completamente solo, dunque non mi annoio. «Paura della morte». Temo che la morte sia noiosa.

Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO.

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toccarla con mano. L’odore di morte si sprigiona ormai anche dai capi di abbigliamento. Scrivere il Roger. Come un debito d’onore da saldare. L’insieme, nonostante tutti gli orrori e le mostruosità, è stato comunque meraviglioso. Ma ormai mi vergogno di scrivere.

Márai Sándor * L’ ULTIMO DONO.

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CHI USA COCAINA?

maggio 26th, 2013

cocaina

La coca la sta usando chi è seduto accanto a te ora in treno e l’ha presa per svegliarsi stamattina o l’autista al volante dell’autobus che ti porta a casa, perché vuole fare gli straordinari senza sentire i crampi alla cervicale. Fa uso di coca chi ti è più vicino. Se non è tuo padre o tua madre, se non è tuo fratello, allora è tuo figlio. Se non è tuo figlio, è il tuo capoufficio. O la sua segretaria che tira solo il sabato per divertirsi. Se non è il tuo capo, è sua moglie che lo fa per lasciarsi andare. Se non è sua moglie è la sua amante, a cui la regala lui al posto degli orecchini e meglio dei diamanti. Se non sono loro, è il camionista che fa arrivare tonnellate di caffè nei bar della tua città e non riuscirebbe a reggere tutte quelle ore di autostrada senza coca. Se non è lui, è l’infermiera che sta cambiando il catetere di tuo nonno e la coca le fa sembrare tutto più leggero, persino le notti. Se non è lei, è l’imbianchino che sta ritinteggiando la stanza della tua ragazza, che ha iniziato per curiosità e poi si è trovato a fare debiti. Chi la usa è lì con te. È il poliziotto che sta per fermarti, che tira da anni e ormai tutti se ne sono accorti e lo scrivono in lettere anonime che mandano agli ufficiali sperando che lo sospendano prima che faccia cazzate. Se non è lui, è il chirurgo che si sta svegliando ora per operare tua zia e con la coca riesce ad aprire anche sei persone in un giorno, o l’avvocato da cui devi andare per divorziare. È il giudice che si pronuncerà sulla tua causa civile e non ritiene questo un vizio, ma solo un aiuto a godersi la vita. È la cassiera che ti sta dando il biglietto della lotteria che speri possa cambiare il tuo destino. È l’ebanista che ti sta montando un mobile che ti è costato lo stipendio di un mese. Se non è lui, a usarla è il montatore venuto a casa tua a metter su l’armadio Ikea che da solo non sapresti assemblare. Se non è lui, è l’amministratore di condominio del tuo palazzo che sta per citofonarti. È l’elettricista, proprio quello che ora sta cercando di spostarti la presa nella stanza da letto. O il cantautore che stai ascoltando per rilassarti. Usa coca il parroco da cui stai andando per chiedere se puoi cresimarti perché devi battezzare tuo nipote, ed è stupito che tu non l’abbia ancora preso, quel sacramento. Sono i camerieri che ti serviranno al matrimonio di sabato prossimo, se non sniffassero non riuscirebbero ad avere in quelle gambe così tanta energia per ore. Se non sono loro, è l’assessore che ha appena deliberato le nuove isole pedonali, e la coca gliela danno gratis in cambio di favori. La usa il parcheggiatore, che ormai sente l’allegria solo quando tira. È l’architetto che ha messo a nuovo la tua villetta delle vacanze, ne fa uso il postino che ti ha recapitato la lettera con il tuo nuovo bancomat. Se non è lui, è la ragazza del call center, che ti risponde con la voce squillante e chiede in cosa può esserti utile. Quell’allegria, uguale a ogni telefonata, è effetto della polvere bianca. Se non è lei, è il ricercatore che sta seduto ora a destra del professore e aspetta di farti l’esame. La coca l’ha innervosito. È il fisioterapista che sta cercando di metterti a posto il ginocchio, a lui invece la coca lo rende socievole. È l’attaccante che ne fa uso, quello che ha segnato un gol rovinandoti la scommessa che stavi vincendo a pochi minuti dalla fine della partita. Usa coca la prostituta da cui vai prima di tornare a casa, quando devi sfogarti perché non ne puoi più. Lei la coca la prende per non vedere più chi le è davanti, dietro, sopra, sotto. La prende il gigolo che ti sei regalata per i tuoi cinquant’anni. Tu e lui. La coca gli dà la sensazione di essere il più maschio di tutti. Usa coca lo sparring partner con cui ti alleni sul ring, per cercare di dimagrire. Se non è lui che ne fa uso, è l’istruttore di equitazione di tua figlia, la psicologa da cui va tua moglie. Usa coca il migliore amico di tuo marito, quello che ti corteggia da anni e che non t’è mai piaciuto. Se non è lui, è il preside della tua scuola. Tira coca il bidello. L’agente immobiliare che sta facendo ritardo proprio ora che eri riuscito a liberarti per vedere l’appartamento. Ne fa uso la guardia giurata, quella che ha ancora il riporto quando ormai tutti si rasano i capelli. Se non lui, il notaio da cui non vorresti mai più tornare, che usa coca per non pensare agli alimenti da pagare alle mogli che ha lasciato. Se non è lui, è il taxista che impreca contro il traffico ma poi torna allegro. Se non è lui, la usa l’ingegnere che sei costretto a invitare a casa perché forse ti aiuta a fare uno scatto di carriera. È il vigile urbano che ti sta facendo una multa e mentre parla suda moltissimo anche se è inverno. Oppure è il lavavetri con gli occhi scavati, che riesce a comprarla chiedendo prestiti, o è quel ragazzo che rimpinza di volantini le auto cinque alla volta. È il politico che ti ha promesso una licenza commerciale, quello che hai mandato in parlamento con i voti tuoi e della tua famiglia ed è sempre nervoso. È il professore che ti ha cacciato da un esame alla prima esitazione. O è l’oncologo da cui stai andando a parlare, ti hanno detto essere il migliore e speri ti possa salvare. Lui, quando tira, si sente onnipotente. O è il ginecologo che sta dimenticando di buttare la sigaretta prima di entrare in stanza e visitare tua moglie che ha le prime doglie. È tuo cognato che non è mai allegro, è il ragazzo di tua figlia che invece lo è sempre. Se non sono loro, allora è il pescivendolo che sistema il pesce spada in bella mostra, o è il benzinaio che sbrodola la benzina fuori dalle auto. Tira per sentirsi giovane, ma non riesce ormai a inserire al suo posto neanche la pistola del distributore. O è il medico della mutua che conosci da anni e ti fa entrare prima senza fare la fila perché a Natale sai cosa regalargli. La usa il portiere del tuo palazzo, ma se non la usa lui allora la sta usando la professoressa che dà ripetizioni ai tuoi figli, l’insegnante di piano di tuo nipote, il costumista della compagnia di teatro che andrai a vedere stasera, il veterinario che cura il tuo gatto. Il sindaco da cui sei andato a cena. Il costruttore della casa in cui vivi, lo scrittore che leggi prima di dormire, la giornalista che ascolterai al telegiornale. Ma se, pensandoci bene, ritieni che nessuna di queste persone possa tirare cocaina, o sei incapace di vedere o stai mentendo. Oppure, semplicemente, la persona che ne fa uso sei tu.

 

ROBERTO SAVIANO – ZERO ZERO ZERO

Visualizzazioni Creative* Jose Maffina

maggio 22nd, 2013


Voi conoscere la chiave per capire la tua voce interiore?
Jose Maffina te la pone tra le mani con un libro davvero eccezionale: “Visualizzazioni Creative”.

Le visualizzazioni creative siano strumenti validi per scoprire ciò che è celato dentro di noi.
Per ogni visualizzazione sono indicate le chiavi interpretative delle immagini che affiorano durante le meditazioni e che per ciascuno sono diverse.

Conoscere il loro significato ci permette di scoprire le nostre debolezze e di essere così in grado di trasformarle. Il linguaggio della nostra voce interiore diventa così chiaro e utile per il nostro cammino.

Le visualizzazioni creative sono “UN AIUTO AL CORPO CHE VIENE DALLA MENTE”.
E’ stato scientificamente dimostrato che le immagini che creiamo nella nostra mente, con l’aiuto anche dei sensi, ci permette di dare vita a delle forme realtà interiori , di fronte alle quali il nostro cervello reagisce essendone stimolato, a seconda della qualità e del tipo di immagine.

Le hai mai provate? Clicca qui!

La Mia Bibbia degli Oli Essenziali* Danièle Festy

maggio 22nd, 2013

Macrolibrarsi.it presenta il LIBRO: La Bibbia degli Oli Essenziali

La natura ci ha regalato dei potenti rimedi per ogni tipo di esigenza, che si legato alla salute, alla pulizia e al benessere della persona nella sua totalità.
Conoscere le proprietà degli oli essenziali è il primo passo per scalare la rete della conoscenza di questi importanti strumenti che l’uomo ha a disposizione: gli estratti in forma oleosa dalle piante che ci vivono accanto quotidianamente.
Come contrastare un mal di testa senza ricorrere a delle medicine che se curano da una parte dall’altra creano ulteriori problemi all’organismo?
Come ritrovare situazione di calma e rilassatezza con le piante e i loro oli?
Come pulire e disinfettare al meglio la casa senza incorrere in detersivi chimici dannosi anche da respirare e portatori di allergie?
Queste e altre domande significative sulle proprietà e uso degli oli essenziali le puoi trovare in un libro speciale: La Mia Bibbia degli Oli Essenziali di Danièle Festy, La guida più completa all’aromaterapia.

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Tratto dal libro, rimedio con la menta all’emicrania:

MENTA PIPERITA Da applicare:

Applicate 2 gocce pure sulle tempie e la fronte (attenzione, evitate gli occhi). Se siete in casa, potete preparate degli impacchi umidi impregnati di menta (ancora più distensivi). Volendo, procuratevi uno stick al mentolo (in farmacia).

MENTA PIPERITA Da diffondere:

Lasciate evaporare alcune gocce 2 volte al giorno per 1 ora, se possibile con l’aiuto di un diffusore elettrico.

La Bibbia degli Oli Essenziali di Danièle Festy

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